La Cura

Il complesso fraterno nel pensiero di René Kaës. Massimiliano Sommantico

Età Adulta
Il complesso fraterno nel pensiero di René Kaës. Massimiliano Sommantico 1
Egon Schiele 1910

Il complesso fraterno nel pensiero di René Kaës

Massimiliano Sommantico

Come scrivevo nella Prefazione all’edizione italiana de Il complesso fraterno (Kaës, 2008a), «René Kaës è senza dubbio alcuno uno degli autori che meglio hanno permesso di comprendere a fondo le poste in gioco che, a livello intrapsichico così come a livello intersoggettivo, pone la questione fraterna» (Sommantico, 2009, 5).

In un percorso di ricerca sul tema, che affonda le sue radici negli anni ’70, l’autore arriva ad una prima sintesi in uno storico articolo del 1993, in cui inizia a mettere a fuoco quelle che, a suo avviso, sono le specificità del complesso fraterno, riprese ed estese poi nel volume consacrato all’argomento e su cui mi concentrerò a breve. Ma negli anni René Kaës ha dedicato svariati scritti all’argomento, affrontando, di volta in volta, ambiti specifici e privilegiati in cui trova espressione il complesso fraterno quali, ad esempio, il processo gruppale (Kaës, 1978), la creazione letteraria (Kaës, 1986) ma anche, e soprattutto, la cura individuale (Kaës, 1996, 2000), o i momenti fondativi del movimento psicoanalitico (Kaës, 2003b).

Ma vorrei partire proprio dalla definizione che l’autore dà del complesso fraterno che «è un complesso vero e proprio [… che] non si riduce al complesso edipico, di cui sarebbe lo spostamento, e non si limita neppure al complesso dell’intruso, che ne sarebbe il paradigma. Non è caratterizzato semplicemente dall’odio, dall’invidia e dalla gelosia; oltre queste dimensioni ne comprende anche altre, tutte altrettanto importanti e collegabili alle precedenti: l’amore, l’ambivalenza e le identificazioni con l’altro simile e differente. Il complesso fraterno trae la sua specificità dalla propria organizzazione e funzione. In sostanza, la sua struttura è organizzata congiuntamente dalla rivalità e dalla curiosità, dall’attrazione e dal rifiuto che un soggetto prova nei confronti di questo altro simile che nel suo mondo interno occupa il posto di un fratello o di una sorella» (Kaës, 2008a, 13). E poco oltre propone l’ipotesi secondo la quale il complesso fraterno designa «una organizzazione fondamentale dei desideri amorosi, narcisistici e oggettuali, dell’odio e dell’aggressività nei confronti di questo ‘altro’ rispetto a cui il soggetto si riconosce come fratello o come sorella» (ibid., 17-18).

In tal senso, e proprio alla luce dell’organizzazione intrapsichica triangolare che lo caratterizza, il complesso fraterno è da distinguere dall’imago fraterna, elemento della sua stessa struttura, che è uno schema immaginario acquisito e relativamente stabile attraverso il quale il soggetto non solo arriva a rappresentare inconsciamente gli oggetti e i personaggi internalizzati, ma stabilisce anche un legame con gli altri soggetti. Ma il complesso fraterno è anche da distinguere dal legame intersoggettivo fraterno (Kaës, 2003a, 2008b), che rimanda al livello «dei rapporti tra i diversi complessi dei soggetti quando questi entrano in relazione» (Kaës, 2008a, 18), così come dalla fratria, ossia dalla struttura psicosociale che contiene e si specifica attraverso «i legami emotivi ed affettivi, morali e sociali che uniscono i fratelli e le sorelle» (ibid., 19), tanto realmente consanguinei, quanto legati dal mutuo riconoscimento in un’appartenenza comune. 

Come ho cercato altrove di argomentare più ampiamente (Sommantico, 2012, 2025), sebbene la questione del fraterno sia presente in filigrana nell’opera di Sigmund Freud, il termine complesso fraterno (der Geschwisterkomplex) appare solo nel 1921, dove l’autore ripercorre le origini della gelosia dell’età adulta nel complesso di Edipo e nel complesso fratello-sorella. Ma il fratello rimane una figura di spostamento degli affetti edipici. Lo stesso vale per Melanie Klein (1937) che, oltre agli attacchi sadici diretti verso i rivali, potenziali o reali, pone in primo piano una dimensione più strettamente amorosa del legame fraterno, basata sulla condivisione dei sentimenti di colpa che derivano dagli attacchi sadici contro l’attività sessuale dei genitori. Dal suo canto, Donald W. Winnicott (1954) ha concentrato in particolare la propria attenzione sul fatto che la nascita di un fratello o di una sorella può costituire per il bambino un momento di privazione, se non addirittura un trauma. Jacques Lacan (1938) ha poi identificato un complesso di intrusione, definito come l’esperienza vissuta dal soggetto primitivo quando osserva il suo piccolo simile nel grembo materno, occupando il posto che lui stesso occupava in precedenza. Infine, Jean Laplanche (1970) proporrà l’ipotesi di un triangolo rivalitario, costituito da bambino/a, genitori e fratello o sorella, a differenza di quello edipico, costituito da bambino/a, padre e madre, da non considerare come cronologicamente anteriore al triangolo edipico.

