Parole chiave: Enciclica, intelligenza artificiale, temporalità, memoria, psicoanalisi
Magnifica humanitas. Una risonanza psicoanalitica
Franca Meotti
La prima Lettera Enciclica firmata da Papa Leone XIV, Magnifica humanitas, firmata il 15 maggio 2026 e dedicata alla “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale” è stata da più parti considerata un manifesto geopolitico ancorato al contesto mondiale profondamente cambiato negli ultimi anni, dal momento che denuncia con forza quella “normalizzazione” della guerra che pare sempre più accettata, lancia una implicita sfida alle Big Tech parlando della necessità di “disarmare l’IA” e sottolinea quanto potrebbe essere pericoloso lasciare scelte di vita e di morte agli algoritmi. In modo fermo e che può persino suonare paradossale sottolinea anche quanto sia pressante soprattutto capire, accettare e concordare dove l’IA non vada usata. (Cap IV, par. 140)
A una lettura laica mi pare risultino molto interessanti anche i capitoli dedicati alla dottrina sociale della Chiesa sia nella sua evoluzione storica che nelle sue formulazioni attuali, ma soprattutto alcuni filoni di riflessione e di ricerca che si intersecano o si affiancano a riflessioni e ricerche che attraversano la psicoanalisi.
Il testo si articola intorno a due immagini bibliche: la torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme. A Babele un’umanità che vorrebbe “garantirsi stabilità e potere” e che teme di essere dispersa sulla terra cerca di edificare più in fretta possibile una torre che arrivi al cielo e fallisce per fretta, tracotanza, noncuranza delle diversità. A Gerusalemme, Neemia, incaricato di dirigere la ricostruzione, “osserva in silenzio” le rovine, riflette, digiuna e prega prima di affidare a ciascuno un tratto di muro da ricostruire.
In chiave psicoanalitica si potrebbero leggere queste due narrazioni non semplicemente come una contrapposizione tra superbia e umiltà, ma anche come il confronto fra due temporalità della psiche: quella di un processo che non tollera l’attesa, non reggendo l’angoscia e la perdita e cerca dunque una rapida riparazione maniacale e quella di una temporalità che si instaura dopo una elaborazione depressiva, che accetta la perdita e il suo dolore per procedere lentamente alla riparazione.
Un fenomeno che l’Enciclica descrive (muovendosi ovviamente in un registro teologico, quello della storia orientata verso un compimento ultimo) e che risuona nella clinica psicoanalitica, è che la maggior parte delle sofferenze, si potrebbe dire delle patologie contemporanee, incluse quelle amplificate dalle tecnologie digitali, sono accompagnate da disturbi della temporalità.
L’algoritmo vive, infatti, in un flusso continuo di risposte immediate e saturazione del bisogno. Questa velocità cancella la dimensione della sospensione e dell’attesa, ovvero lo spazio in cui vengono elaborati il desiderio, il pensiero, il lutto, oltre che la capacità di tollerare la frustrazione.
Se la società algoritmica impone l’efficienza della risposta istantanea, la psicoanalisi risponde con l’istituzione di un tempo radicalmente diverso che, inoltre, è unico per ciascun individuo: il tempo dell’analisi, regolato da ritmi e durate del tutto particolari in cui la logica della prestazione è sospesa.
Alcuni anni fa mi era parso di poter avanzare (Meotti, 2019) che addirittura il tempo o i tempi dell’analisi dovrebbero, almeno idealmente, essere individuali, unici, ritrovati nel rispecchiamento e nella modulazione fra i tempi del processo in sé e quelli reciproci dell’analizzando e dell’analista.
Del resto la psiche non funziona per accumulo lineare come una memoria digitale, ma ha un proprio ritmo fatto anche di latenze, di blocchi, di improvvise riemersioni. E l’ascolto analitico richiede una sintonizzazione su una frequenza vuota, non satura, dove è talora possibile che riemerga l’ignoto, il non ancora pensato o la memoria inconscia non rimossa.
E’ un passato a cui non serve affatto essere archiviato, ma che anzi deve essere riattualizzato e risignificato nella relazione terapeutica e nel transfert. La memoria dell’ intelligenza artificiale è un accumulo di dati puramente quantitativo e finalizzato alla predizione algoritmica. La memoria umana è invece dinamica, intrisa di affetti, non si limita a ricordare il passato ma lo risignifica continuamente. E’ un processo creativo, non certo un recupero dati.
Il contrario assoluto del tempo dell’algoritmo è la Nachträglichkeit, “nozione che mette fuori gioco ogni causalismo ‘lineare’ e scompagina la rappresentazione ingenua del tempo della vita mentale come sequenza di eventi che si susseguono in una dimensione dove ciò che avviene ‘prima’ causa ciò che avviene ‘dopo’. Il tempo della vita mentale è invece, infatti, il tempo di una continua rielaborazione di senso che procede dal presente al passato altrettanto che dal passato al presente.
