Parole chiave: senso vitale, senilità
Autore: Leonardo Resele
Titolo: “Place to be”
Dati sul film: regia di Kornél Mundruczó, Australia, 2026, 104 minuti
Genere: road-trip comedy-drama
C’è qualcosa di psicoanaliticamente suggestivo già nel piccolo espediente narrativo da cui prende avvio “Place to Be”, il film di Kornél Mundruczó scritto da Kata Wéber. Brooke, una vedova novantatreenne interpretata da Ellen Burstyn, intraprende un viaggio da Chicago a New York per riportare al proprietario un piccione viaggiatore smarrito. Nel percorso incontra Nelson, interpretato da Taika Waititi, un uomo molto più giovane di lei, a sua volta alle prese con una vita che sembra aver perduto direzione.
Qualcuno si è perduto e deve essere riportato a casa. È il piccione, naturalmente. Ma ben presto comprendiamo che la condizione dello smarrimento appartiene, in forme diverse, anche ai due protagonisti.
Mundruczó costruisce intorno a questa premessa un road movie delicato, a tratti divertente, nel quale il viaggio geografico diventa progressivamente un movimento interno. Brooke e Nelson appartengono a generazioni diverse e portano con sé differenti esperienze di perdita, fallimento e solitudine. Il film evita però di organizzare il loro incontro secondo la prevedibile complementarietà tra una donna anziana depositaria della saggezza e un uomo più giovane che avrebbe ancora qualcosa da imparare. Nessuno dei due possiede ciò che manca all’altro. È piuttosto la relazione che, costituendosi, produce qualcosa che prima non esisteva.
In questo senso “Place to Be” racconta con particolare sensibilità ciò che può accadere quando un nuovo investimento affettivo interrompe una condizione di ripiegamento. Non necessariamente un amore, dunque, ma la disponibilità a essere nuovamente toccati dalla presenza di un altro.
Ellen Burstyn e Taika Waititi hanno raccontato che qualcosa di analogo è accaduto anche durante la lavorazione: tra due attori separati da oltre quarant’anni di età è nata un’amicizia inattesa. Burstyn ha parlato della sorpresa e della gioia, in questa fase della propria esistenza, una relazione nuova; Waititi l’ha definita un dono «strano e bellissimo».
È forse qui che il film si sottrae alla rappresentazione più convenzionale della vecchiaia. Brooke non è semplicemente una donna che ricorda. Desidera ancora. E il desiderio implica futuro: presuppone che qualcosa possa ancora accadere, che l’oggetto non appartenga soltanto a ciò che è stato perduto e ricordato, ma possa essere nuovamente cercato e investito.
È difficile non pensare, con discrezione, a Freud e al suo “Lutto e melanconia” (1917). Elaborare la perdita non significa cancellare l’oggetto perduto, né dimenticarlo. Significa rendere progressivamente possibile che l’energia psichica non rimanga interamente legata a ciò che non c’è più e possa tornare a rivolgersi al mondo. “Place to Be” racconta qualcosa che con questa possibilità ha molto a che fare: continuare a vivere non significa tradire ciò che abbiamo perduto.
Brooke porta con sé la propria storia, ma non ne rimane prigioniera. L’incontro con Nelson apre semplicemente uno spazio nel quale può comparire qualcosa di nuovo.
Ed è uno spazio che richiama anche Winnicott (1958): La capacità di essere soli, nella sua formulazione apparentemente paradossale, non coincide con l’isolamento; nasce dall’esperienza di poter essere se stessi in presenza di qualcuno che non invade e non pretende. Brooke e Nelson sembrano progressivamente concedersi proprio questo. Non devono salvarsi reciprocamente, né completarsi. Possono accompagnarsi. La relazione diventa allora un luogo nel quale ciascuno può tornare a sentire qualcosa di sé.
Il piccolo Intruder, trasportato nella sua gabbia, accompagna tutto questo come una metafora discreta. Bisogna riportarlo al luogo al quale appartiene. Ma che cosa significa appartenere a un luogo? E soprattutto: il nostro posto è necessariamente quello dal quale proveniamo, quello assegnatoci dalle relazioni familiari, dall’età, dalle abitudini accumulate?
Il titolo “Place to Be” acquista così progressivamente un significato meno fisico e più psichico. Il “posto in cui essere” non coincide necessariamente con la casa e neppure con l’identità che abbiamo costruito nel corso degli anni. Può essere anche uno spazio nuovo che diventa pensabile attraverso l’incontro con l’altro.
La coincidenza tra il personaggio e l’interprete rende questa riflessione particolarmente intensa. Ellen Burstyn è arrivata a Venezia a 93 anni per ricevere il Leone d’Oro alla carriera, mentre presenta un film nel quale non occupa una posizione testimoniale o celebrativa: è ancora la protagonista che mette in moto la storia. Alla Mostra ha ricordato quanto profondamente sia cambiato il posto delle donne nel cinema durante i suoi oltre sessant’anni di lavoro, dagli anni in cui dietro la macchina da presa c’erano quasi esclusivamente uomini, alla realtà odierna, ancora imperfetta, ma radicalmente trasformata.
Forse ancora più interessante, pensando a “Place to Be”, è la semplicità con cui Burstyn ha spiegato che cosa possa spingerla oggi ad accettare un nuovo progetto: se una storia la fa ridere, va bene; se la fa piangere, va bene; se riesce a fare entrambe le cose, ancora meglio. Burstyn non parla di un passato glorioso da custodire, né della necessità di dimostrare che a 93 anni si è ancora capaci di lavorare. Parla di ciò che può emozionarla adesso. E ha ammesso di non avere mai immaginato che a questa età avrebbe continuato a interpretare ruoli da protagonista: ciò che permane è il piacere profondo per un mestiere scelto per passione.
In questo incontro tra attrice e personaggio, “Place to Be” dice qualcosa particolarmente interessante: l’identità non è necessariamente definita e conclusa mentre siamo ancora vivi. Possiamo portare dentro di noi gli oggetti perduti e tuttavia investire ancora nel presente. Scoprire che qualcuno che ieri non esisteva nel nostro mondo psichico oggi vi occupa un posto. La psicoanalisi conosce bene la forza della ripetizione, la persistenza degli oggetti interni, la difficoltà di separarsi da ciò che è stato. Ma conosce altrettanto bene la capacità della psiche di creare nuovi legami. È il concetto questo, che corrisponde alla visione moderna della vecchiaia come fase evolutiva della vita.
“Place to Be”, con leggerezza e senza mai trasformarsi in un trattato sull’invecchiamento, sembra ricordarci proprio questo: finché permane la possibilità di investire affettivamente nel mondo e negli altri, il futuro psichico non è completamente chiuso.
Forse è questo, alla fine, il vero viaggio di Brooke. Non trovare il posto dove tornare, ma scoprire che può esistere ancora un posto dove andare.
Riferimenti bibliografici
Freud S. (1917). Lutto e melanconia, O.S.F., 8.
Winnicott D. (1958). La capacità di essere solo, Armando (1970)