Parole chiave: posizione asimmetrica, suggestione, neutralità, disponibilità, dialogo analitico
La neutralità in atto*
Ovvero: del contributo soggettivo dell’analista
Andrea Gaddini, Luigi Ippedico, Giuseppe Riefolo
Da Freud in poi il concetto di Neutralità( 1912), che fonda la psicoanalisi, è stato declinato dalle diverse posizioni teoriche accettando che la presenza stessa dell’analista in seduta impone che l’analista abbia una inevitabile funzione attiva nel processo analitico. La neutralità è piuttosto una posizione che l’analista cerca di curare continuamente durante il processo terapeutico e che si fonda sulla posizione di asimmetria che l’analista necessariamente assume rispetto al paziente. Se al paziente viene chiesto di “dire tutto quello che gli viene in mente senza alcuna censura” l’analista è in una posizione asimmetrica dove ciò che dice, pensa o sente lo può cogliere attraverso il registro del transfert-controtransfert e la funzione del setting che descrivono quell’incontro come un incontro finalizzato alla domanda e bisogno di cura del paziente. Pertanto la neutralità non si declina in ciò che l’analista fa, ma in ciò che il paziente usa della partecipazione inevitabilmente attiva dell’analista nella prospettiva della sua domanda di cura. L’analista conosce la propria partecipazione al processo analitico solo dalla restituzione che il paziente gli offre. Se l’analista, ad esempio, si scopre in una particolare reverie, oppure si riconosce in alcuni enactment -sia di azioni attive che passive (de-enactment), o di pensieri – nella posizione di neutralità deve continuamente riferire questi comportamenti al fine ultimo di quell’incontro che è la cura che il paziente chiede. Quindi la neutralità non è in ciò che si fa, ma nel senso di ciò che inevitabilmente si fa in funzione domanda di cura del paziente.
Premessa. L’analista neutrale che non si vede…
La psicoanalisi nasce dalla critica alla posizione di suggestione che consegnava al medico un grande potere di controllo sul paziente. La suggestione per la prima volta segnalava che il soggetto poteva essere passivamente influenzato non da forze divine o comunque spirituali, ma da un altro soggetto. La suggestione ipnotica interferisce con la naturale posizione e disposizione del soggetto e la psicoanalisi si propone come la tecnica che possa permettere al soggetto di disporre delle proprie potenzialità evitando che sia succube di progetti che non sono – e spesso in conflitto con i – propri. All’analista, quindi, viene prescritta la neutralità come antidoto alla suggestione, ma la suggestione per Freud e i primi analisti coincide con l’ipnosi. Nel modello pulsionale della prima psicoanalisi, evitando l’intrusione della suggestione, si permetteva al soggetto di conoscere e, quindi, riappropriarsi delle proprie pulsioni e la cura consisteva nell’aiutare il paziente a riconoscere e poi modificare pulsioni narcisisticamente disfunzionali. Dobbiamo riconoscere che, a vari livelli, questa posizione in cui l’analista è chiamato a sottrarsi il più possibile è durata fino a pochi anni fa e solo quella che è stata chiamata “la svolta relazionale” ha invertito i parametri arrendendosi positivamente alla evidenza che sia impossibile – se non persino violento – immaginare e, quindi, suggerire, che ci possa essere una crescita senza la presenza di un altro soggetto.
Alcuni analisti, recentemente riconoscono come il concetto di neutralità sia connesso al riconoscimento e alla relazione che si attribuisce alla realtà interna ed esterna. A partire dalla scoperta dei “neurotica” di Freud, 1897 (Freud, 1986), sempre più la realtà esterna è stata collocata in una posizione secondaria rispetto a quella interna, sostenuta da fantasie e pulsioni che cercavano semplicemente spazio nella realtà esterna la quale poteva risultare più o meno frustrante. Uno dei massimi momenti di tale esasperazione tra realtà interna sulla realtà esterna è accaduto soprattutto negli USA rispetto agli analisti emigrati dall’Europa intorno alla seconda guerra mondiale: “uno dei motivi di tale problema riguardò anche l’uso che si poteva fare dell’esperienza dell’Olocausto che per gli psicoanalisti, comunque, veniva molto ridimensionato: “per molti di noi l’evento dell’Olocausto non fu realmente importante (per i nostri primi analisti)” (Brown et al., 2007, p. 32, cit. in Howell, Itzkowitz, 2016, 11). Sempre nello stesso testo (2016) Sophia Richman riporta della sua analisi: “Io raccontavo della mia esperienza dell’Olocausto in un modo molto distaccato, in una condizione profondamente dissociata senza realizzare che quella cosa era realmente accaduta… Il mio analista non sembrava interessato…forse perché era un analista ebreo … e per questo lui non voleva si portasse l’olocausto nella stanza di analisi” (p.33).
