Cultura e Società

Intervista a Fabio Castriota: una riflessione fra psicoanalisi e letteratura. Daniela Federici

20/09/22
"Frammenti in ombra"di F. Castriota. Recensione di D. Lisciotto

“Frammenti in ombra”di F. Castriota

PSICOANALISTI SCRITTORI 

Intervista a Fabio Castriota: una riflessione fra psicoanalisi e letteratura

di Daniela Federici

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“Leggete in profondità, non per credere, 

non per accettare, non per contraddire, 

bensì per imparare a partecipare 

dell’unica natura che scrive e legge” 

Bloom, Come si legge un libro

Fabio Castriota è psichiatra, membro didatta della SPI, ricercatore nel campo del sogno, del rapporto mente/corpo e del rapporto tra arte e psicoanalisi. In campo scientifico ha scritto e collaborato a diversi libri fra cui: Il corpo nella stanza d’analisi (Borla, 2006), Freud, lettere da Roma (Lozzi, 2012), La Spi, un secolo di storia (Mimesis, 2020). È membro della commissione Internazionale dell’IPA sui Rifugiati. Con il Palazzo delle Esposizioni di Roma e il Centro Sperimentale di Cinematografia organizza da anni il festival “Cinemente” e con il Festival dei Due Mondi di Spoleto, il MAXXI e la Galleria nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma eventi in ambito culturale. In campo letterario ha vinto il premio internazionale “The analyst as storyteller” e pubblicato il suo lavoro Ice Rock con Schmidth/Hellerau (2021, New York). Il suo ultimo romanzo “Frammenti in ombra” è stato pubblicato nel 2021 da Edizioni Albatros.

DF: Per riflettere sulla letteratura partirei dalla parola: da analisti ne conosciamo bene l’importanza come strumento per portare alla coscienza, per quel ‘farsi psichico’ che si appropria della realtà conferendole un senso, che costruisce il mondo interno facendone uno strumento di contenimento, elaborazione e comunicazione. La parola nasce nella carne, la sua magia e il suo potere evocativo scaturiscono dal linguaggio primordiale che l’ha vista prima di tutto un atto senso-motorio. Freud considerava poeti e scrittori alleati preziosi, spesso più avanti nella conoscenza dell’anima, perché attingendo a fonti profonde, scoprono e danno forma a quel che lo scienziato impiega un lavoro faticoso per portare alla luce. E suggeriva agli psicoanalisti di coltivare interessi umanistici per non trovarsi smarriti di fronte al narrarsi del paziente, perché il lavoro analitico è un dialogon, l’incontro di due testi che si intrecciano trasformandosi, estendendo lo psichico e il senso nella polisemia delle forme simboliche, in uno spazio intermedio che è comune all’opera creativa.

Come arrivi alla scrittura di un testo letterario e quali scrittori ti hanno ispirato di più?

FC: La scrittura è l’ultimo anello di una catena che parte da molto lontano, difficile dire da dove e quando si metta in moto e che ha a che fare col tema e la spinta inconscia che va nella direzione della rappresentazione di aspetti profondi che trovano proprio nella loro espressione, come nei sogni, un’elaborazione, anche se sempre incompiuta. Quando la narrazione si attiva a livello mentale si tratta di lasciare che prenda forma nel testo, lasciandole la libertà di esprimersi, come nelle libere associazioni o nell’esperienza di un’attenzione fluttuante. In questo senso non sappiamo bene dove andrà a parare, la stessa trama che avevamo immaginato si modifica nel suo prender forma e nuovi personaggi possono entrare sulla scena: è l’esperienza affascinante della creatività che segue sentieri che l’Io non deve, né può forzare. Col tempo ci si rende conto che un minimo di compiutezza è stato raggiunto e allora bisogna essere capaci di fermarsi e cominciare un processo di limatura che porterà al testo definitivo. Per essere uno scrittore accettabile, bisogna in primis essere dei lettori appassionati e io lo sono stato fin da bambino. Credo, come tutti, di essermi lasciato attraversare dalla grande letteratura russa, come dai classici (da Kafka a Proust), ma debbo anche dire che, come nella musica ascolto di tutto, anche nelle mie letture penso di essere debitore a un grande numero di scrittori di diverse epoche (dai classici antichi a Melville, passando per Dante e Calvino).

DF: Freud scrisse a Schnitzler che vedeva nella letteratura una sorta di doppio della psicoanalisi: condividendone fonti e oggetto, autore e psicoanalista utilizzano entrambi l’interpretazione, l’uno per creare, l’altro per penetrare la tramatura invisibile del racconto del paziente, slegando l’elaborazione secondarizzante. La psicoanalisi deve molto al rapporto con l’intelligenza letteraria, così come quest’ultima è stata influenzata dal sapere analitico sulle dinamiche del profondo. 

