Parole chiave: meme; contagio; soggettivazione digitale; ritmo; appartenenza.
Di Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani
Six seven. Piccola teoria di un contagio
Girando per strada, ma anche nelle scuole e nei soggiorni di casa, insomma un po’ ovunque, capita sempre più spesso di imbattersi in ragazze e ragazzi che muovono gli avambracci in modo alternato, con i palmi rivolti verso l’alto, come se stessero soppesando qualcosa di invisibile e insieme perfettamente noto. Mentre si muovono in questo modo ripetono: “Six seven, six seven, six seven”
La scena è sempre la stessa da Chicago a Jakarta, passando per Roma, con quella qualità insieme buffa e inquietante che hanno i gesti quando smettono di appartenere a un corpo e diventano una specie di formula rituale. Sono impazziti?
La domanda merita meno allarme di quanto prometta e forse più attenzione di quanto sembri, a seconda di come si guardano il mondo, l’adolescenza e, soprattutto quei prodotti culturali che chiamiamo “meme”. Il gesto di cui stiamo parlando è infatti un meme in libera uscita che dai social si è spostato nelle conversazioni faccia a faccia. Siamo di fronte a frammento di rete che ha lasciato lo schermo e si è fatto muscolo con il suo ritmo e ha cominciato coreografare le interazioni. Un meme si aggira per il mondo, verrebbe da dire parafrasando Marx.
Come spesso accade, la sua origine si perde quasi subito nella mitologia digitale: c’è chi lo fa risalire alla Sessantasettesima Avenue di qualche città americana, chi a una firma lasciata da una gang di Chicago sui luoghi dei propri misfatti. Ma l’origine, oggi, possiede il fascino stanco delle genealogie troppo lineari; molto più interessante è osservare il momento in cui un segno qualunque, nato chissà dove, smette di significare qualcosa in modo preciso e comincia invece a circolare, ma lo fa alla maniera del virus: come un contagio il meme chiede solo di essere ripetuto.
A prima vista, six seven appartiene alla polvere luminosa della rete, a quel pulviscolo di formule, suoni, smorfie e frammenti che attraversano gli schermi con una rapidità che solitamente non lascia traccia. Due parole che rappresentano una scansione minima del tempo e costituiscono una piccola cellula sonora passano da un video all’altro, da una voce all’altra, da un corpo all’altro, con la leggerezza caotica di ciò che appare minore. Eppure, accade spesso che proprio questi oggetti minimi, quasi ridicoli nella loro inconsistenza, finiscano per rivelare una struttura. Six seven merita una certa attenzione proprio perché la sua apparente irrilevanza costituisce il suo valore teorico. In esso si lascia intravedere un tratto distintivo e specifico del presente: il fatto che una parte crescente della vita e della lingua – dunque del pensiero e dell’esperienza – contemporanei si organizzino sempre meno attorno alla trasmissione di contenuti stabili e sempre più attorno alla circolazione di unità ritmiche minime, capaci però di produrre una presa. Stiamo parlando di macchine di cattura estremamente contagiose.
Infatti, se decidessimo di avvicinare uno di quei ragazzi e chiedessimo “ma che significa”? la risposta probabilmente sarebbe “è six seven”, accompagnata da uno sguardo divertito e un po’ stupito, come se fosse strano che noi non lo sappiamo. Six seven funziona assai poco come messaggio tradizionale. Funziona piuttosto come shibbolleth (una parola d’ordine che include in una comunità chi la conosce e la utilizza) nelle modalità dell’aggancio e del contagio. La sua efficacia appartiene al registro del ritmo, come le filastrocche; della riconoscibilità immediata, come i tormentoni estivi; e della possibilità di essere rilanciato quasi senza attrito, come gli slogan pubblicitari.
Chi lo ripete non comunica semplicemente qualcosa: entra in una cadenza e si dispone in una catena di appartenenza mentre si accorda a una vibrazione già in corso. Potremmo quasi immaginare che in six seven il significante appare in una forma quasi pura, alleggerita dal peso dell’intenzione comunicativa, svuotata di un contenuto che chieda di essere chiarito, ma ancora pienamente dotata della sua forza di marchiatura. Il significante, in fondo, opera sempre anche così: taglia, connette, distribuisce posizioni mentre istituisce una perimetro tra chi si trova dentro una serie e chi ne resta fuori. Il meme rende visibile questo potere in una forma quasi elementare. Una piccola formula sonora diventa così un operatore di riconoscimento, una sigla di appartenenza e una particella simbolica capace di convocare un “noi” leggero ma reale.
