Parole chiave: Memoria, Trasformazioni, Caducità, Cambiamento
Quel che resta della vita
di Zeruya Shalev, Feltrinelli, 2013
Recensione di Daniela Federici
La paura di morire
giustificava un attaccamento illimitato
a ciò che c’è di vivo nell’uomo.
E tutti quelli che non avevano fatto
gesti decisivi per elevare la loro vita,
tutti quelli che temevano ed esaltavano l’impotenza,
avevano tutti paura della morte
per la sensazione che essa dava a una vita
a cui non avevano preso parte.
Non avevano vissuto abbastanza,
non avevano mai vissuto.
E la morte era come un gesto
che priva per sempre dell’acqua
un viandante che ha cercato invano
di placare la sua sete.
Camus, La morte felice
Hemda è bloccata a letto nella sua stanza, dietro un rosario di medicine, lo spazio fino alla finestra divenuto insormontabile, l’ultimo filamento della bobina che la tiene collegata alla vita per assurdo sembra eterno perché proprio nella sua immobilità pare durare all’infinito. Immagina ormai che sarà questa la prospettiva dalla quale guarderà i figli invecchiare e i nipoti diventare grandi, con quella loro amara indifferenza la condanneranno alla vita eterna, così tutt’a un tratto si trova a pensare che anche per morire ci vuole una certa energia, una certa disposizione positiva del morente o dell’ambiente che gli sta intorno, ci vogliono coinvolgimento personale e ansietà e trepidazione, come quando si prepara una festa di compleanno. Anche per morire ci vuole una misura d’amore, e lei invece non è più amata abbastanza e forse neanche ama più abbastanza.
Chi di noi si tiene più lontano dall’altro, io da voi o voi da me, si domanda…
Ormai non chiede più perché è andata com’è andata, e neanche che senso abbia avuto, piuttosto: cos’è stato, quale cammino il tempo ha percorso per portarla in questa stanza, in questo letto, di che cosa si sono riempite le decine di migliaia di giorni arrampicatisi su questo corpo come formiche su un tronco di legno.
Hemda è una madre anziana che da un punto di vista emotivo è sempre rimasta figlia, abbarbicata alle sue ferite inconsolabili, alle offese precipitate nel profondo: I pensieri sono capaci di uccidere? I desideri di annientamento possono provocare una disgrazia?
I conti in sospeso con la sua infanzia l’hanno lasciata sempre più presa dai propri genitori defunti che dai figli vivi, Dina e Avner. Il romanzo intreccia le loro tre voci, ciascuno con il proprio punto di vista sulle ragioni della disfunzionalità dei loro rapporti, i non-detti, i rancori, le incomprensioni, i fantasmi e il sequestro di ciascuno dentro le proprie visioni amare e recriminative.
Che succede nella loro famiglia? Si siedono intorno al falò dell’amore e non fanno altro che misurare l’altezza delle fiamme, che strana tortura passa da loro di generazione in generazione.
A volte il tempo psichico si blocca, dentro, immobilizzato in una circolarità ripetitiva in cui si inscrivono gli irrisolti. Così per Hemda la maternità si era intrecciata con l’orfanità in un modo così drastico e circolare che a quell’epoca aveva l’impressione che il padre morto avesse più bisogno di lei della figlia viva. E Dina, invece di portare conforto e felicità come fanno di solito i bambini, ci sarebbe voluta una magia per levarle quella maledizione e riportare sua madre nel mondo dei vivi, da lei.
Era questo che la sua primogenita le aveva sempre recriminato: di essere la figlia non amata.
Ed era vero, Hemda era consapevole della differenza, di quanto fosse stato facile per lei tenere un neonato in braccio con quel maschio paffutello e robusto venuto dopo quella bambina esile e poco vitale, il contatto con la pelle femminile le ha sempre provocato disgusto, non riusciva neanche a capire come una donna potesse generarne un’altra. … Mentre il parto di Dina l’aveva resa più inerme di quanto non fosse mai stata, accanto a quel neonato si sentiva capace di qualunque cosa, una divinità onnipotente, non per l’umanità intera ma solo per quella minuscola creatura di cui si impegnava ora a soddisfare ogni bisogno.
