Parole chiave:Intelligenza artificiale; Pensiero; Dipendenza; Disincarnazione; Psicoanalisi
Nell’articolo pubblicato su HuffPost il 26 settembre 2026, Sarantis Thanopoulos riflette sui rischi psichici e sociali connessi alla crescente delega del pensiero e delle decisioni all’intelligenza artificiale. Al centro della sua riflessione, la dipendenza dai dispositivi algoritmici e la progressiva passivizzazione dell’esperienza soggettiva. Una critica, in prospettiva psicoanalitica, all’ideale di una mente disincarnata, separata dalla vita affettiva e relazionale.
Se l’Ai comincia a pensare al posto nostro
Sarantis Thanopulos
Dell’ Intelligenza artificiale cominciano a preoccuparsi sul serio tutti, perfino coloro che la producono (perché sta manifestamente sfuggendo loro di mano e anche perché, si dice, potrebbero trarre vantaggio dagli investimenti nel suo “miglioramento”). Le preoccupazioni sono tutte fondate e serie. La manipolazione e la costruzione artificiale della realtà hanno conquistato uno spazio formidabile, anche perché fanno mercato. I meccanismi di controllo, diretto e indiretto, sulle nostre vite che l’IA consente hanno raggiunto livelli impensabili. I volumi della speculazione finanziaria ad essa collegata sono tali da far temere e prevedere l’esplosione di una bolla economica. La perdita dei posti di lavoro, già in atto, si preannuncia catastrofica. Più si usa l’IA per scopi militari, più si incentivano le guerre. Le quantità di acqua che la raccolta di dati per la sua produzione richiede sono enormi e ciò è destinato ad aggravare la crisi idrica. Si è visto ultimamente che i suoi sistemi di elaborazione possono autonomizzarsi dalle loro istruzioni e attaccare i sistemi di difesa delle imprese che dovrebbero proteggere.
A favore dell’IA si dice che migliorerà molto le condizioni materiali della nostra vita il che è senz’altro una sua potenzialità reale. Non è, tuttavia, su questa potenzialità che il suo sviluppo e il suo uso puntano attualmente. Guerre, pandemie, crisi climatiche, povertà e drastica limitazione del diritto universale alla salute, minacciano molto seriamente la nostra esistenza materiale e sembra che il nostro acclamato sviluppo tecnologico non le contenga, ma le ignori.
L’elaborazione rapida e sofisticata delle informazioni e delle conoscenze che con l’IA si ottiene, permette una precisione e un’efficienza senza precedenti nella costruzione del substrato logistico della nostra vita. Tutto dipende, tuttavia, da chi decide gli obiettivi del miglioramento logistico e le sue priorità in rapporto alla qualità della nostra esperienza vissuta. Le due grandi promotrici dell’IA, l’America e la Cina, seguono la strada di una sua chiara impostazione oligarchica che non tiene conto dell’interesse comune. Si profilano regimi in cui pochi gestiranno la produzione e la distribuzione dei beni, la costruzione delle infrastrutture e i dispositivi dell’amministrazione statale, destinando ai molti una condizione di servitù permanente. Che ciò si verifichi è da vedere, perché è in contraddizione con la nostra sopravvivenza materiale, ma la spinta in questa direzione è reale.
Poiché i problemi sono gravi, colpisce l’assordante silenzio della grande maggioranza dei politici, a cui spetterebbe la loro soluzione. L’inettitudine del potere politico non è solo il risultato del suo declassamento a favore del potere economico. Conta molto anche il fatto che la critica allo sviluppo e all’uso sregolati dell’IA incontra resistenze psicologiche importanti. Esiste una dipendenza mentale, inconscia nelle sue radici, dai dispositivi del pensiero calcolatore a cui la maggioranza di noi cede sempre di più il potere di pensare e di decidere al nostro posto. Ci si rivolge all’IA per sostituirla al parere degli esperti o delle persone competenti e questa attitudine, che privilegia il “fai da te” appoggiato a un archivio di informazioni impersonale, può fare comodo se si dispone di un pensiero critico e di un’abilità di risolvere il problema che si affronta. Sulla base di questa attitudine si è creata però la convinzione (che sta alla base di un agire sempre più determinato e incosciente) che nel futuro si potrebbe fare a meno dei medici, dei matematici, dei giudici, degli scrittori e degli artisti. Le follie sono frenate alla fine dai danni che fanno, ma i danni è meglio prevenirli che contarli sulla propria pelle.
L’uso delle ChatGPT ha reso la dipendenza “drogante”. Si affidano ad esse la scelta dei vestiti, dei luoghi da frequentare, ma anche dei partner, si dà loro delega per lo svolgimento di compiti amministrativi, la scrittura di testi, la confezione di lettere private, le si ingaggia perché interpretino i nostri sogni e i nostri sentimenti, perché ci diano consigli sulle nostre relazioni o su questioni esistenziali. Ci sono certamente persone che usano le ChatGPT, e in genere l’IA, in modo limitato, costruttivo e perfino divertente. È, nondimeno, innegabile che la tendenza generale è ben altra: la passivizzazione del pensiero, la sostituzione dei sentimenti con le formule e un grado diffuso di inerzia (pigrizia) psichica.
Il punto critico del nostro rapporto con l’IA è l’idea che essa possa sostituire il pensiero umano. Ha rinforzato questa credenza la costruzione dell’IA “generativa” che può svilupparsi per conto suo, andando ben oltre le intenzioni dei suoi istruttori. Essa sfrutta la capacità di un sistema di elaborazione algoritmica di autogenerarsi perpetuamente. Una volta avviatasi, la speculazione logica libera dalle limitazioni a cui la realtà sottopone la mente umana può continuare all’infinito: manipolando i materiali iniziali osservativi e teorici a sua disposizione ne crea nuovi, produce dati “sintetici” che le servono per continuare la propria espansione. La sua generatività non è creatività: non crea nulla che possa esistere al di fuori di sé stessa. Più diventa generativa, più si dissocia dalla realtà, si centra sulla propria autoriproduzione (in modo omogeneo al diritto del più forte) e produce idee logicamente coerenti e farneticanti. In generale più un sistema logico si dissocia dalla realtà, più le sue formule si separano dalla nostra esistenza umana, a meno che non permettiamo che si applichino su di noi.
Sam Altman di “OpenAI” vede nell’IA un “genitore amorevole”: soffre di una sfiducia inconfessabile nell’essere umano e nella genitorialità e trova rifugio nell’idea bizzarra che la logica può costruire un amore sicuro che niente può portare via. Molti degli utenti delle ChatGPT cercano in esse l’amico immaginario dell’infanzia, l’anima gemella che (in tutte le sue forme definite o vaghe) li ha sostenuti nella loro solitudine (di cui non si rendevano conto i loro genitori). Se lo rappresentano immortale, senza corpo, emozioni e sentimenti, fatto solo di pensieri chiari, rassicuranti e compiacenti. Proiettano sulla sua figura un ideale di sé autistico “ad alto funzionamento cognitivo” e diffondono, senza esserne consapevoli, come modello di vita, l’autismo “intelligente”. Questo modello trova forte sostegno nella chimera di una mente incorporea, identificata con l’attività cerebrale, che si pensa poter riprodurre attraverso le “reti neurali artificiali”. Un riduzionismo visionario, che confonde l’essere umano con Dio. Se si affermasse realmente ci renderebbe sconosciuti e imprevedibili a noi stessi.