Rivisitando tali contributi fondativi, René Kaës arriva così a definire una reale specificità metapsicologica – strutturale, dinamica ed economica – del complesso fraterno, sia a livello intrapsichico che intersoggettivo, descrivendone le versioni arcaica e preedipica (Kaës, 2008a, 2008c), fondamento della sua pertinenza nel campo teorico-clinico della psicoanalisi. È nel suo porsi quale organizzazione dei fantasmi, delle identificazioni, dell’organizzazione narcisistica e sessuale della libido, del complesso di castrazione e dei meccanismi di difesa del soggetto dell’inconscio, così come quale dimensione che travalica un semplice spostamento, sostituto o difesa da quello edipico – pur riconosciuto, quest’ultimo, nella sua preminenza strutturale – che si può rintracciare la specificità del complesso fraterno; una specificità che viene definita, inoltre, dal riconoscere nel complesso fraterno ‘l’asse orizzontale’ della strutturazione dell’apparato psichico – per il suo ruolo nella strutturazione dell’Io e del narcisismo, così come delle identificazioni all’altro simile-diverso che il fratello costituisce –, laddove l’Edipo ne rappresenta l’asse ‘verticale’. Questi due assi entrano costantemente in rapporto fecondandosi reciprocamente – anche se spesso in maniera conflittuale – e non possono esistere pienamente l’uno senza l’altro, rendendo conto dell’ipotesi secondo la quale «l’avvenire del complesso edipico è il complesso fraterno» che, a sua volta, «giunge ad una impasse se non si struttura con l’Edipo» (Kaës, 2008a, 262), fattore trasformativo del primo.

È affrontando e mettendo in evidenza, oltre alla paradigmatica dimensione rivalitaria del complesso fraterno – con la figura dell’intruso-rivale, incarnazione dei sentimenti d’invidia, odio e gelosia –, anche quella relativa allo ‘sdoppiamento narcisistico’ – tra le cui figure compaiono quelle del gemello immaginario e del perturbante – e allo ‘sdoppiamento della sessualità’, che l’autore può arrivare ad una definizione delle due forme che il complesso può assumere: quella arcaica e quella preedipica. Nella prima il soggetto intrattiene con l’altro fraterno «relazioni che hanno essenzialmente la consistenza psichica di un oggetto parziale, appendice del corpo materno immaginario [la madre dei tempi originari o madre originaria] o del proprio corpo immaginario» (ibid., 13). A dominare la struttura complessuale è qui dunque l’ordine della «confusione e indifferenziazione degli spazi psichici» (ibid., 145), una fusione che può trasformarsi solo grazie all’intervento simbolizzante della dimensione edipica che permette di accedere, così, alla separazione e alla sessuazione. Nella sua forma preedipica o ‘edipizzata’, invece, il complesso fraterno si rivela caratterizzato da una conflittualità organizzata «secondo i poli antagonisti dei triangoli rivalitario e pre-edipico nei quali prevalgono le figure dell’intruso e del concorrente della stessa generazione» (ibid., 18).

L’arcaico fraterno prevale e occupa la scena laddove l’Edipo incontra un ostacolo e fallisce nella sua funzione di garante del superamento di un rapporto speculare e narcisistico con il doppio e dell’avvento dell’identità sessuata. Inoltre, «la realizzazione edipica del complesso fraterno esige un duplice movimento delle identificazioni: l’identificazione al simile della stessa generazione, uscito dalla stessa origine reale, immaginaria o simbolica: è la componente narcisistica dell’identificazione; e l’identificazione con il genitore dello stesso sesso che preserva al tempo stesso la componente bisessuale delle identificazioni con il padre e la madre» (ibid., 263).

