Parole chiave: readymade, trovato/creato, area intermedia, spazio tradizionale, arte e psicoanalisi
Song for Dark Times. Recensione di una mostra che non ho visto. Claire Fontaine, Song for Dark Times, Galleria Solito, Napoli
Silvia Mondini, Centro Veneto di Psicoanalisi
Che cosa può accadere durante una sosta a Napoli, nel mezzo di una trasferta tra i nostri due mari?
È mattina, fa già molto caldo e ho a disposizione qualche ora. Decido di dedicarla a una mostra, scegliendone pragmaticamente una situata in una zona equidistante dalla stazione e dal porto. Internet suggerisce Song for Dark Times di Claire Fontaine, alla Galleria Solito. Titolo promettente, penso. E poi Claire Fontaine la conosco già, almeno un poco.
L’avevo incontrata due anni fa alla Biennale di Venezia, quella del 2024 curata da Adriano Pedrosa, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere. Non soltanto Claire Fontaine vi partecipava: era stata proprio una sua opera a prestare il titolo all’intera Biennale. La serie Foreigners Everywhere, iniziata nel 2004 e composta da scritte al neon in lingue diverse, disseminava di parole la zona tra l’Arsenale e le Gaggiandre. E quelle parole Claire Fontaine, a sua volta, non le aveva inventate: provenivano dal nome di un collettivo torinese attivo contro razzismo e xenofobia nei primi anni Duemila. Una frase trovata, dunque, spostata e riattivata altrove. (La Biennale di Venezia, https://www.labiennale.org/it/arte/2024/nucleo-contemporaneo/claire-fontaine-0)
Avrei forse dovuto capire già allora che con Claire Fontaine la questione del trovare e del creare sarebbe tornata.
Claire Fontaine, del resto, è già di per sé una creatura piuttosto singolare. Non è propriamente una donna e, a rigore, neppure un collettivo in quanto composto dal duo italo-britannico Fulvia Carnevale e James Thornhill. Fondato a Parigi nel 2004, dal 2017 ha a sede a Palermo dove – in qualità di artista concettuale femminista – continua a confrontarsi con l’impotenza politica e la crisi della singolarità all’interno dell’arte e della società di oggi (Amanda Carneiro,ibid).
Claire Fontaine lavora con il video, la scultura, la pittura e la scrittura, il suo nome è ispirato all’iconico ready-made di Duchamp, l’orinatoio intitolato Fontaine, e ad una famosa marca di cancelleria francese (Clairefontaine). La sua pratica neo-concettuale e femminista agisce provocatoriamente, mettendo in discussione la questione dell’autorialità e rielaborando iconografie familiari all’immaginario collettivo. Il gruppo, che si definisce “un’artista ready-made”, rifiuta il culto del genio individuale, ponendo l’accento sull’importanza fondamentale della cooperazione. La ricerca di Claire Fontaine, sfruttando parole e immagini espressive, è finalizzata a colpire il sistema politico e culturale contemporaneo, nonché il capitalismo. (Lara De Lena, https://www.circolocubounibo.it/a-bologna-il-collettivo-claire-fontaine/)
Durante la Biennale d’Arte del 2024, incuriosita, avevo comprato un piccolo volume di Claire Fontaine (2017). Vi avevo trovato una concezione del ready-made che mi aveva fatto venire in mente, abbastanza impropriamente ma irresistibilmente, Winnicott.
Da allora mi accompagna una domanda: che differenza passa tra l’orinatoio di Duchamp — un oggetto già esistente che, sottratto al proprio uso e collocato altrove, diventa opera — e l’oggetto trovato-creato di Winnicott? Da una parte qualcosa esiste prima dell’artista e indipendentemente da lui, ma un gesto lo sceglie, lo sposta, lo nomina e così facendo lo fa apparire diversamente. Dall’altra il bambino, nell’illusione della propria onnipotenza, crea ciò che trova proprio perché l’oggetto reale compare nel momento e nel luogo in cui egli è pronto a crearlo.
Creare il nuovo a partire da qualcosa che c’era già. Creare qualcosa che non avremmo potuto se creare l’oggetto reale (il seno) non esistesse e – soprattutto – non si facesse trovare lì dove il bimbo lo cerca. La distinzione, naturalmente, rimane. Ma continua ad affascinarmi quella zona intermedia nella quale trovare e creare cessano per qualche istante di essere operazioni perfettamente separabili.