La svolta relazionale è stata anticipata da alcune posizioni in cui gli analisti si occupavano dell’importanza della funzione dell’ambiente (Winnicott) o della disponibilità al sostegno (Bowlby) nella crescita del soggetto o della funzione attiva, comunque, anche dell’assenza (Bion; Lacan). La differenza netta che si introduce è il passaggio dalla funzione del contenuto alla funzione del dispositivo (il contenitore o il processo…) che produce il contenuto. Secondo questo ribaltamento un contenuto che inevitabilmente incide nella crescita del soggetto esiste sempre e la stessa “assenza” è comunque un contenuto peraltro dell’ordine negativo (il potere del soggetto assente in un gruppo, l’assenza di un ambiente sufficientemente buono che fornisca le cure primarie, le esperienze di neglect alla base dei traumi evolutivi…). Pertanto, superata la impossibile pretesa di una neutralità asettica, gli psicoanalisti – come è successo tante altre volte nella storia della psicoanalisi – provano ad usare positivamente sul piano clinico un dispositivo che fino ad allora avevano cercato faticosamente di evitare. Non si tratta, quindi, di inseguire il mito della neutralità asettica, ma di incidere nella inevitabile “influenza” (Mitchell, 1993) al fine di contribuire alla crescita del soggetto. La neutralità, quindi, rimane un dispositivo fondamentale del processo analitico, ma viene a porsi in un ambito che si colloca fra l’intrusività della suggestione e l’offerta di sostegno. Il processo analitico, quindi si pone fra la violenza intrusiva della “identificazione estrattiva” (Bollas, 1987) o lo “Spoilt children” (Borgogno, 1994) e il sostegno alla crescita del soggetto vista sostanzialmente come continuo accesso a dimensioni di crescente complessità della struttura del Sé che il paziente organizza trovando (curando…) compatibilità tra le proprie tensioni[1]. Quindi:
…ma non può nascondersi.
Ribadendo, quindi, la impossibilità e persino la inopportunità dell’analista “schermo opaco” (Freud, 1912)[2], proponiamo la nostra tesi. Partendo dalla posizione di J. Greenberg di neutralità considerata come “oscillazione continua nel paziente dell’esperienza di un analista come presenza sicura e al tempo stesso, pericolosa” (Greenberg, 1991, 217) proponiamo che la posizione di neutralità prima che essere “assenza” possa essere vista come “disponibilità” dell’analista ad offrire opportunità di crescita. La sufficiente neutralità dell’analista consiste nella posizione di attesa nel non sapere come il paziente userà quella disponibilità. Nell posizione di neutralità, quindi, l’analista nel momento in cui si propone è chiamato a sospendere le proprie certezze su ciò che sta proponendo e si pone in una posizione di attesa della risposta validante del paziente. L’analista è presente attivamente, ma non conosce l’esito della propria partecipazione e può leggerla solo attraverso la risposta validante del paziente. Il dialogo viene sostenuto attraverso proposte insature che l’analista prova a suggerire attendendo la risposta del paziente che, delle infinite possibilità, ne selezionerà solo alcune che lo stato del Sé – in quel momento e in quelle condizioni – rende possibili (necessarie).
Ribadiamo, quindi, che la neutralità non può essere decisa come posizione consapevole dall’analista, ma che si compie nella dimensione che lega analista e paziente nel continuo processo del dialogo analitico[3]. I dispositivi che sostengono la dimensione di neutralità, quindi, sono soprattutto gli enactment, la sorpresa, la curiosità e l’intera partecipazione soggettiva inconscia dell’analista.
