Cultura e Società

“La persona peggiore del mondo” di Joachim Trier. Recensione di Leonardo Resele

Recensioni Cinema
"La persona peggiore del mondo" di Joachim Trier.  Recensione di Leonardo Resele

Parole chiave: Desiderio, Identità 

Autore: Leonardo Resele

Titolo: “La persona peggiore del mondo” (“Verdens verste menneske”)

Dati sul film: regia di Joachim Trier, Norvegia, Francia, Svezia, Danimarca, 2021, 128’.

Visibile in abbonamento: Amazon Prime Video e MYmovies ONE. Noleggio o acquisto digitale: Apple TV, CHILI e Rakuten TV

Genere: Commedia drammatica / Romantico

Julie ha quasi trent’anni e molte vite davanti a sé. Studia medicina, poi decide che ciò che davvero le interessa è la mente umana e passa a psicologia; poco dopo scopre di avere una “mente visiva”, compra una macchina fotografica e cambia ancora strada. Anche gli amori sembrano seguire la stessa dinamica: una possibilità si apre, prende forma, poi qualcosa non coincide più con ciò che Julie aveva immaginato.

Joachim Trier racconta tutto questo con una leggerezza ingannevole. “La persona peggiore del mondo” procede per dodici capitoli, preceduti da un prologo e seguiti da un epilogo, quasi raccogliesse frammenti di una vita. Julie attraversa Oslo con l’energia di chi sente che qualcosa deve ancora cominciare e l’inquietudine di chi teme di essere già in ritardo. È una giovane donna a cui il tempo ha offerto tante possibilità che le generazioni precedenti difficilmente avevano avuto: può scegliere cosa studiare, che lavoro fare, chi amare, se costruire una famiglia. E può, apparentemente, ricominciare ogni volta. Ma qui Trier introduce il dubbio più interessante: cosa accade quando l’ampliarsi della libertà rende non più facile scegliere, ma ogni scelta più precaria?

Julie appartiene alla generazione dei Millennials: quella cresciuta dentro un mondo nel quale l’identità può essere continuamente ridefinita, confrontata, esposta.

Trier ha osservato che siamo circondati da un’enorme quantità di informazioni e possibilità, quasi dovessimo costruire un brand di noi stessi; diventa più difficile compiere scelte “da dentro”, perché il confronto con gli altri è continuo. Ormai abbiamo interiorizzato anche i social media, che plasmano e influenzano il nostro modo di pensare (Lemma, 2026).

L’inquietudine di Julie assume così un significato diverso. Non è semplicemente una donna che “non sa cosa vuole”. Desidera molto, ma quando il desiderio assume una forma, comporta la rinuncia alle altre possibilità. Cambiare, allora, può diventare un modo per mantenere aperto il possibile. Julie sembra combattuta tra vero e falso Sé, quasi si chiedesse “In quale delle mie possibili identità riesco a sentirmi reale?” (Winnicott, 1971; Bollas, 1987).

Poi Julie incontra Aksel. Più grande di lei, è un autore di fumetti affermato, con una storia, un lavoro, un’identità riconoscibile. Tra loro nasce un amore vero, affettuoso, complice. Ma proprio perché reale, quell’amore pone domande che Julie non può più eludere. Cosa significa costruire una vita insieme? Quando una possibilità diventa una scelta? E a quanto di noi stessi dobbiamo rinunciare perché una scelta possa durare?

Trier affronta la tensione tra la fantasia di ciò che immaginiamo possa essere la nostra vita e la realtà di ciò che essa diventa. Julie crede nella possibilità di cambiare identità, finché non comincia a incontrare i limiti del tempo e di sé stessa.

Una sera Julie entra quasi per gioco in una festa di un matrimonio alla quale non è stata invitata. Lì incontra Eivind. Anche lui ha una relazione. I due inventano una sorta di esperimento sentimentale: quanto possono avvicinarsi senza tradire davvero? Si parlano, si provocano, condividono segreti, odori, gesti, una crescente intimità, cercando il punto oltre il quale ciò che fanno dovrebbe acquistare un altro nome. Un’intimità costruita su sguardi, sorrisi e parole, evitando il vero contatto fisico. È una delle scene più seducenti del film: sotto il gioco affiora una domanda seria: possiamo vivere un desiderio senza che produca conseguenze?

Trier dà a questa fantasia una forma cinematografica straordinaria. Per qualche istante, il tempo si ferma: Oslo, le automobili e i passanti rimangono immobili, mentre Julie corre attraverso la città. Un’incursione nel “tempo interiore” della protagonista.

Forse Julie vorrebbe questo: poter sospendere il tempo abbastanza a lungo da vivere una possibilità senza perderne altre. Qui il film comincia a sottrarsi a ogni giudizio morale sulla protagonista. Trier non assolve Julie, ma neppure la condanna. Del resto, il titolo non indica davvero “la persona peggiore del mondo”: il regista ha spiegato che in Norvegia è un’espressione autoironica, usata quando ci si sente falliti sul piano personale.

La domanda diventa allora più sottile. Cosa accade a una generazione alla quale è stato detto che avrebbe potuto scegliere tutto? Trier non rimpiange un passato di identità obbligate e destini prestabiliti: difende la libertà di scegliere la propria esistenza, gli amori, e persino se avere o no figli. È forse questo che rende il film più di una raffinata storia sentimentale contemporanea. Affiora una domanda che appartiene al nostro tempo, non soltanto ai giovani: quanta libertà possiamo sopportare senza trasformarla nell’impossibilità di scegliere? Trier non risponde. Ci accompagna nella vita di Julie finché il tempo, gli altri e la realtà cominciano a porle limiti. E proprio da quel momento la sua storia prende una direzione che è meglio lasciare al film il compito di raccontare.

Riferimenti bibliografici

Bollas C. (1989), L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato, Raffaello Cortina Editore, Milano

Lemma A. (2026), Psychotechnical Becomings Psychoanalysis, Identity, Desire, and Mourning in the Age of AI and Digital Mediation, Routledge, Londra

Winnicott D. (1971), Gioco e realtà, Armando Editore (2020)

“La persona peggiore del mondo” di Joachim Trier. Recensione di Leonardo Resele Monica Castellini

Ti potrebbe interessare...