Il fenomeno dice anche molto su come oggi si formano i soggetti. La soggettivazione digitale passa spesso attraverso piccole sequenze di questo tipo: si tratta di formule brevi che diventano ritornelli e di frammenti che si appoggiano alla voce o alla postura, o anche solo a come viene tagliato o girato un video. Basta che producano identificazioni rapide. In questi ambienti il soggetto (della frase e dell’esperienza vissuta) si costituisce allora meno come centro stabile di una interiorità che come punto di risonanza: diventa un luogo di passaggio che rappresenta un piccolo terminale in cui una catena trova momentaneamente corpo.
Milioni di ragazzini si trovano così a riprodurre quel gesto in milioni di video visti e riprodotti su scala globale. La rete, da questo punto di vista, assomiglia a una grande macchina di cattura. Ogni utente vi entra portando la propria singolarità, ma vi entra anche come superficie sensibile alla presa di queste unità minime, di questi significanti quasi senza peso, ma intensivi e ricombinabili. La loro potenza consiste nel fatto che toccano il punto in cui linguaggio e identificazione si saldano con la massima rapidità. Il soggetto li assume e subito li rilancia, magari modulandoli, e in quel breve gesto abita già una forma di appartenenza.
Una lettura di questo tipo permette anche di vedere più chiaramente il limite di un modello esclusivamente traduttivo della psiche, che per la psicoanalisi è ancora un modello forte ed elegante. Negli ultimi decenni, molta teoria ha pensato la vita psichica a partire dalla traduzione: un contenuto passa da un registro a un altro, resta qualcosa di eccedente, questo resto forma un nuovo testo, e il processo si prolunga. Si tratta di una prospettiva importante, perché coglie il lavoro retroattivo del senso, la riscrittura continua dell’esperienza e il carattere mai esauribile dell’elaborazione psichica. Eppure, oggetti come six seven indicano con grande chiarezza qualcosa che segue un’altra economia. Qui la questione riguarda poco la traduzione e moltissimo la propagazione. Six seven non si offre come materiale da decifrare, non si presenta come un testo che custodisce un significato in attesa della sua versione ulteriore. La sua forza appartiene a un altro regime. Vive di iterabilità, di infezione e di pressione ritmica. Attraversa la rete come un piccolo nucleo autonomo, capace di installarsi nelle menti e di rimettersi in viaggio praticamente intatto. Là dove il paradigma traduttivo continua a cercare senso, resto, rilancio del testo, il meme mostra particelle “aliene” che pulsano per attaccarsi e diffondersi, e nel diffondersi producono soggetto.
Ci vengono in mente autori come Bleger (2010) e Bion (1965) che possono divenire preziosi nel tentativo di cogliere alcune dinamiche. In Bleger, ad esempio, il nucleo ambiguo e simbiotico designa una zona primitiva della psiche, poco differenziata, persistente, una regione che il soggetto deposita negli ambienti, negli oggetti, nelle istituzioni e infine nei rituali della vita quotidiana. Il gruppo e l’ambiente nella forma della ripetizione condivisa custodiscono spesso questo fondo muto e ambiguo. Six seven sembra toccare esattamente tale piano. Agisce come un piccolo oggetto di deposito collettivo, una particella capace di ospitare una quota di indistinzione condivisa che funziona come un’adesione pre-riflessiva. La sua inconsistenza semantica favorisce questa funzione. Quanto più il significato resta esile, tanto più la forma ritmica può operare come supporto di una identificazione diffusa. Il meme costituisce allora una scena simbiotica a un livello molecolare: una zona in cui i soggetti si riconoscono attraverso la stessa vibrazione, dove abitano per un istante una stessa forma sonora per raccogliersi attorno a una cadenza comune.
Bion, dal canto suo, aiuta a descrivere la consistenza affettiva di questi oggetti. Gli elementi beta circolano come frammenti emotivi grezzi: sono urti, impressioni e schegge sensoriali che cercano contenimento e trasformazione. Il punto interessante della cultura della rete sta nel fatto che una quantità crescente di materiali linguistici sembra viaggiare proprio in questa forma: come nuclei poco trasformati ma altamente trasmissibili. Six seven veicola intensità prima di veicolare concetti. Produce un effetto di cattura che precede la comprensione. Si insedia nella mente come un ritornello e diventa un piccolo oggetto sonoro-affettivo, e da lì riparte. La piattaforma stessa funziona da immenso ambiente di trasmissione. La sua forza non consiste nel metabolizzare questi frammenti, ma nel favorirne la replicazione. Si ha così una circolazione continua di nuclei simbolici a bassa densità semantica e ad alta intensità ritmica. In questo paesaggio, il soggetto appare come il punto in cui tali frammenti si depositano per un istante, acquistano una variazione e poi riprendono il loro tragitto.