Il modello di questo dialogo può essere il gioco del Domino dove la mossa di uno dei giocatori rappresenta continuamente una sollecitazione alla risposta dell’altro giocatore. La restituzione accade attraverso l’interpretazione, ma soprattutto attraverso le posizioni dell’analista finalizzate prima che alla comprensione, al mantenimento e sostegno vivo del processo. In questo senso la neutralità è finalizzata al mantenimento del processo che, nel caso risulti intrusiva, saturante, estrattiva o oggettivante (Bollas, 1999) perderà la dimensione creativa è porterà il paziente o l’analista a ritirarsi in posizioni rigidamente difensive. A questo punto, soprattutto gli eventi di enactment, nella loro dimensione “generativa” (Atlas, Aron, 2017; Riefolo, 2025) possono permettere la ripresa dell’eccitante gioco del domino analitico.
L’influenza neutrale
Per Hoffman, (2009) la posizione di “passione” da parte dell’analista è considerata soprattutto relativamente alla possibile o impossibile neutralità dell’analista nel processo terapeutico. Si tratta di definire il difficile crinale in cui si realizza l’inevitabile “influenza” dell’analista nel processo terapeutico. Tale influenza è tesa fra il polo del mito della neutralità e il riconoscimento esplicito, persino teorizzato, del contributo della soggettività dell’analista nel processo analitico. Ovvio che la neutralità passa attraverso le considerazioni che possiamo avere rispetto alla partecipazione al transfert e all’uso del controtransfert nel senso che si tratti di una visione di analista “schermo opaco” oppure di analista disposto alla relazione intersoggettiva e all’uso degli agiti in processi di enactment. Ma queste sono le due polarità estreme che però devono permetterci una riflessione sulla inevitabile necessità che l’analista debba tutelare una dimensione di neutralità che è inevitabile per il processo analitico. Riconoscendo che la neutralità sia un mito, (Boston Change Process Study Group, 2010) bisogna comunque tentare una definizione di neutralità che non coincida semplicemente con l’assenza o l’evitamento.
Hoffman, ricordando la sua collaborazione per oltre 20 anni con Merton Gill, pone il problema della neutralità dell’analista ai livelli di partecipazione inconscia implicita che si colloca fra la suggestione e il transfert e che lui – con Gill (1982) e Mitchell (1993) – chiama influenza dell’analista sul paziente: “contrariamente all’idea che il transfert fosse un modalità di fare esperienza separata dalla relazione reale con l’analista e che definiva chi fosse chi, Gill propose l’idea rivoluzionaria che il transfert avesse sempre intessuto le risposte del paziente alle realtà ambigue della partecipazione dell’analista, di cui l’analista potrebbe essere solo parzialmente consapevole” (Hoffman, 2009, 622). Ovviamente, il concetto di “influenza” rende molto più complesso il concetto di suggestione e viene a definire un ampio campo relazionale e soprattutto intersoggettivo che comprende inevitabilmente la partecipazione soggettiva dell’analista al processo terapeutico. Il problema che si pone, comunque, è che, una volta ampliato il campo, le definizioni di ciò che accade rischiano di diventare generiche e difficilmente documentabili sul piano della posizione clinica dell’analista. Infatti Hoffman, ad esempio propone: “l’autonomia, l’espressione di sé e il desiderio di influenzare sono legati alla reattività e al rispetto per l’altro e viceversa”. Ovvio che l’analista curerà il livello di necessaria asimmetria e sufficiente frustrazione che permettono il processo analitico, come cura della necessaria “neutralità”. Ma questi concetti, nelle attuali posizioni analitiche, vanno sicuramente ridefiniti rispetto all’astratta sterilità che li distingueva all’inizio.
