La Cura

Lesley Caldwell e Ruggero Levy dialogano con L. Castelletti e A.M. Pietrocola. Presentazione di Alberto Luchetti

Età Adulta
Lesley Caldwell e Ruggero Levy dialogano con L. Castelletti e A.M. Pietrocola. Presentazione di Alberto Luchetti

Parole chiave: trasformazione del campo analitico, assetto interno dell’analista, sofferenza contemporanea, mutamenti culturali

Diverse sono state le iniziative specificamente dedicate agli Analisti in formazione della nostra Società in occasione del XXII Congresso nazionale della SPI che si è svolto a Genova dal 21 al 24 maggio 2026, in cui per la prima volta è confluita la giornata conclusiva del training 2025-2026:

• una supervisione con Massimo Vigna-Taglianti e il sottoscritto, in cui ha presentato del materiale clinico il dottor Giuliano Aiello;

• una supervisione con il dott. Ruggero Levy a cura dell’IPSO, in cui ha presentato del materiale clinico il dottor Matteo Panero;

• l’incontro «Meet the Analyst» con il dottor Ronny Jaffé, presidente dalla SPI.

È stata accolta fra queste iniziative la proposta dei dottori Luca Castelletti e Annamaria Pietrocola di poter intervistare i due ospiti stranieri delle sedute plenarie del Congresso, la dott.ssa Lesley Caldwell e il dott. Ruggero Levy. Il testo dell’intervista è presentato qui di seguito.

Ringrazio a nome dell’INT e della SPI tutti coloro che hanno partecipato e contribuito a queste significative iniziative ed esperienze congressuali.

Alberto Luchetti
Segretario dell’INT-SPI

Interviste

Ruggero Levy è uno psicoanalista brasiliano di fama internazionale, membro della Società Psicoanalitica di Porto Alegre. Da molti anni si occupa della clinica dell’adolescenza, delle trasformazioni del legame contemporaneo e delle sfide che le nuove forme della soggettività pongono alla teoria e alla pratica psicoanalitica. Il suo pensiero coniuga rigore teorico e sensibilità clinica, mantenendo uno sguardo aperto sui cambiamenti culturali e tecnologici del nostro tempo.

In occasione del XXI Congresso Nazionale della Società Psicoanalitica Italiana, gli abbiamo rivolto alcune domande sul presente e sul futuro della psicoanalisi: dalla funzione del controtransfert alle nuove configurazioni della sofferenza psichica, fino alle sfide poste dall’intelligenza artificiale e dalle trasformazioni della società contemporanea.

Che cosa è diventato più difficile, e che cosa è diventato più possibile, nel lavoro analitico di oggi?

Agli inizi della psicoanalisi tutto sembrava più semplice. Si pensava che il compito dell’analista fosse soprattutto quello di essere uno specchio capace di riflettere ciò che accadeva nel paziente.

Con i contributi di Melanie Klein e Paula Heimann, e con lo sviluppo della teoria del controtransfert, la situazione si è fatta più complessa. Si è iniziato a comprendere come le identificazioni proiettive del paziente agiscano nell’analista e influenzino il suo controtransfert. Allo stesso tempo, questa complessità ha aperto una nuova possibilità: il controtransfert ha smesso di essere considerato soltanto un ostacolo ed è diventato uno strumento prezioso per conoscere l’inconscio del paziente. L’analista può sperimentare emozioni che appartengono al mondo interno del paziente e utilizzarle per comprendere e interpretare ciò che accade nella relazione, senza passare all’agito.

Successivamente la situazione si è complicata ulteriormente. La nuova epistemologia psicoanalitica è stata influenzata anche da alcune riflessioni provenienti dalla fisica quantistica, secondo cui l’osservatore e il metodo di osservazione influenzano il fenomeno osservato. In altre parole, non esiste uno sguardo completamente neutrale.

Tradotto in termini psicoanalitici, questo significa che l’analista, con la sua soggettività, partecipa inevitabilmente alla costruzione del campo analitico. Non è più soltanto qualcuno che osserva dall’esterno, ma una presenza che contribuisce a ciò che accade nella relazione.

Questa consapevolezza rende ancora più importante l’analisi personale dell’analista e il continuo lavoro su di sé. Quello che dicevo questa mattina è che oggi non possiamo più affermare semplicemente: «Sono uno psicoanalista». Dovremmo piuttosto chiederci continuamente: «Sto riuscendo a fare l’analista in questo momento?».

L’identità psicoanalitica diventa così qualcosa di dinamico, mai acquisito una volta per tutte. Esiste un impegno etico a cercare di essere il più possibile analisti, sapendo però che ci sono momenti in cui non riusciamo a farlo pienamente. Il compito consiste nel continuare a tendere verso questo ideale.

Oggi, di fronte ai nuovi sintomi, alle fragilità identitarie e alle nuove configurazioni del legame, il dispositivo analitico funziona ancora?

Non abbiamo soltanto nuovi sintomi; abbiamo anche nuovi pazienti.

