Cultura e Società

Biagio de Giovanni e il sogno di un’Europa che non muore. Huffpost, 21/6/22 di D. D’Alessandro

22/06/22
Biagio de Giovanni e il sogno di un’Europa che non muore. Huffpost, 21/6/22

ANA MEDIETA, 1974

di Davide D’Alessandro

Parole chiave: filosofia, Europa, Hegel,

Biagio de Giovanni e il sogno di un’Europa che non muore.Huffpost,21/6/2022

di Davide D’Alessandro

Il filosofo napoletano ci guida, attraverso la potenza del negativo, nella storia del nostro continente. Un cammino di passione e di speranza illuminato dalle pagine di grandi pensatori

Huffpost,21 Giugno 2022

Introduzione: “Europa. Il continente della libertà e dei diritti umani, così raccontata da tanti, è, insieme, il continente nel quale la patria di Beethoven e di Goethe ha prodotto Auschwitz. Il continente della democrazia, della scienza, della libertà politica è quello di guerre sterminatrici tutte o quasi intra-europee, qualcuna infine diventata mondiale, nell’Europa moderna dalla guerra dei Trent’anni alle guerre napoleoniche, al tragico Novecento”. Davide D’Alessandro, in questo articolo, ci propone l’ultimo lavoro di de Giovanni capace di trasmetterci una visione unitaria dell’identità europea e di ripercorrere le sue tracce attraverso le luci e le ombre della sua storia e della sua filosofia. (Maria Antoncecchi)

Davide D’Alessandro, saggista

Huffpost,21 Giugno 2022

Biagio de Giovanni, il sogno di un’Europa che non muore

Il filosofo napoletano ci guida, attraverso la potenza del negativo, nella storia del nostro continente. Un cammino di passione e di speranza illuminato dalle pagine di grandi pensatori

di Davide D’Alessandro

Sarebbe bello se l’ultimo libro di Biagio de Giovanni conquistasse la vetta della classifica, scavalcando testi superflui che la occupano da tempo. Sarebbe bello, ma non accadrà. Lui lo sa e, a 90 anni, non se ne cura, ci mancherebbe. “Figure di apocalisse. La potenza del negativo nella storia d’Europa”, edito da il Mulino, ricorda che l’autore, prima di essere napoletano, campano, meridionale, italiano, è essenzialmente un cittadino europeo. Se il generale Dalla Chiesa aveva gli alamari cuciti sulla pelle, de Giovanni ha l’Europa cucita sulla pelle, l’Europa immensa che a volte si fa piccola, l’Europa delle mille contraddizioni, l’Europa dei grandi padri e dei timidi figli che non sanno come governarla.

Quando lo conobbi, nei lontani anni del dottorato di Salerno, frequentato anche dal comune amico Massimo Adinolfi, non faceva altro che ripetermi: “Con Hegel bisogna fare i conti”. E lui continua a farli. Se Lacan predicava il ritorno a Freud, de Giovanni invita a ritornare al filosofo di Stoccarda, poiché senza non si comprende dove viviamo, quale posto abitiamo nel cuore del mondo, che cosa hanno rappresentato le forme della stabilizzazione prima, e le stesse in frantumi dopo, con la volontà di potenza, Marx e Nietzsche.

È un libro che ha il sapore della storia, della filosofia, della politica, che passa per Atene, Gerusalemme e Roma, che lega ogni lembo di terra all’uomo di pensiero che su quel lembo insiste pur rivolgendosi a tutti, parlando a tutti, scuotendo tutti. Non è un caso che de Giovanni ribadisca come l’Europa sia la sua filosofia, inquieta questa e inquieta quella, sempre sospese tra Oriente e Occidente, una tensione irrisolta.

Forse ci sarebbe bisogno di andare da una zingara, di porgerle la mano e chiederle, come nella nota canzone, quale destino avrà, ma l’Europa di de Giovanni il destino se lo crea giorno dopo giorno riattraversando un Novecento dove il negativo si rovescia sulle radici, dove Croce e Gentile, Heidegger e Cassirer illuminano pagine di pensiero alto e di sostanza e dove la parola tramonto chiede almeno la bontà di un punto interrogativo, prima della crisi della Mediazione, della rivoluzione della scienza, del dibattito sul diritto.

Vi invito a fiondarvi subito sulla documentata nota bibliografica, posta ovviamente alla fine ma capace di spiegare l’inizio e l’intero cammino, un cammino di passione e di speranza racchiuso in un incipit efficacissimo: “Europa. Il continente della libertà e dei diritti umani, così raccontata da tanti, è, insieme, il continente nel quale la patria di Beethoven e di Goethe ha prodotto Auschwitz. Il continente della democrazia, della scienza, della libertà politica è quello di guerre sterminatrici tutte o quasi intra-europee, qualcuna infine diventata mondiale, nell’Europa moderna dalla guerra dei Trent’anni alle guerre napoleoniche, al tragico Novecento”.

Il finale è una sorta di appello: “O l’Occidente, distinto in America ed Europa, comprende il senso di questa lotta e torna a scavare nel suo archivio e in ciò che di esso ancora esiste – tanto che i suoi nemici si moltiplicano – adeguandolo ai tempi nuovi che battono alla porta del mondo, o l’Occidente torna ad amare sé stesso, oppure Spengler, riletto, sarà la guida per il suo tramonto. Si potrebbe tornare a pensare che ogni civiltà vive un ciclo che poi si esaurisce ineluttabilmente. Ma, si badi, se ciò avvenisse, si perderebbe il seme della democrazia politica che Europa e America, in tempi e forme diverse, hanno prodotto, quasi sole al mondo. Anche per questo, tutto il tema intorno al quale ci siamo impegnati è gravido di futuro”.

Nel mezzo, tra l’inizio e la fine, trovate un cuore che non smette di battere, una mente lucidissima che non smette di argomentare, appoggiandosi sui testi fondanti del suo e del nostro argomentare. Sarebbe bello se venisse letto e compreso da molti. Non per scalare la classifica, ma per rendere ogni singolo lettore migliore, più consapevole di ciò che siamo, da dove veniamo, di ciò che rischiamo di diventare, di dove stiamo rischiando di andare. 

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