Loewald (1960/1980, 225) sostiene l’importanza dell’interpretazione al fine di contenere le percezioni distorte del paziente. Ribadisce, inoltre, come “in analisi, perché sia un processo che porti a cambiamenti strutturali, è necessario accadano interazioni adeguate” (ibid.,230) che consistono in una buona posizione “genitoriale”, inclusi molti modi di coinvolgimento psicologici e fisici, verbali e non verbali. Vale la posizione di Fairbairn (1958, 377, ripresa da Wallerstein, 1990, 314 e poi da Hoffmann, 2009, 628): “dal punto di vista terapeutico, l’interpretazione non è sufficiente; e ne consegue che la relazione esistente tra il paziente e l’analista nella situazione psicoanalitica serve a scopi aggiuntivi rispetto a quello di fornire un’impostazione per l’interpretazione dei fenomeni di transfert. … L’effettiva relazione esistente tra il paziente e l’analista in quanto persone deve essere considerata di per sé un fattore terapeutico di primaria importanza”. Sempre Loewald (1986) inoltre sostiene che la tecnica dell’analista debba implicare una “speciale capacità di usare il proprio amore-odio al servizio dell’analisi” (p. 286). Sempre Hoffman (2009, 618) sottolinea come molti analisti diventino praticamente fobici sull’essere fonte di influenza nelle loro interazioni con i loro pazienti oltre a promuovere, come in Freud, gli sforzi dei loro analisti per trovare e venire a contatto con verità su se stessi e sui loro mondi. Ovvio che riconoscere (e persino usare…) la componente soggettiva, da parte dell’analista, nel processo terapeutico comporta dei rischi e configura, inevitabilmente, quel processo come unico ed originale sia rispetto alle caratteristiche soggettive dell’analista che della fase di vita dell’analista in quella precisa fase di vita e quel preciso momento. Inevitabilmente il tema si sposta sulla “violenza” dell’attività o sulla “violenza” della omissione. Ferenczi e le attuali posizioni dell’Infant Research non hanno dubbi sulla particolare violenza della omissione. Peraltro, un altro mito violento sarebbe quello di perseguire una partecipazione ad un processo creativo evitando “l’assunzione di rischi nel processo analitico. Gli psicoanalisti di regola sono molto più spaventati dalle conseguenze dei peccati di commissione che non dai peccati di omissione, una differenza che non è proporzionale, credo a qualsiasi differenza nei pericoli reali che ogni tipo di peccato pone. La relazione tra giocare sul sicuro e correre un rischio nella situazione analitica può essere paradossale in quanto il presunto corso sicuro può comportare il pericolo di insediarsi in qualcosa di morto o mortale, magari per anni, con a dir poco tragiche conseguenze al rallentatore, mentre avventurarsi in qualcosa che sembra più rischioso, può mantenere la promessa di creare nuove possibilità, nuova vitalità e nuove speranze. La nostra tesi è che l’analista abbia il potere di sostenere il cambiamento nel paziente attraverso un coinvolgimento immaginativo attivo e l’esercizio dell’influenza che spesso va oltre l’interpretazione sebbene possa certamente includerlo”. (Hoffman, 2009, 619)
Sostenere che le passioni dell’analista possano (debbano) far parte del processo analitico, paradossalmente, a nostro parere comporta una posizione di fiducia nelle potenzialità del soggetto (e del processo…) di saper valutare – imparando anche a sapersene differenziare criticamente – la posizione dell’altro che pur occupa una posizione di potere nei suoi confronti. Tale potere, se si guarda bene, è particolarmente sostenuto dall’assunzione di un ruolo di “superiorità” e di inaccessibilità idealizzata che il paziente implicitamente può attribuire all’analista. L’analista “neutrale” a nostro parere è molto più idealizzato, inaccessibile ed intrusivo dell’analista che è disposto a presentarsi portatore di soggettività e di proprie passioni. In questo scenario, il contenuto sono la soggettività e le passioni dell’analista, ma il contenitore, ovvero la struttura implicita che sostiene il contenuto, presenta al paziente elementi che egli può valutare, accogliere o attaccare. Semmai sarà la posizione etica dell’analista (potremmo dire la sua passione per la teoria psicoanalitica) che permetterà all’analista di cogliere le tensioni conflittuali che il paziente porta. Spesso il dialogo vivo fra paziente ed analista si può cogliere dietro le comunicazioni apparentemente collusive che il paziente propone. Se l’analista mantiene una autorappresentazione di ideale neutralità gli sarà difficile intuire la conflittualità attiva che il paziente propone perché ingabbiato egli stesso nel “bastione” dell’analista neutrale (Baranger, Baranger, 