Parole chiave: Psicoanalisi; Scienza; Inconscio; Neuroscienze; Tecnoscienza.
Sarantis Thanopulos torna sul controverso statuto scientifico della psicoanalisi, interrogando insieme i limiti dell’ideale positivista e le trasformazioni contemporanee del sapere scientifico. Una riflessione sulla conoscenza come esperienza necessariamente incompleta e trasformativa, contro la pretesa tecnoscientifica di far coincidere calcolo, previsione e realtà.
La psicoanalisi e la scienza
Sarantis Thanopulos
Fin dal suo affacciarsi al mondo, con le straordinarie intuizioni di Freud sulla natura e il significato dei sogni, la psicoanalisi è stata oggetto di forti attacchi e accusata, allora come oggi, di essere una “falsa scienza”. Freud, difendendosi, paragonò sé stesso a Copernico e a Darwin. Alle due umiliazioni inflitte dai due scienziati al nostro narcisismo (togliendo centralità alla terra il primo e rivelando l’origine animale dell’essere umano il secondo) egli avrebbe aggiunto una terza: la dimostrazione dell’esistenza dell’inconscio e del fatto conseguente che l’Io cosciente non è padrone in casa propria.
Copernico e Darwin hanno portato scompiglio nella nostra concezione ordinata e antropocentrica del mondo. Lo scompiglio ha promosso uno straordinario sviluppo della scienza e rivoluzioni continue dei suoi paradigmi, liberandola in gran parte dal suo bisogno di certezze e di dogmi. Tuttavia, l’emancipazione dalle cosmoteorie di cui era in partenza debitrice ha prodotto nella scienza anche una progressiva crisi identitaria i cui effetti si vedono con più chiarezza oggi. In nessun modo essa può più pensarsi “esatta”, in grado di far coincidere con la realtà la conoscenza che produce. Più si espande e si arricchisce più deve riconoscere la natura insatura dei suoi compimenti e il rapporto costitutivamente asintotico con i suoi obiettivi. Non dispone di una sua configurazione “unitaria”: segue prospettive diverse, è abitata da “intervalli conoscitivi” che impediscono l’annessione di una delle sue discipline da parte di un’altra e impongono il dialogo tra di loro. Inoltre, ogni sua singola disciplina è attraversata da contraddizioni (la teoria della relatività e la teoria quantistica sono entrambe valide e, insieme, in contrasto tra di loro).
Più la scienza, sviluppandosi, si è trovata nella condizione di rinunciare a una misurazione precisa del mondo, più si è capito che il nostro modo di vedere la realtà non avanza in modo frontale, portando un suo pezzo dopo un altro alla vista fino alla composizione finale di un puzzle. Procede, invece, per dislocamenti continui dello sguardo non destinati a comporsi idealmente in un’unica compiuta rappresentazione. Questi dislocamenti, che stabiliscono connessioni tra ciò che si vede e ciò che si potrebbe e (al tempo stesso) non si potrebbe vedere, offrono visuali insolite che illuminano il senso della realtà nel segno della sorpresa e della meraviglia. Coniugano la scoperta con l’imprevedibilità e rivelano una verità che, nel suo nucleo essenziale, non resiste molto ai tentativi di una sua interrogazione (Dürrenmatt). Lo sviluppo logico di una scoperta scientifica che rende in parte possibile la sua applicazione nel rapporto con le condizioni oggettive della nostra esistenza tende a oscurare la sua verità, a chiuderla in un sistema codificato di conoscenze che ne smorza la potenza innovativa. I manuali delle applicazioni scientifiche fanno morire una parte del movimento e della forza vitale della scoperta scientifica come fanno le foto con gli eventi che hanno “immortalato”.
La crisi dell’ideale positivista di una scienza infallibile, capace di attraversare indenne i test della sua falsificazione (Popper), è stata aggravata dalla concezione psicoanalitica dell’essere umano come essere radicato in un fondo di conoscenze “vissute” ma non concepite (inconoscibili sul piano di una loro significazione codificata) e anche soggetto a rimozione di aree primarie del proprio sapere a causa di conflitti erotico-affettivi. Le grandi scoperte scientifiche nascono nel segno della discontinuità e della lateralità, non seguono un’evoluzione continua e lineare. Nessuna di esse è stato il prodotto di un’elaborazione logica coerente (essa entra in gioco nel momento successivo della loro spiegazione). Sono una realizzazione del pensiero collettivo e insieme la realizzazione di un desiderio, di una passione personale in parte inconscia che prende forma nella “cecità” volontaria dello sguardo indagatore (Freud), nel chiudere gli occhi per penetrare nell’oscurità (carica di potenzialità) a cui il ragionamento puro alle prese con uno spazio sconosciuto porta.
Freud, egli stesso non immune all’ideale positivista, non immaginava forse che la ferita inflitta con la sua scoperta del pensiero inconscio al narcisismo umano fosse molto più forte per l’ego di una parte degli scienziati (quelli più compromessi con la gestione del potere) che per i “comuni mortali” (vittime casomai di un’idealizzazione della psicoanalisi come scienza salvifica). L’ego positivista degli scienziati ha prodotto una reazione lenta ma forte di rivalsa che ha assunto oggi il carattere di un’azione prepotente. Giorgio Agamben ha affrontato la questione in “Cos’è il reale” (Neri Pozza 2016) legandola allo sviluppo del calcolo probabilistico (radicato nella logica della meccanica quantistica): “Il principio che regge il calcolo è la sostituzione o la sovrapposizione della sfera della probabilità a quella della realtà. Chi agirà tenendo conto della probabilità si atterrà a questa sovrapposizione e dovrà ammettere più o meno tacitamente che essa, pur non avendo determinato mai un singolo caso reale, può tuttavia, malgrado l’evidente paralogismo, influenzare in una certa misura le sue scelte rispetto alla realtà.”
La sostituzione dell’algoritmo probabilistico alla realtà si è alleata con l’uso improprio delle neuroscienze come paradigma unificante di tutto lo scibile sull’umano, come fondamento di un sapere supposto coscienza pura che ha trovato nell’intelligenza artificiale delle “reti neurali” un sostegno forte. La tecno-ideologia autocostituitasi come scienza totale costruisce una sua realtà (un recinto isolato dal resto del mondo e in rottura progressiva con esso), dove ogni cosa può essere predeterminata. Attacca la psicoanalisi, suo naturale antagonista, in nome dei fatti oggettivi prodotti dai suoi dispositivi procedurali, su un piano parallelo a quello dei fatti reali, e ogni sua critica è rivolta alla scienza nel suo insieme.
La psicoanalisi offre alla scienza, grazie alla sua dimensione clinica (la fonte di tutte delle sue teorie e anche lo strumento della loro costante verifica) una prospettiva interessante sulla questione centrale della corrispondenza tra l’oggetto conoscitivo e l’oggetto reale. Secondo la prospettiva psicoanalitica c’è una reale corrispondenza, che non è mai coincidenza, solo se la conoscenza (che si tratti della teoria sui sogni o della teoria della relatività) nasce da una nostra trasformazione, affettiva e mentale, all’interno di una relazione di scambio con l’oggetto reale che rispetta il suo “idioma” e lo assume nel nostro mondo interno. La trasformazione ci consente di prendere buona cura delle nostre relazioni e del nostro rapporto con il mondo.