Per anni ha negato, come si trattasse di una tresca amorosa, tu vuoi più bene a lui, gli hai sempre voluto più bene, la rimproverava sua figlia quand’era ancora ragazza, e lei aveva sempre negato… Ero giovane, era morto mio padre, e tu non eri facile, ci abbiamo messo del tempo per abituarci l’una all’altra, ma non riuscì mai a pronunciare queste semplici parole, si limitava a quel no categorico che faceva piazza pulita del risentimento di sua figlia…
Il danno del silenzio e delle negazioni che disconfermano ai piccoli i loro vissuti, li costringono a scegliere fra la verità proclamata da chi si ama e di cui si ha bisogno e le proprie percezioni, un dubbio che consuma e condanna all’inaffidabilità di sé e dell’altro, che scava solchi torvi nella relazione.
Dina aveva affrontato la propria maternità come una sfida: si divertiva talmente a dedicarsi a sua figlia, a darle tutto quello che non aveva mai ricevuto.
Ma crescendo, la figlia si era trasformata in un’adolescente riottosa: dove si trova quel cuore che in tutti questi anni è stato vicino al suo mentre adesso la ignora, anzi pulsa contro di lei con prepotenza… Per quanto sappia che è una fase che la figlia deve attraversare per costruire la propria identità, che non è in discussione il suo affetto, che sopravvive anche se sta nascosto dietro una siepe spinosa, nonostante tutto ciò non riesce a non soffrirne.
Quanto è forte il potere del rifiuto, quasi che solo così le fosse dato sentire sé stessa…
Di cosa ha voglia, magari lo sapesse, di strappar via il dolore, ecco, sfilarlo dal corpo e scappare lontano, correre agile ed eterea per le strade deserte, ritrovare una consapevolezza perduta, una certezza demolita, una speranza troncata.
Presa fra una madre che non ha mai saputo farle arrivare l’amore che le necessitava, e una figlia che, ignorandola, le rinnova l’ustione, Dina si ritrova in là con gli anni a fantasticare di farsi di nuovo travolgere dal leggendario potere della maternità, capace di risolvere ogni problema, di sanare ogni dolore con la forza dell’amore e dell’altruismo, della confidenza e della determinazione…
Il marito cerca di ridimensionarla: Un figlio non ti renderebbe affatto più giovane, un bambino non ti risarcirebbe per gli errori che hai commesso, un bambino non ci renderebbe più felici, non puoi permetterti di prendere un povero bambino e caricarlo così di folli aspettative che non c’entrano niente con lui… Invece di cercare di resuscitare una felicità che comunque non tornerebbe, dovresti accontentarti di quello che hai e vedere di trovare un senso nella tua vita per quello che è…
Lei sta cercando di salvare sé stessa e tutti le dicono che deve curarsi in un altro modo. Come poteva pensare che la capissero, come lo si spiega quel dolore nel nucleo più profondoche si sfalda dentro di lei come un dente cariato… Ho perso qualcosa e non so se la ritroverò più. Come chiamare quella cosa che l’ha legata all’energia della vita come un feto alla placenta, e anche se ogni tanto veniva una delusione, uno smacco, e c’erano fastidi e sofferenze, non ha mai messo in dubbio quel nesso, mentre in questi ultimi tempi è come se la levatrice impietosa avesse tagliato il cordone con delle grosse forbici, come a dire, congratulazioni, sei nata, ma lei sa che non di parto si tratta ma di perdita, della repentina resezione del senso della vita.
Succede così quando la perdita dell’altro lascia una perdita nel sé, l’ombra dell’oggetto ricade sull’Io perché qualcosa è mancato nel suo rispecchiamento costitutivo. Green (1993) descrive l’identificazione con un oggetto primario che si dedica malvolentieri al soccorso del bambino, una mancanza radicale verso cui il soggetto rilancia un’inesausta lamentela, caricandola di una colpa che esigerebbe un pentimento, con la speranza di provocare il ritorno. Nel fallimento della specularità necessaria per potersi sentire vivo e con un’angoscia che non trova organizzazione e contenimento nel sistema rappresentazionale, sarà l’affetto materializzato a fare le veci di ogni rappresentazione di fronte all’orrore di questa mancanza.
E Avner? Il figlio amato, che mal tollera l’intimità con il corpo di una madre da sempre fagocitante, mostra un’altra traiettoria dei condizionamenti profondi, guardando sconsolato il suo matrimonio: Si è imprigionato per l’eternità, si è legato a lei ch’era troppo giovane, senza pensare che il primo amore, che era fondamentalmente una giovanile curiosità e il vago anelito a trovare scampo da sua madre, si sarebbe trasformato in una trappola dentro la quale avrebbe finito per dibattersi per tutta la vita, senza riuscire né a liberarsi né a farci l’abitudine.