Mentre mi perdo in questi pensieri arrivo alla mostra. O meglio: arrivo nel luogo della mostra. La distinzione, scoprirò di lì a poco, non è secondaria.
Il complesso dell’ex Lanificio Sava, a Porta Capuana, è un posto che sembra predisposto a mettere in crisi la sicurezza del visitatore. La zona è, diciamolo, piuttosto sgarrupata. Cortili, scale di altri tempi, archi, corridoi; quella particolare combinazione napoletana di magnificenza e abbandono nella quale non è sempre facile capire se qualcosa stia cadendo a pezzi oppure abbia semplicemente deciso di vivere così. Mi assale anche la perturbante sensazione di riconoscere un luogo nel quale non sono mai stata.
La mostra, scopro dopo, è stata pensata proprio per espandersi anche fuori dagli spazi strettamente delimitati della galleria, coinvolgendo gli ambienti dell’ex complesso industriale. (https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/claire-fontaine-song-for-dark-times/)
Ad un certo punto incontriamo quello che scopriamo essere il portiere. A modo suo, gentilissimo, ci informa che in questo periodo non c’è nessuno. La frase, pronunciata in quel luogo semideserto, possiede una sua involontaria perfezione. Non c’è nessuno. Eppure, Internet, indicava APERTO.
Avrebbe potuto essere un’opera di Claire Fontaine.
Proviamo ugualmente ad addentrarci. Attraversiamo il cortile, saliamo qualche scala, percorriamo corridoi. La galleria rimane chiusa. Internet continua ostinatamente a sostenere che dovrebbe essere aperta. Decidiamo di aspettare un po’. Non si sa mai: dopotutto, in una mostra che si intitola Song for Dark Times, una certa fiducia la impone.
Nell’attesa faccio quello che si fa nel 2026 quando la realtà non collabora: prendo il telefono. Scorro o, meglio, scrollo. Guardo fotografie. Leggo. E lentamente la mostra che non riesco a vedere comincia, paradossalmente, a prendere forma.
Song for Dark Times, curata da Massimiliano Scuderi e aperta alla Galleria Solito dal 12 giugno al 12 settembre 2026, prende il titolo dai Svendborg Poems di Bertolt Brecht del 1939 e assume come proprio sfondo la necessità di prendere parola nei tempi bui della Storia. Il centro del progetto è dichiaratamente politico: le guerre, la precarietà geopolitica, il modo in cui eventi apparentemente lontani penetrano nelle vite individuali e collettive. (https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/claire-fontaine-song-for-dark-times/)
Ma quello che mi colpisce, guardandolo sullo schermo mentre siedo a pochi metri dall’opera reale che non posso raggiungere, è soprattutto Ibis redibis non morieris in bello. È un grande neon circolare, realizzato per la prima volta nel 2006 e presentato l’anno successivo alla Reena Spaulings Fine Art di New York, nella mostra Footnotes on the state of exception, e poi alla Biennale di Lione. Il dispositivo luminoso fa apparire ritmicamente una sequenza di possibilità contraddittorie: andrai in guerra, tornerai, non morirai; andrai in guerra, non tornerai, morirai. (Ibid.) Tutto dipende da una virgola. La frase latina ibis redibis non morieris in bello, tradizionalmente attribuita alla Sibilla Cumana, può infatti annunciare la salvezza oppure la morte a seconda di dove venga collocata la punteggiatura.

(ph: https://galleriasolito.com/exhibitions/song-for-dark-times?)
Una virgola separa il ritorno dal non ritorno. La sopravvivenza dalla morte. La profezia, insomma, dice tutto e il contrario di tutto. O forse, più precisamente, costringe chi la riceve a partecipare alla produzione del proprio significato.
E qui Napoli comincia a fare strani scherzi alle associazioni.
Perché la Sibilla è quella Cumana. E Cuma è poco distante. E io mi trovo proprio qui, davanti a una mostra che non vedo, a ricostruire attraverso parole e immagini un’opera fondata sull’impossibilità di stabilire una volta per tutte ciò che le parole vogliono dire.
