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“La Grazia” di Paolo Sorrentino. Recensione di Amedeo Falci

Recensioni Cinema
"La Grazia" di Paolo Sorrentino. Recensione di Amedeo Falci

Parole chiave: transfert, controtransfert

Autore: Amedeo Falci

Titolo: La Grazia

Dati sul film: Regia di Paolo Sorrentino, Italia, 2026, 131’

Genere: Drammatico

Il (contro)transfert del Presidente e il sottotesto dei generi.

[Avverto i lettori che nella nota sono inevitabili alcuni essenziali riferimenti alla trama]

 L’ultimo semestre di carica di un Presidente della Repubblica Italiana. Tra bilanci personali, familiari ed esitazioni riguardo gli ultimi suoi decreti: la concessione della grazia a due condannati per gravi delitti e la firma alla promulgazione della legge per l’eutanasia.

Dopo i percorsi autobiografici (È stata la mano di Dio, 2021), e l’ambizioso tentativo di una mito-sociologia napoletana (Parthenope, 2024), Sorrentino ritorna ai ritratti di uomini al potere. Non di quelli dal narcisismo esibizionista tracotante imponente (Loro, 2018), ma di quelli soli ed isolati nella sontuosa sala delle istituzioni (Il divo, 2008; ma anche The Young Pope, 2016, e The New Pope, 2020). Se il percorso attraverso le stanze (e le feste) del potere romano era, ne La grande bellezza (2013), il mezzo attraverso cui gettare uno sguardo impietoso, ironico e grottesco sulla decadenza della città (e della nazione), qui — ne “La Grazia” — l’immagine segue in maniera stretta la più alta carica istituzionale nei suoi più intimi percorsi, senza avere niente di quel pedinare con distacco, disincanto e sarcasmo il divo Andreotti. Qui, ne “La grazia”, il regista sembra del tutto aderente — tranne qualche ironico graffio — al pensiero e allo stile del Presidente, accreditandone le virtù dell’equilibrio, della ponderazione e persino della “democristiana” procrastinazione del Sovrano, tutti baluardi contro l’impulsività delle scelte politiche (e morali).

Un’opera che sembra aver convinto molto il vasto pubblico dei suoi estimatori (tra cui chi scrive), che sente il “proprio amato regista” finalmente recuperato nella sua caratterizzante estetica e poetica, dopo alcune ultime incerte prove. Il vertice (vortice?) di tale unanime consenso risulta chiaramente nell’avvincente e coraggioso (perché “fuori moda”) tema della Grazia. Un concetto, in vero, di molteplici accezioni, qui un po’ semplificato e reso — oltre che come atto di clemenza del Capo dello Stato verso un condannato — come un invito al valore e all’eleganza del dubbio, del pensare, del riflettere, del meditare, che introducono all’alta responsabilità della scelta; ma anche con estensioni del senso della Grazia persino alle riflessioni sul senso ultimo della vita.

Ma la Grazia, nell’accezione cattolica a cui Sorrentino fa anche esplicito riferimento, magari con una certa caricaturalità — i dialoghi del Presidente con un’originale figura papale, che purtroppo non ha nulla a che vedere con la ricca scrittura di The Young Pope —, la Grazia, dicevo, è incondizionato favore di Dio, donum ab-solutum da qualsiasi obbligo del donatore e da qualsiasi merito del destinatario. Grazia è imperscrutabile percorso di concessione che promana dall’alto verso il basso. Per cui, di contro alla torsione edulcorata, laicizzata e riflessiva che si vuole conferire al concetto di Grazia nel film, la sua attualizzazione dalla religione alla storia, rimanda ineluttabilmente all’assoluta e gratuita (dallo stesso etimo del lat. gratus, gratia) benevolenza del Sovrano, che decide del reo attraverso una propria personale, immotivabile ed irrevocabile scelta.

Tuttavia, la sofisticata costruzione del Presidente come integerrimo giurista e studioso, uomo pacato, saggio e di passo felpato, è attraversata da una profonda crepa che ne incrina l’effige marmorea. Un’incalzante ossessione di gelosia, fino a fantasie omicidiarie (!), per un trascorso tradimento da parte dell’amatissima scomparsa moglie, che persino la figlia ritiene risibile dopo quarant’anni, ma che non trattiene il Presidente (direbbero gli psicoanalisti) da diversi ridicoli agiti.

Ebbene, quel colloquio diretto tra il Presidente ed il potenziale graziando, va da sé che sia nella realtà un’inammissibile anomalia costituzionale, istituzionale e giuridica, una falla di sceneggiatura nell’impeccabile immagine di un Presidente “costituzionalissimo”. Una scena che serve tuttavia a Sorrentino per drammatizzare il confronto tra due personaggi. Non di meno, in quel colloquio, come si fa a non considerare che il giudizio ponderato ed imparziale del Presidente — la neutralità dei presidenti — su un uxoricida sia fortemente inquinato dal suo transfert del suo fantasma omicidiario verso la propria moglie? Transfert aggravato, se vogliamo, da un controtransfert concordante (Racker, 1968) — mi indentifico nell’omicidio che tu hai saputo realizzare — e complementare — mi identifico con la persona da te non amata (tua moglie, ma anche io stesso non amato da mia moglie che mi ha tradito). Ma allora il Presidente decade a Sovrano Assoluto che decide, sulla base della propria umoralità affettiva (e non della moralità giuridica della Grazia), dell’irrevocabile ultima parola sul reo, il quale ricade, persino, dalla categoria del corrigendo alla categoria del perverso psichico (“è rotto dentro”). Ripassare Foucault e Basaglia.

Mi chiederei se non si tratti di una vistosa smagliatura di sceneggiatura che contraddice proprio quel filum della Grazia come ponderatezza, saggezza, eleganza ed equilibrio che percorre un po’ troppo forzatamente ed ideologicamente l’opera. Oppure, si potrebbe pensare che il severo giudizio sull’uomo reo omicida sia proprio funzionale contrappeso all’altra scelta: l’esplicita dichiarazione di un “politicamente corretto” a favore della condizione femminile umiliata, sottomessa, violentata e degradata, di cui alla fine viene riconosciuto il diritto a difendersi.

Un sottotesto sui “generi”, quindi, che accompagna in sottotraccia il testo ufficiale del film intorno alla Grazia come saggezza equilibrata che matura nell’età anziana delle passioni spente, in prossimità di quell’orizzonte di mistero che ci attende (anche se gelosia, rancore e vendicatività covano sempre).

Infine, in un’intenzione filmica che vuole presentarsi politicamente corretta ed avanzata sulle questioni di genere, e “in favore delle donne” — vedi la figlia del Presidente, bravissima giovane giurista e single (ma si ravvedrà…) — come si spiega che se il tradimento di una moglie è con un’altra donna, il marito giurista equilibrato allora si tranquillizza e fa anche pace con l’altra, ma se scoprisse che se il tradimento sia stato con un uomo farebbe ancora il pazzo? Non siamo, malgrado tutto, dentro i noti costrutti sociali? Vale a dire che alla donna che “tradisce” — e già il senso del verbo dice tutto — non si attribuisca un suo autonomo desiderio romantico, amoroso e/o sessuale, ma che ella sia solo un elemento accidentale in una partita di possesso, controllo, rispetto e ranghi che è solo tra uomini.  Anche per i Presidenti.  

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  • Racker, H. (1968), Studi sulla tecnica psicoanalitica. Transfert e controtransfert. Astrolabio, Roma, 1970.

“La Grazia” di Paolo Sorrentino. Recensione di Amedeo Falci Monica Castellini

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