Non ci ha pensato nemmeno un attimo allo sbigottimento o alla rabbia della moglie, all’umiliazione degli anni trascorsi o alla paura per quelli a venire, tutti i calcoli sono rimasti indietro, nella zona grigia dell’inazione, mentre lui era messo in moto dall’agire: un uomo che di notte se ne va a casa di sua madre, a dormire nel suo letto di ragazzo, fra vecchie lenzuola, per esistere di nuovo, prima di morire. Rammenta a sé stesso di essere andato via di casa quando di notte si sveglia e sente i rantoli di sua madre, è il lamento di un bambino che non c’è modo di calmare, tutti e due piangiamo la nostra vita trascorsa, mamma.
… è così breve la stagione dell’infanzia, ma anche infinita…
Rieccoli, loro tre, di nuovo in quella casa, tenuti insieme dai rispettivi errori, un pavimento coperto di schegge di aspirazioni mancate.
Genitori celesti e crudeli, irraggiungibili o mai davvero conosciuti, figli trascurati e trascuranti, o amati allo spasimo e risucchiati dalle altrui aspettative, che cercano di liberarsi dai legati familiari e di essere migliori, mancate separazioni e individuazioni in cui l’amore si tramuta in astio, risentimento, dipendenza, tempi d’infanzia irrimediabilmente guasti che finiscono con il ripetersi in una catena inesorabile lungo le generazioni.
L’Autrice costruisce una tessitura tagliente delle disfunzionalità delle relazioni primarie e delle difese erette per farvi fronte, tratteggiando molto efficacemente i possibili sviluppi della fragilità delle esperienze infantili e delle cicatrici da esse lasciate nello psichismo, in particolare quando queste infiltrano la vita psichica ostacolando la possibilità di farsi trasformare dalle esperienze successive. Viene in mente la ripresa che Green (1993) fa di Winnicott (1971) nel suo evidenziare esperienze che mettono alla prova la capacità di attesa del bambino verso una risposta materna che, troppo a lungo disattesa, può condurre a uno stato traumatico in cui diviene reale solo ciò che è negativo.
La Shalev inquadra i suoi protagonisti in un tempo liminare dell’esistenza, soglie che possono farsi bivio, spartiacque di possibili trasformazioni dentro un tempo immobile dove tutto sembra destinato solo a un’eterna ripetizione dell’identico. E in quel crocicchio, pone per tutti loro l’interrogativo di quel che resta della vita, sia nel senso del segno che si lascia di sé, sia come opportunità ancora percorribile di riuscire a vivere altrimenti il tratto che resta del proprio tempo di prestito al mondo.
L’intreccio dei loro flussi di coscienza mostra bene come il dialogo interiore con il dolore favorisca la ripresa di uno spazio elaborativo con le sue possibilità di trasformazione, consentendo un rilancio degli investimenti e affetti più articolati, aprendo alla comunanza e alla compassione per sé e per l’altro.
Si era sempre sentito al riparo dalla morte proprio in virtù dell’esistenza di sua madre… una persona senza genitori è più esposta alla morte…
È un libro che fa molto riflettere sui passaggi di vita, che nella sua asprezza si ricolma di speranza intorno all’importanza di oggetti interni buoni – o da avere cura di bonificare – con le potenzialità di ripresa trascrittiva dei significati che un lavoro su di sé sempre consegna, per un vivere più pieno e autentico, per custodire in sé ciò che è più importante a conforto e protezione, per mantenerlo vitale anche nella perdita.
.. vedi come il nulla rivela l’esistente, così vorrebbe dirle, vedi che le storie mai accadute e mai create si incidono nella memoria della realtà, gli amori mai consumati passano di generazione in generazione, le voci mai sentite diventano echi…
In certi passaggi, o più spesso verso la fine delle terapie, ci troviamo con i nostri pazienti di fronte al dolore per la perdita di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, del rimpianto per il tempo perduto negli incastri di meccanismi invalidanti o inibizioni; sono posizioni depressive dolorose ma fondamentali, che per lo più si accompagnano anche a forti sensazioni di riappropriazione della propria storia, di un diverso slancio nella vita presente e di orientamento verso il futuro.
… non piangere la giovinezza perduta perché il tempo è ciclico anche se la sua traiettoria è inequivocabile, perciò la giovinezza viene disseminata per tutta la vita, proprio come la vecchiaia, e anche la virtù dell’amore sta in agguato negli angoli meno prevedibili, così non è mai troppo tardi, a volte un momento d’amore vale quanto molti anni, o anche un ricordo d’amore, a volte ci si accontenta…
BIBLIOGRAFIA
Green, A. (1993) Il lavoro del negativo, Borla 1996
Winnicott, D. (1971) Gioco e realtà, Armando 1974