Si comprende allora perché fenomeni di questo tipo diventino qualcosa da prendere sul serio. Essi mostrano con chiarezza come il linguaggio contemporaneo, almeno in una parte considerevole della sua vita digitale, abbia assunto una forma fortemente granulare. La frase lascia il passo al frammento, l’argomento alla sigla, il contenuto alla pura presa. Questo passaggio racconta qualcosa di profondo sul nostro presente. Illustra che il legame sociale si costruisce sempre più spesso attraverso unità minime di sincronizzazione fondate attraverso ritmi condivisi, in cui i significanti sono ridotti alla loro soglia di massima iterabilità. In questa prospettiva, il meme costituisce una delle forme più istruttive della cultura contemporanea. La sua povertà lo rende potente. La sua leggerezza lo rende tenace. La sua brevità lo rende memorabile. E soprattutto, la sua forma minima lo rende adatto a operare là dove soggettività e collettivo si toccano in modo più incisivo.
C’è anche qualcosa inquietante in tutto questo. Questi nuclei ritmici che viaggiano nella rete possiedono spesso la compattezza di formazioni chiuse, con la tenacia di frammenti dotati di una forte coesione interna e di una grande capacità invasiva. Per questa ragione il paragone con nuclei psichici primitivi risulta fecondo. Non perché il meme debba essere patologizzato, ma perché la sua forma illumina una modalità di trasmissione in cui contano la condensazione, la compattezza, la ripetizione e l’adesione immediata. Il significante si fa pietruzza: piccolo, duro e levigato dalla circolazione, ma pronto a colpire molte superfici. Ogni rilancio lo consuma e insieme lo rafforza. In questo senso six seven costituisce una figura della vita psichica contemporanea: una scena in cui simbolico, affetto e collettivo si intrecciano attraverso un frammento minimo che pulsa più di quanto significhi.
Guai a considerare six seven come una semplice bizzarria dell’ecosistema digitale. È piuttosto una lente di ingrandimento. Attraverso di esso si vede una mutazione del rapporto tra lingua e soggettività. Si vede un simbolico che lavora per particelle lievi e ad alta circolazione, qualcosa che sta ridefinendo il campo del simbolico stesso, oggi molto meno legato alla rappresentazione di quanto sia stato nei tempi passati. Si vede una identità che si forma in modo intermittente, per agganci rapidi, per micro-catene, per appartenenze ritmiche. Si può notare anche il limite di una teoria che vorrebbe ricondurre ogni dinamica psichica all’orizzonte del senso e della sua traduzione. In questi oggetti minuti, la psiche segue spesso un’altra via: una via ritmica, adesiva e propagativa. Six seven si trova in quel punto in cui il linguaggio è molto poco epistemologico ed ermeneutico e sempre più ontologico (Ogden, 2021) ovvero: ripetizione, identità diffusa, contagio.
Questi fenomeni apparentemente insignificanti mostrano così una struttura delle macchine (umane-non umane) di soggettivazione con una precisione che gli oggetti più solenni spesso disperdono. Una formula trascurabile può allora spiegare molto sul nostro tempo. Può dire che il soggetto contemporaneo si forma anche attraverso eco, scarti e ritornelli che circolano in ambienti tecnici pronti ad amplificarli. Può illustrare come il collettivo si coaguli attorno a vibrazioni e parole d’ordine condivisi prima ancora che attorno a idee. Può dire, infine, che la lingua, oggi, lavora sempre più spesso come pressione e come ritmo comune. Six seven nomina poco e produce molto insomma. Produce eco, sincronizzazione, identificazione. Produce un piccolo legame ma a livello globale. E in quel legame minuscolo, quasi ridicolo, si lascia leggere una delle forme più precise della soggettività di rete.
BION, W.R. (1965). Trasformazioni. Il passaggio dall’apprendimento alla crescita. Roma, Armando, 1973.
BLEGER, J. (1967). Simbiosi e ambiguità. Studio psicoanalitico. Roma, Armando, 2010.
OGDEN, T.H. (2021). Prendere vita nella stanza d’analisi. Milano, Raffaello Cortina, 2022.