1969). Invece se l’analista sa rappresentarsi nel gioco intersoggettivo, farà le proprie mosse attendendo con curiosità e sorpresa le risposte vive del paziente. In questa linea pensiamo che la rappresentazione dell’analista “neutrale” e, quindi inattaccabile nella sua dimensione umana e soggettiva sia una profonda seduzione collusiva del paziente che arriva nella stanza analitica. Si tratta di un potente bisogno infantile in cui il paziente evoca la possibilità di incontrare un genitore idealizzato e perfetto che gli eviti il rischio del “peccato originale”. La neutralità analitica è un mito che i pazienti portano con se quando arrivano nella stanza di analisi e rappresenta il primo rischio di collusione fra analista e paziente. Basti pensare al disagio che ciascuno di noi ha verificato agli inizi della propria attività psicoanalitica nell’incontro con il paziente in contesti esterni o il paziente che magari aspettava in strada mentre noi arrivavamo a studio: l’imbarazzo del farsi notare mentre si arrivava in motorino, o mentre si doveva parcheggiare la macchina; arrivare trafelati e sentirsi osservati e imbarazzati mentre si apriva il portone. Presentare al paziente il diritto di poter conoscere la dimensione umana del proprio analista e, quindi, di tenere attiva una curiosità viva verso l’analista, diventa uno dei primi passi fertili del processo analitico e rappresenta una continua operazione di “uso dinamico del setting” (Bleger, 1967) che è sempre sullo sfondo del processo di analisi. “il paziente non è argilla (putty) nelle mani dell’analista. Ha una mente e una volontà propria fin dall’inizio con una capacità, anche se parzialmente compromessa, di collaborazione consapevole (Hoffman, 2006, 56; Loewald, 1960/1980, 279), ciò comporta, nonostante l’autorità speciale dell’analista, una capacità di differenziarsi e una capacità di concordare in modi significativi e auto-espressivi, non auto-abdicanti” (Hoffman, 2009, 620). Ci troviamo molto spesso ad autorizzare i pazienti a condividere con noi il fatto che magari, provando un senso di vergogna, sanno molto della nostra vita privata. Magari sono andati su internet a cercare notizie: spesso lo intuiamo da alcune loro goffe comunicazioni attraverso cui ci comunicano la tensione e il timore di potersi permettere un contatto profondo e caldo con noi.
L’analista non può immaginarsi in una posizione idealizzata dove la principale responsabilità professionale si concentri nell’evitamento “fobico sull’essere fonti di influenza nelle interazioni con i pazienti” (Hoffman, 2009, 618). Il lavoro analitico comporta necessariamente alti livelli di rischio (Ferruta, 2005) dove noi siamo chiamati ad assumerci la responsabilità di contribuire a trasformazioni di percorsi di vita che portano dolore e blocchi. La supposta neutralità può essere vista come simmetrica a una potente richiesta seduttiva dei pazienti traumaticamente spaventati da vive esperienze conflittuali. Negli allievi di Freud, soprattutto i primi che emigrarono negli USA, Gli analisti si preoccupavano di perseguire l’impersonalità, l’anonimato. Si prescriveva che gli studi fossero rigorosamente e stabilmente disadorni, in modo che nulla della personalità e dei gusti dell’analista potesse emergere. Alcuni, come cita Cremerius (1984), prima di iniziare la loro giornata di lavoro, dovevano togliere la fede nuziale. Una vera fobia dei ‘parametri’ (Eissler 1953) di cui, peraltro, Freud sembrava proprio non soffrire[4]. Sappiamo che l’assunto di neutralità, ovvero l’analista che, con la propria analisi doveva tendere ad una “purificazione psicoanalitica” (Freud, 1912, 537), era stata una delle prime prescrizioni di Freud all’analista e persino al paziente attraverso l’ingiunzione di sospendere e astenersi da ogni decisione importante durante il percorso analitico. Fox (1984), osserva come il principio (la raccomandazione) di astinenza diventa, negli primi allievi di Freud, la ‘regola’ di astinenza. Apparentemente – e vi sono ovvie giustificazioni storiche – la prescrizione di neutralità voleva essere il distanziamento netto dalla posizione dell’ipnosi, ma superando forzature storiche contingenti, possiamo considerare proprio come nella prescrizione simmetrica della neutralità rispetto all’ipnosi sia implicito il riconoscimento della inevitabilità della partecipazione soggettiva dell’analista al processo terapeutico: “exusatio non petita…”. Gli analisti colludono accettando una posizione idealizzata e asettica, evitando di presentarsi umani: “gli psicoanalisti di regola sono molto più spaventati dalle conseguenze dei peccati di commissione che non dai peccati di omissione (Hoffman, 2009, 619).