Il pensiero di René Kaës sul complesso fraterno è, negli anni, entrato in dibattito con quello di altri due autori contemporanei. Il primo è Luis Kancyper (2004), per il quale il complesso fraterno, sebbene intrecciato con il complesso edipico, ha una sua specificità e una sua importanza strutturale. Anche lui insiste sulla dimensione narcisistica del complesso fraterno, sottolineandone gli aspetti trofici, evolutivi e mortiferi. Nei suoi aspetti trofici, attraverso il confronto generazionale, l’altro fraterno garantisce la possibilità di disalienazione dal potere edipico dei genitori e permette la risignificazione dell’illusione edipica di essere il figlio unico e perfetto. Laddove, invece, prevale una rappresentazione dell’altro fraterno come rivale e intruso, persecutore inquietante, il complesso fraterno diventa mortifero, istituendo una lotta all’ultimo sangue. La seconda è Juliet Mitchell (2003), che affronta il fraterno come strumento per proporre una rilettura dell’Edipo necessaria per una migliore comprensione dell’isteria. La relazione orizzontale con i fratelli, prima relazione sociale, sarebbe al centro dell’isteria, in modo diverso dalla relazione verticale e generativa tra genitori e figli. È, infatti, come difesa dalla detronizzazione che la relazione con i genitori diventa pienamente edipica. Si tratta di una rilettura radicale dell’ordinamento psicoanalitico, che riesce a spostarne il ‘centro di gravità’. Infine, l’autrice ha anche avanzato l’idea che la nascita di un fratello o di una sorella possa rappresentare un vero e proprio trauma, un trauma fraterno, che implica una perdita del Sé grandioso e narcisistico legato all’accettazione della perdita derivante dal riconoscimento di non essere unici, ed è anche ciò che spinge il soggetto verso la costruzione della differenza di genere, sospinta proprio dal legame fraterno.

Mi sembra di poter dire che merito dell’autore è, inoltre, quello di aver messo in luce la realtà psichica propria del gruppo dei fratelli e delle sorelle – il freudiano Geschwister –, sulla base di un modello dell’intersoggettività da intendersi come «ciò che condividono questi soggetti formati e legati tra loro attraverso i loro reciproci assoggettamenti – strutturanti o alienanti – ai meccanismi costitutivi dell’inconscio: le rimozioni e i dinieghi in comune, i fantasmi ed i significanti condivisi, i desideri inconsci e gli interdetti fondamentali che li organizzano» (Kaës, 2015, 267).

Ed è proprio questa focalizzazione, al tempo stesso sull’intrapsichico e sull’intersoggettività inconscia, ciò che ha permesso di comprendere il ruolo e le funzioni del complesso fraterno anche negli insiemi plurisoggettivi, come la coppia e la famiglia (Sommantico, 2021, 2022). Si pensi, ad esempio, a quelle situazioni in cui nel legame di coppia prevale la dimensione speculare e narcisistica del legame fraterno che funge da base e cemento del legame di coppia, a partire dalla scelta del partner, e mantiene i soggetti del legame, coinvolti in una lotta di rivalità per il potere, in una posizione di figli e fratelli, incapaci quindi di assumere e svolgere vere e proprie funzioni genitoriali. Ma queste considerazioni possono essere estese anche al lavoro psicoanalitico con la famiglia. Infatti, nell’ambito della psicoterapia psicoanalitica del gruppo familiare, i fratelli possono diventare i portavoce dell’indicibile familiare, di un generazionale in difetto di simbolizzazione e appropriazione. Laddove l’odio e le rivalità fraterne non sono sufficientemente contenuti da una funzione genitoriale carente, il complesso fraterno può manifestare esclusivamente il suo lato più distruttivo. Si può, infine, pensare a quelle situazioni in cui l’esistenza in famiglia di un fratello morto fa riemergere le dinamiche psichiche del figlio sostitutivo, intrappolato in una morsa fraterna mortale e ‘costretto’ a identificarsi con il fratello morto che continua a occupare perennemente lo spazio psichico genitoriale, il luogo del suo desiderio.

Concludendo, ritengo che la difficoltà maggiore sia ancora oggi quella di cercare di comprendere le specificità della dimensione fraterna nella teoria e nella clinica psicoanalitiche, senza limitarsi ad una visione che intenda il fraterno esclusivamente in termini di spostamento dall’edipico, ma sforzandosi di comprendere le vicissitudini delle radici orizzontali nella loro necessaria articolazione con la triangolazione edipica (Sommantico, Trapanese, 2008). Credo infatti che una simile prospettiva, che prenda in considerazione la dimensione fraterna congiuntamente a quella edipica, possa maggiormente aiutare nella comprensione di alcune specifiche situazioni cliniche.

Riferimenti bibliografici

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Il complesso fraterno nel pensiero di René Kaës. Massimiliano Sommantico Monica Castellini

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