La scena della vita, la solitudine del soggetto ed il suo inconscio

Completamente senza parole è difatti la messa in scena di questo episodio, il X, di un ciclo di rappresentazioni che costituiscono la cosiddetta Tragedia Endogonidia che la compagnia Socìetas Raffaello Sanzio sta da alcuni anni portando in giro per l’Europa. Ciascun capitolo prende il nome dalla città dove lo spettacolo viene per la prima volta messo in scena, in questo caso Marsiglia: m.#10marseille è infatti il titolo che identifica questo episodio. La compagnia Socìetas Raffaello Sanzio è nata molti anni fa a Cesena e dopo aver prodotto numerosi spettacoli d’avanguardia, si è affermata sulla scena internazionale come uno dei fenomeni più interessanti del teatro contemporaneo. È difficile dire in cosa consista la vicenda di questi episodi, privi di narrazione e di un senso coglibile attraverso i codici codificati del linguaggio. Ogni rappresentazione, di per sé autosufficiente, consiste piuttosto in un’immersione fortemente sensoriale dove immagini, musiche, luci e figure umane si fondono e si scontrano mettendo a dura prova la capacità soggettiva di dare senso a ciò che avviene sulla scena. Eppure un discorso è rintracciabile, non solo nell’intenzionalità di un progetto che insiste sulla dimensione tragica del vitale, come il titolo stesso di “tragedia” lascia intendere, ma anche per l’intensa capacità evocativa che solo un certo tipo di rappresentazione teatrale riesce forse a consentire. La parola è del tutto assente da questo episodio, che si caratterizza per una particolare violenza espressiva, grazie anche alla visionaria costruzione scenica del regista, Romeo Castellucci, ed alle straordinarie musiche di Scott Gibbons. Il confronto tra l’inanimato e il vivente, tra la luce ed il buio, il tentativo continuo di costruzione e l’incessante distruzione perturbano lo sguardo e la capacità di dare senso. Quando il palcoscenico si apre, si percepisce la presenza di una membrana tra la scena, il palcoscenico, e lo spettatore, una membrana sottile ma come necessaria a separare gli spazi. Lo spettacolo è abbastanza breve, dura 45 minuti, “il tempo di una seduta”, mi faceva notare qualcuno, e come a volte accade dopo una seduta, ci si alza dalla poltrona senza aver bene capito cosa si sia detto o cosa sia accaduto, ma allo stesso tempo con la sensazione di aver toccato questioni cruciali, che hanno a che fare con la vita e la  morte,  e con la necessità di darvi ancora senso insieme alla percezione di un senso che sfugge sempre. Al di là della membrana dunque, masse luminose, liquide o solide, si creano e si distruggono, si incontrano e si dissolvono, luci intermittenti e violente mettono a dura prova la capacità di sopportazione della retina: tutto sembra sorgere da un buio primordiale, iniziale, e le forme, che appaiono più come fantasmi che come oggetti, nascono e precipitano in una dissoluzione continua. La musica che accompagna questo esperimento fortemente immaginario è un rumore che solo in alcuni momenti sembra assumere la consistenza di una massa sonora dotata di armonia. È la scena dell’Es, verrebbe da pensare, questo brulicare di forme e di tentativi di organizzazione della materia, fantasmi che prendono vita, si incontrano e si scontrano tra di loro e si dissolvono di continuo. Aggregati che a volte sembrano dar vita ad abbozzi di forma riconoscibili, come figure geometriche che ricordano l’arte visiva contemporanea, da Mondrian a Rothko, e che emergono da un’oscurità perenne ed originaria. Un’oscurità che sembra alludere alla matrice originaria della vita, “lo spirito organico della materia”, incomprensibile fonte della vita e della spinta della materia ad aggregarsi, seguita dall’altrettanto inevitabile ritorno alla distruzione ed all’inorganico. Questo si legge, tra l’altro, nella presentazione: “La nascita ininterrotta di forme mute ed incorporee, fa comprendere che questi fantasmi non sono, o non sono soltanto, presenze aliene, ma sono tutti pensieri che convivono nella mente, e questi stessi forse assumono una qualità aliena”. Fantasmi e pensieri dunque, presenze estranee, aliene, eppure  riconoscibili. Di fronte a questo scenario, separata, come separato è lo spettatore, dalla membrana quasi invisibile che chiude tutta la scena, si erge un’unica presenza umana, sola di fronte a questo caos, a questo Es potente e visionario. Dopo un tempo difficilmente codificabile, una donna, di nero vestita, della quale lo spettatore percepisce solo la forma, la silhouette, vista di spalle, con il volto rivolto alla scena, canta. Ed è un canto soave, che ricorda l’arte sublime della musica del quattrocento, ma ancora senza parole, almeno senza parole decifrabili. Ma è come se questo canto possedesse un senso, come una lingua sconosciuta che deve tuttavia avere un senso. E che cercasse di dare voce anche a quello che accade al di là della membrana, di dialogare con “l’altra scena”, come l’Io cerca di lavorare la materia che l’inconscio continuamente ci propone. Ecco perché mi è sembrato che questo spettacolo sia di un qualche interesse anche per lo psicoanalista, ma credo anche, allo stesso tempo, che l’arte, se coglie qualcosa di profondo e di fondamentale dell’esperienza umana, non può mai lasciare indifferenti, e che anche se è compiuta in sé e non necessita di interpretazioni, fa comunque parlare di sé.La solitudine in cui ciascuno si sente immerso, identificandosi alla donna sulla scena, può essere tollerata solo grazie alla forza della lingua immaginaria, della parola cantata: a volte si ha l’impressione che al canto qualcosa risponda dall’altra parte, facendo percepire la possibilità di un dialogo, di un contatto con la presenza aliena che è al di là della scena ma allo stesso tempo ci abita: è l’incontro tra il sublime del canto e la brutalità della materia a dare questa possibilità, sembra volerci dire questa scena conclusiva: “Il canto è voce che fronteggia il silenzio; è linguaggio che fronteggia la domanda sul fondamento della vita; è tragedia dell’arte, costretta a creare un altro mondo con la stessa materia di quello che vorrebbe oltrepassare”.Ma è cosi anche per il linguaggio della psicoanalisi, che cerca di dare forma al discorso dell’inconscio anche con il suo stesso linguaggio, che cerca un dialogo, una via di accesso e di comprensione anche a ciò che alla parola sfugge. È per questo che credo, al di là delle soggettive declinazioni dei gusti e dei piaceri estetici, che valga davvero la pena, per chi ne abbia la possibilità, di trovarsi a vivere questa singolare esperienza sensoriale, ancor prima che teatrale.