Infine, il tema della neutralità dell’analista comprende anche l’aspetto della Self Disclosure. Qui non possiamo soffermarci su un tema così ampio, che va comunque segnalato come particolarmente significativo in questo contesto. Il tema del disvelamento soggettivo dell’analista ha assunto sempre più importanza nel processo analitico[5] nel sostenere una posizione terapeutica basata sul processo, piuttosto che sul contenuto (Slavin, Kriegman, 1998, 278; Bromberg, 2006, 141). C’è un primo problema che non è solo di tecnica, ma anche di ordine etico: “generally cautious about self-disclosure, however, he is concerned to ensure that the patient’s experience remains at center and the analyst’s involvement not become excessive and traumatic for the patient” (Lehrer, 1994, 511). Si pone molto presto il tema di differenziare vari livelli di presentazione soggettiva dell’analista. Accenniamo solo al fatto che mentre la Self-Expression e la Self-Revelation riguardano caratteristiche implicite dell’analista, a nostro parere la Self Disclosure è invece una posizione riferibile al processo di enactment.
“Ci piacerebbe fare un edificio che potesse far dire alla gente: “Bene, questa sembra una casa antica tradizionale, però c’è anche qualcosa di completamente nuovo
(Kipnis, 1997)
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(*) Sintesi dell’intervento presentato in un Panel al 39th EPF Annual Conference: Neutrality, Oslo, Norway. Mar. 27 – 28, 2026, coordinato da Maia Kirchkheli (Londra) e discusso con Paola F. Acquarone (Berlino)
[1] Anche nelle più nette posizioni relazionali viene comunque riconosciuto che il soggetto ha sempre degli obiettivi e motivazioni (Aron, Grand and Slochower 2018)
[2] “L’analista deve essere per il paziente come uno specchio opaco, che non mostra nulla se non ciò che gli viene mostrato.” (Freud, 1912).
[3] “[…] bisogno di cura, disapprovazione e indifferenza, sono, in larga misura veicolati dall’espressione del viso, dal tono della voce e dai movimenti fisici. Secondo ricerche recenti fino al 90% della comunicazione umana attiene al livello non verbale riguardando l’emisfero destro” (Van der Kolk, 2014, 341). Il riferimento è alle ricerche di D. Goleman (2006), Intelligenza sociale, Rizzoli, Milano, 2007. Inoltre Beebe & Lachman (2014, 6-7) propongono come “La comunicazione è un’abilità prelinguistica presente sin dalla nascita. Le forme verbali di comunicazione e intersoggettività si basano sulle forme preverbali […] questi processi sono rapidi, impercettibili, co-costruiti e generalmente inconsapevoli [..] la terapia esplica la sua azione essenzialmente in questa modalità implicita e procedurale che, anche se non può essere espressa verbalmente, nondimeno influenza profondamente il corso del trattamento”
[4] S. Lipton definisce come ‘moderna’ la tecnica iper rigida in auge in America negli anni ’40-’50 – quella che noi chiamiamo appunto ‘classica’ – in quanto sostiene che la tecnica classica era quella usata da Freud, come esemplificato dal caso dell’Uomo dei Lupi, e mai da lui modificata in seguito, che non comprendeva gli aspetti di rapporti umani e individuali col paziente che Freud trattava liberamente (Nissim, 1988, 626) .
[5] Uno dei primi lavori sul tema, in modo esplicito, sembrerebbe essere quello di Makman (1980).