Ho scritto diversi lavori sul trattamento di adolescenti con gravi sofferenze emotive e somatiche. È evidente che dobbiamo sviluppare una sensibilità e una capacità di accoglienza adeguate a queste nuove forme di sofferenza. Talvolta questo richiede alcune modifiche del setting classico.

Thomas Ogden sostiene che ogni paziente abbia bisogno del proprio setting e della propria analisi.

Un po’ come un abito su misura?

Esattamente. Non possiamo pensare la psicoanalisi come un abito prêt-à-porter.

Due mesi fa ero a Oslo, a una conferenza della Federazione Psicoanalitica Europea dedicata al tema della neutralità oggi. Partecipavo a un panel sulla neutralità possibile nel lavoro con gli adolescenti e ho raccontato una storia che ripropongo spesso. È una metafora ispirata a un antico metodo di addomesticamento dei cavalli selvaggi che si racconta esistesse nel sud del Brasile. Non so se sia una storia vera; per me è soprattutto una favola.

Si prende un cavallo selvaggio e lo si lega a un asinello. Il cavallo corre, salta, si agita e trascina l’asino attraverso il campo. Dopo un po’ si stanca, si ferma, e allora è l’asinello che riprende lentamente il cammino verso la fattoria. Poi il cavallo riparte, trascinandolo di nuovo lontano. Questo accade molte volte, finché, poco alla volta, l’asinello riesce a ricondurre il cavallo verso casa.

Naturalmente i nostri pazienti non sono cavalli selvaggi e noi non siamo asini. Ma spesso portano con sé emozioni selvagge, emozioni che devono essere pensate e simbolizzate. Riprendendo Bion, potremmo dire che il nostro compito è aiutare ad addomesticare i pensieri selvaggi.

Come l’asinello della storia, conosciamo il sentiero che conduce alla simbolizzazione. Ma per accompagnare il paziente dobbiamo essere disposti a lasciarci trascinare, almeno per un tratto, dentro territori emotivi turbolenti e sconosciuti.

Credo che questa sia la neutralità possibile oggi: vivere queste emozioni insieme al paziente, tollerare momenti in cui ci troviamo in luoghi ancora senza nome e, gradualmente, contribuire a trasformarli in esperienze pensabili e rappresentabili.

Per lo psicoanalista del futuro, quale tipo di curiosità sarà necessaria per mantenere viva la psicoanalisi? Quale postura dovrebbe avere l’analista di domani?

Qualche tempo fa parlavo con un gruppo di adolescenti del futuro. Dicevo loro che nell’anno Mille era abbastanza facile immaginare come sarebbe stata la vita venti o trent’anni dopo. Si sapeva che si sarebbe lavorato la terra, che si sarebbe conservato il raccolto, che ci si sarebbe sposati e che si sarebbero avuti figli e nipoti. La vita procedeva con una certa continuità.

Oggi, invece, non abbiamo quasi alcuna idea di come sarà il mondo tra venticinque anni. Il cambiamento culturale e tecnologico è talmente rapido che facciamo fatica a immaginare persino cosa accadrà tra cinque anni. Alcune professioni scompariranno e altre nasceranno, proprio come oggi esistono mestieri che pochi decenni fa sarebbero sembrati impensabili.

Quali strumenti dobbiamo conservare come analisti del futuro?

Dobbiamo coltivare la flessibilità. Dobbiamo conservare la curiosità. Dobbiamo approfondire la conoscenza di noi stessi, per non essere colonizzati dagli algoritmi. Dobbiamo sviluppare la creatività.

Agli adolescenti dicevo anche che sarà sempre più importante imparare a lavorare insieme agli altri, perché queste competenze saranno necessarie in qualunque professione futura.

Lo stesso vale per la psicoanalisi. Abbiamo bisogno di uno spirito aperto. L’intelligenza artificiale entra già oggi nelle nostre stanze d’analisi. Le questioni legate al genere fanno ormai parte della nostra pratica quotidiana. Dobbiamo imparare a lavorare con tutto questo.

Che cosa significa, in psicoanalisi, essere flessibili?

Significa mantenere un equilibrio tra tradizione e innovazione. Vuol dire conoscere profondamente la storia e la teoria psicoanalitica, ma anche restare aperti alle nuove situazioni che continuamente emergono e che possono mettere alla prova i nostri modelli teorici.

Raccontavo oggi di un mio paziente che lavora nel settore tecnologico. È un hacker professionista: viene incaricato da aziende e banche di individuare le vulnerabilità dei loro sistemi di sicurezza.

Un giorno mi disse: «Mi vergogno a raccontarle una cosa che mia moglie non sa. Utilizzo l’intelligenza artificiale per costruire scene pornografiche».

Per un istante ho pensato che, invece di sognare, stesse costruendo immagini digitali: quasi una sorta di protesi del sogno.

Gli chiesi se si masturbasse utilizzando quelle immagini. Mi rispose di no. Disse che non provava particolare eccitazione e che si trattava soprattutto di una curiosità intellettuale.

Da allora continuo a interrogarmi. Che cosa rappresenta questa attività? È il segno di una funzione simbolica fragile, incapace di trasformare i fantasmi in sogni? Oppure l’utilizzo di queste immagini finisce per indebolire ulteriormente la capacità di simbolizzare? O, ancora, potremmo trovarci di fronte a una nuova forma di rappresentazione, una modalità inedita di simbolizzazione che corre parallelamente a quelle che già conosciamo?