Il senso degli eventi non è infatti un ‘dato’, una loro qualità percettiva definita una volta per sempre”. (Barale, 2026)
Per questo mi sembra risonante con la temporalità che viviamo in analisi il richiamo al tempo che viene fatto nell’Enciclica.
E’ il tempo così come è stato indagato da sant’Agostino e che tanto peso ha avuto nella tradizione filosofica occidentale. Per quel che riguarda l’uomo, Agostino compie un’operazione radicalmente laica nella sua struttura logica, scardinando il concetto di tempo lineare. Non esistono tre tempi (passato, presente, futuro) ma tre dimensioni del presente: la memoria è il presente del passato, l’attenzione è il presente del presente, l’attesa è il presente del futuro. (Confessioni, XI, 20)
Il tempo diventa dunque una funzione attiva della mente. E’ distensio animi, una estensione o distensione che, dice Agostino, sarebbe strano se non fosse un’estensione della mente stessa. (ibid. XI, 26). E tale distensio sembra coincidere con lo spazio profondo dell’identità personale. La memoria custodisce verità e vissuti che il soggetto ha dimenticato ma che continuano ad operare dentro di lui e possono riaffiorare nel presente del passato.
In psicoanalisi l’accesso a questa memoria può avvenire attraverso un ricordare particolare, un’emersione di contenuti inconsci possibile solo nel presente e nell’incontro, in cui ogni individuo esige una temporalità unica e specifica. Il tempo non è una realtà oggettiva, cosmica, misurabile da clessidre o da corpi celesti (o dagli impulsi di clock di un processore). Anche in analisi, come per Sant’Agostino, Il tempo è distensio animi, una dimensione dello spazio interno fisico ed emotivo dell’individuo.
Agostino descrive la memoria (Libro X, 8,12) come un grande spazio e un vasto palazzo dove sono custoditi i tesori delle innumerevoli immagini impresse dai sensi, dai pensieri, dalle conoscenze e dalle esperienze del passato. E’ la memoria che custodisce i vissuti, anche quelli che il soggetto non sa consapevolmente di possedere, ma che continuano ad operare dentro di lui.
La distensio animi agostiniana rappresenta un esemplare antidoto filosofico alla temporalità dell’intelligenza artificiale. L’intelligenza artificiale tenta di eliminare le tre dimensioni temporali: focalizza l’attenzione sul presente saturandolo di stimoli; azzera l’attesa del futuro e della sua imprevedibilità attraverso modelli predittivi che anticipano il desiderio e lo omologano; riduce la memoria a una sterminato archivio di dati e metadati. E anche l’essere umano rischia di diventare un profilo algoritmico predeterminato.
Ne discende, nell’Enciclica e anche nel pensiero psicoanalitico, una profonda urgenza antropologica: la necessità di sottrarre la temporalità umana al dominio dell’efficienza algoritmica.
Letta in chiave laica e antropologica, la Magnifica humanitas, offre la mappa di una crisi di civiltà, un postumanesimo che rischia di tradursi in onnipotente dispositivo di rimozione del limite, della vulnerabilità e dell’attesa. La riflessione sul tempo e gli strumenti che, nei suoi sviluppi più recenti, la psicoanalisi ci offre, sono mezzi potenti per contrastare la standardizzazione e per rivendicare l’unicità irripetibile di ogni essere umano.
Del tutto inutile, ovviamente, auspicare nostalgicamente il ritorno a un passato pre digitale. La psicoanalisi può invece molto contribuire alla nascita di un autentico e nuovo umanesimo tecnologico. La tecnica è ancora per molti versi uno strumento al servizio dell’uomo e non è ancora il paradigma che detta ritmi biologici e mentali. Proteggere l’essenza dell’essere umano significa proteggere i suoi vasti spazi interiori dall’invasione di una profilazione predittiva. Significa affermare il diritto all’attesa, all’errore, alla latenza, alla noia e al silenzio.
La stanza di analisi e la riflessione filosofica, intesa nel senso più ampio, si pongono come i presidi, qualcuno sostiene gli “ultimi“ presidi, di un’ecologia della mente. Nell’incontro psicoanalitico, soprattutto, si può ricuperare una temporalità personale, soggettiva, unica, riappropriandosi della propria personale distensio animi e rivendicando il diritto ad essere il soggetto unico, attivo, fragile e creativo della propria storia.
BIBLIOGRAFIA
Barale, F. (2026). Trauma, storia e memoria dall’ultimo Freud a noi. Riflessioni a partire dal Mosè. Spiweb, 29 luglio.
Leone XIV. (2026). Magnifica humanitas. Lettera Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Roma, Libreria Editrice Vaticana.
Meotti, F. (2019). Il tempo dell’analisi e il tempo nell’analisi. Riv. Psicoanal. 4, 905-913.
Sant’Agostino. Le Confessioni. Traduzione di Carlo Carena. A cura di Maria Bettetini. Torino, Einaudi, 2015
Vedi anche:
Dal Dossier Cure per il creato – Dicembre 2015: Il rispetto dell’ambiente. Dal testo freudiano all’enciclica Laudato si