L’installazione possiede poi una seconda parte, che Claire Fontaine chiama il compensatore: una fila di lampadine riproduce lo stesso ritmo del neon, ma privata delle parole. Rimane la pulsazione, non il significato. Una specie di codice Morse indecifrabile: lo stesso flusso elettrico passa attraverso due sistemi, ma soltanto in uno diventa linguaggio. (ibid)
È forse questo l’aspetto dell’opera che avrei desiderato vedere di più. O forse dovrei dire: sentire. Perché improvvisamente mi sembra che Song for Dark Times parli anche di questo: di ciò che continua a circolare quando il significato sembra in procinto di svanire. Una corrente, un ritmo, una pulsazione, qualcosa che sopravvive. E, a questo punto, mi viene in mente l’artista britannica Tracy Emin, lei, su questo, sembra saperne una più del diavolo. Ma il neon di Claire Fontane, leggo, gira come un orologio e insieme come una roulette. Guerra, ritorno, morte, sopravvivenza. Poi di nuovo guerra, ritorno, morte, sopravvivenza. Claire Fontaine ha pensato quest’opera come un dispositivo ciclico, capace di restituire qualcosa dell’assurdità dei circoli viziosi della politica e della ripetizione apparentemente interminabile della guerra. ()
Ed è difficile, nell’estate del 2026, considerarla un’opera appartenente al passato. A questo punto accade però qualcosa che la mostra vera, forse, non aveva previsto. Mi accorgo che ne sto costruendo un’altra.
Ci sono le fotografie viste sul telefono. Le notizie lette in rete. Il ricordo dei neon di Stranieri Ovunque alla Biennale, l’opera di Tracy Emin. Il libro acquistato due anni prima. Duchamp. Winnicott. La Sibilla Cumana. Brecht. Il portiere. Il cortile assolato. Le scale. Napoli. Persino il fatto irritante e insieme comico che una porta, contrariamente alle indicazioni di Internet, continui ostinatamente a restare chiusa.
Materiali eterogenei, preesistenti. Trovati. E tuttavia, nel modo in cui cominciano a disporsi gli uni accanto agli altri, inevitabilmente creati.
Mi viene allora il sospetto che Claire Fontaine mi abbia giocato uno scherzo perfettamente coerente con la propria poetica. Sono venuta a vedere una readymade artist e mi ritrovo costretta a fabbricare una readymade exhibition. Una mostra fatta di materiali che non ho prodotto: immagini altrui, parole altrui, luoghi trovati, ricordi, frammenti di teoria, informazioni recuperate dalla rete. Il mio gesto consiste soltanto nel raccoglierli, spostarli, accostarli. Esattamente ciò che avevo iniziato a interrogare due anni prima leggendo Claire Fontaine.
Naturalmente non sostengo che sia la stessa cosa. Una mostra vista non è una mostra immaginata. Un neon fotografato su uno schermo non restituisce la luce che getta su un muro; non possiede il suo ritmo, il rapporto con il corpo di chi gli passa accanto. L’esperienza estetica ha una materialità che nessuna informazione può sostituire. E forse vale la pena ricordarlo proprio oggi, quando possiamo avere l’impressione che tutto ciò che è accessibile attraverso uno schermo sia, per questo solo fatto, già stato esperito.
Eppure qualcosa è accaduto. Non l’esperienza che avevo programmato, certamente. Un’altra. Forse il trovato-creato serve a vivere momenti come questo: non la cancellazione della differenza tra ciò che viene dal mondo e ciò che viene da noi, ma quella curiosa area in cui il mondo ci offre qualcosa che non avevamo previsto e noi, per poterlo incontrare, dobbiamo in qualche modo inventarlo.
Così alla fine la mostra non l’ho vista.
Ho visto il luogo che avrebbe dovuto contenerla. Ho incontrato un portiere. Ho percorso scale e corridoi. Ho scattato. Ho navigato in Internet alla ricerca di altre foto e altre notizie. Ho trovato Brecht. Ho ritrovato Duchamp e Winnicott. Ho seguito il lampeggiare immaginario di una profezia che può condannare o salvare spostando semplicemente una virgola. Poi sono andata a fare colazione e ho deciso che avrei potuto scrivere una mia song for dark times.
È quella che ho trovato. O, forse, quella che ho creato.
Bibliografia e fonti Internet
Claire Fontaine (2017). Lo sciopero umano (e l’arte di creare la libertà). Ed. DeriveApprodi, Bologna, 2017.
Winnicott (1971). Gioco e Realtà. Armando Editore, Roma.