Nel tuo lavoro di scrittore quanto hai attinto a modelli narrativi o strutture simboliche di matrice psicoanalitica? Quanto pensi che l’esercizio alla funzione maieutica accanto ai pazienti abbia inciso sulla tua scrittura nel costruire trama e personaggi? 

FC: Il premio Nobel della letteratura Louise Gluck scrive, nella bellissima poesia Nostos, che “conosciamo il mondo nell’infanzia e tutto il resto è memoria”. Credo che si è psicoanalisti, senza saperlo, fin da bambini, per una sorta di atteggiamento che troverà espressione, anche istituzionale, magari 30 anni dopo. In questo senso penso che il lavoro teorico/clinico (nel campo della psicoanalisi) e la scrittura (come in quello della pittura che accompagna la mia vita) siano espressioni di un’unica spinta che ha preso corpo fin dalla mia infanzia. In questo senso non credo di avere attinto né a modelli narrativi, a strutture simboliche psicoanalitiche o alle storie dei miei pazienti, direi anzi che sia stato il mio lavoro a essere influenzato dalle mie letture, o comunque immagino che siamo tutti immersi in un’area psichica intersoggetiva non definita e chiusa, ma fluida e aperta a stimoli di diversa origine che s’intrecciano e danno vita ai nostri aspetti più creativi. 

DF: Proust dice che ogni lettore legge se stesso, che un libro è uno strumento ottico che ci permette di comprendere quel che forse, senza di esso, non avremmo mai conosciuto di ciò che siamo. Scrivere, così come leggere una storia, è sempre l’occasione di un viaggio per farci carico dell’alterità di noi a noi stessi – come accade nei sogni – e della possibilità di farci trasformare da quell’incontro. Ogni personaggio offre l’opportunità di rappresentare degli aspetti della propria vita psichica, così nella tessitura di una storia si oscilla fra uno scrivere per la trama, per ciò che già si “conosce” e si vuole rappresentare, e l’esplorazione che il punto di vista di un altro ci permette, scavandolo da dentro e schiudendo traiettorie impreviste.

Quanto da scrittore hai misurato la sorpresa dell’inconscio al lavoro, da inseguire per la curiosità di vedere fin dove va a finire? Ti sono capitati riscontri di lettori che hanno colto sfumature che non avevi considerato? I pazienti fra i possibili lettori hanno influenzato la tua scrittura o leggerti ha creato effetti imprevisti nelle relazioni analitiche con loro?  

FC: “Dove va a finire”, non lo sappiamo mai mentre scriviamo e se lo decidiamo prima di cominciare è come se facessimo un viaggio che è solo una linea retta dove c’è un punto di partenza e uno di arrivo, ma manca tutta la bellezza e la meravigliosa scoperta di posti sconosciuti che non avevamo preventivato di visitare e di cui neanche conoscevamo l’esistenza. Per chi scrive è sempre sorprendente vedere quanti aspetti del proprio lavoro possano essere intercettati solo da chi è esterno alla propria esperienza creativa, tra questi inevitabilmente ci sono anche quei pazienti che si trovano a leggere un romanzo del proprio psicoanalista. Nella mia esperienza non solo non ci sono stati influenzamenti, almeno diretti o coscienti, da parte delle esperienze miei pazienti capaci d’influenzare la mia scrittura, né effetti imprevisti nel lavoro analitico. Indubbiamente quello che poni rimane un tema delicato che troverebbe credo una soluzione solo pubblicando i propri lavori con uno pseudonimo.

DF: La finzione letteraria può essere una via d’accesso alla consapevolezza o ciò che ci permette di fuggire la realtà, può fungere da filtro e visione riflessa per poter scrutare verità altrimenti intollerabili. Nella tua esperienza di lettore quanto consideri che i buoni libri siano strumento elaborativo per il nostro mondo interno? E quanto lo è la scrittura? 

FC: Da anni sono interessato al tema della bellezza, che magari non “salverà il mondo”, ma certo ci aiuta a rintracciare quel legame profondo armonico che ci lega nella nostra essenza al creato. In questo senso l’arte, compresa la letteratura d’autore, non solo stimola il processo elaborativo dei nostri residui traumatici, ma rappresenta una spinta evolutiva formidabile, non solo psichica, ma direi esistenziale.

DF: Com’è il misterioso salto da fruitore a creatore di un’opera letteraria? L’imponderabile esperienza estetica che si offre all’identificazione, che favorisce il dispiegarsi dell’immaginario e permette il godimento di fantasie e di risonanze con aree più o meno profonde del Sé, si dispiega alleviata dalla censura in una mescola ottimale fra rivelazione e travestimenti di quanto si muove nell’altra scena dell’inconscio. Così l’Autore deve trovare un equilibrio fra una scrittura che attinga a una verità del profondo per riuscire a coinvolgere il lettore e allo stesso tempo contenere una presenza di misurata astensione di sé per poterne fare una storia di tutti.

Quanto è stata naturale e quanto complessa una scrittura che riuscisse a rendere le intenzioni?  

FC: Da giovani abbiamo l’idea che il controllo della Realtà (con la R maiuscola) sia legata alla nostra capacità di capire e agire con capacità e determinazione sia sul mondo interno che quello esterno. Col tempo capiamo che, sciolti certi conflitti e elaborati, per quello che è possibile, i nostri traumi, dobbiamo affidarci alle spinte e alle modalità inconsce per dare forma alle nostre intenzioni, che sono intrecciate e loro stesse espressione dei livelli più profondi. Se si scrive con questa sorta di ascolto di sé la scrittura si fa fluida e naturale.

DF: In questo nostro tempo in cui languono le capacità simboliche e la nebulizzazione del senso del limite rende sempre più difficile avere a che fare con le angosce e con le perdite, coltivare dubbi e un senso di responsabilità, la parola che da forma al non detto dentro ognuno di noi (e che quando manca lascia preda di un agire acefalo) non è solo contenuto, è anche atto sociale e relazione, cura e cultura. Quanto pensi che la buona letteratura possa favorire le risorse del pensiero? Credi che gli psicoanalisti, al di fuori della stanza d’analisi, potrebbero contribuire a diffondere una cultura di maggiore consapevolezza? 

FC: La buona letteratura, ma direi più in generale l’arte, possono avere un ruolo determinante a favorire le risorse del pensiero. Credo che noi psicoanalisti dovremmo favorire, proprio lasciandoci contaminare dal messaggio artistico, il diffondersi di un pensiero e di un approccio evolutivo che ci aiuti ad affrontare le drammatiche situazioni legate alle sfide enormi di questa epoca di cambiamenti radicali. Il confronto continuo e creativo tra psicoanalisi e diverse discipline e approcci culturali, dovrebbe essere ancora di più al centro del nostro impegno, non solo professionale.

DF: Nelle Lezioni americane Calvino richiamava il pericolo di perdere la funzione fondamentale dell’immaginazione, che la capacità di evocare immagini in assenza si atrofizzi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate. Invocava una pedagogia dell’immaginazione, per apprendere a elaborare le proprie visioni interiori, senza lasciarle soffocare sotto questa realtà aumentata in fruizione passiva né ammorbarle in un confuso fantasticare, perché quelle epifanie cariche di significati che spesso fondano l’immaginazione letteraria, animino una scrittura creativa che dia ordine e intenzione a quelle invenzioni. Immaginare ci serve a costruire le rappresentazioni con cui conosciamo noi stessi, gli altri, la realtà che ci circonda, con cui colmiamo i vuoti del pensiero razionale e pensiamo l’invisibile. “Il romanzo non indaga la realtà, ma l’esistenza. E l’esistenza non è ciò che è avvenuto, l’esistenza è il campo delle possibilità umane, di tutto quello che l’uomo può divenire, di tutto quello di cui è capace” (Kundera, L’arte del romanzo).

Pensi che la rivoluzione dei media, insieme alle enormi possibilità che ci ha aperto, destini al cambiamento i libri e gli spazi della lettura che nutrono l’immaginario e la funzione narrativa che fonda l’umano? 

FC: Si tratta di un tema estremamente complesso, perché ci interroga sulla nostra capacità di utilizzare al meglio gli strumenti tecnologici che tanto hanno fatto progredire il nostro vivere, senza che il modello di una tecnologia sempre più presente nella vita quotidiana e quindi nelle nostre menti, finisca per inaridire la parte più creativa della nostra psiche. La scrittura, che viene dall’evoluzione della parola, è considerata antropologicamente una delle più straordinarie conquiste evolutive, è quindi difficile immaginare che i libri scompaiano dalla vita delle future generazioni. Certo rimane la nostra sfida a stimolare i giovani a capire quanto la lettura di un libro rimanga, come dici, il nutrimento dell’immaginario e di quella funzione narrativa che fonda l’umano.

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