Questo esempio mostra come la nostra teoria sia costantemente chiamata a confrontarsi con situazioni nuove. Le trasformazioni della realtà spesso ci precedono; noi cerchiamo di raggiungerle, comprenderle e costruire strumenti teorici che permettano di pensarle.

È come se le nuove esperienze fossero sempre qualche passo davanti a noi, e la psicoanalisi continuasse a camminare nella loro direzione, cercando nuove parole per descriverle e nuovi concetti per comprenderle.

La ringraziamo.

È stato un piacere.

Le parole di Ruggero Levy restituiscono l’immagine di una psicoanalisi chiamata a confrontarsi con un mondo in rapida trasformazione: una disciplina che, senza rinunciare ai propri fondamenti, deve mantenere viva la capacità di interrogarsi sui nuovi linguaggi, sulle tecnologie emergenti e sulle forme inedite della sofferenza contemporanea.

Una riflessione che abbiamo ritrovato, da una prospettiva diversa e complementare, nell’incontro con la dott.ssa Caldwell. Se Levy ci invita a pensare alla flessibilità necessaria per incontrare i pazienti di oggi e di domani, Caldwell richiama l’attenzione sul peso che gli eventi storici, sociali e culturali esercitano tanto sulla vita psichica quanto sul lavoro dell’analista. Al centro di entrambe le conversazioni emerge una stessa domanda: come può la psicoanalisi continuare a pensare l’esperienza umana in un’epoca attraversata da cambiamenti profondi e accelerati?


Incontriamo la dott.ssa Caldwell a margine del Congresso Nazionale della SPI di Genova, nel corso di giornate dense di relazioni e confronti, capaci di alimentare quella riflessione sui possibili cambiamenti teorici e tecnici che il tema del congresso ha posto al centro del dibattito.

Seduta con noi sui divani della splendida sede congressuale, ci racconta subito di conoscere la sezione bolognese della SPI, che l’ha ospitata lo scorso anno in occasione delle Giornate di Studio di Bologna. Profonda conoscitrice del pensiero winnicottiano, nella relazione presentata al congresso si è soffermata su come i tempi drammatici della contemporaneità influenzino inevitabilmente la pratica clinica.

Dottoressa, nella sua relazione sottolinea il riflesso che i grandi eventi drammatici del nostro tempo hanno sul lavoro dell’analista e del paziente. Anche Freud e i pionieri della psicoanalisi sono cresciuti in un clima di tragica conflittualità mondiale. Che cosa distingue, per il nostro lavoro, queste due epoche storiche?

Sì, è vero. Anche durante la Seconda guerra mondiale molti analisti furono costretti a fuggire, a migrare, a vivere esperienze profondamente tormentate. Penso che non abbiamo dato sufficiente importanza al tempo storico in cui Freud, ma anche lo stesso Winnicott, sono vissuti e all’impatto che la guerra ha avuto su di loro. Tendiamo ad avvicinare questi maestri esclusivamente da una prospettiva psicoanalitica, mentre credo che abbiamo sottovalutato il peso dei fattori esterni.

Ricorderete che, durante le Controversial Discussions, Winnicott fece notare ai colleghi che Londra, in quel momento, stava subendo un bombardamento. Nella psicoanalisi cerchiamo spesso di circoscrivere le nostre riflessioni all’interno delle nostre teorie e della nostra pratica. Oggi, però, il rapporto tra mondo interno e mondo esterno è diventato sempre più urgente. Vorrei anzi sottolineare quanto questi due ambiti vivano insieme e si influenzino reciprocamente.

Abbiamo probabilmente sottovalutato il modo in cui i grandi eventi europei abbiano contribuito a formare un’intera generazione di psicoanalisti. Penso, per esempio, a Bion: negli ultimi anni si stanno approfondendo sempre di più gli studi sulle sue prime esperienze nell’esercito e, ancora prima, a scuola, e su come queste abbiano contribuito alla formazione del suo pensiero.

Quali riflessi possiamo intravedere sulla psicoanalisi contemporanea?

Ci sono alcuni temi fondamentali che influenzeranno la psicoanalisi del futuro. Penso agli studi sul genere, all’intelligenza artificiale, alle trasformazioni della comunicazione. Essere analisti oggi è più difficile: i pazienti chiedono molto di più e il contesto globale è estremamente complesso.

La comunicazione esterna ha un impatto profondo sulla comunicazione interna, sul modo in cui ciascuno parla con sé stesso. Anche in passato esistevano problemi analoghi, ma non vi erano le possibilità comunicative di oggi. La comunicazione umana è diventata molto più difficile da maneggiare. Dobbiamo prestare grande attenzione alle parole che utilizziamo e alle modalità con cui comunichiamo.

L’analista è forse più esposto all’esterno?

Forse sì. Non si può negare che qualcosa di grande e terribile possa accadere dall’altra parte del mondo e raggiungerci immediatamente. Possiamo scegliere di interiorizzarlo oppure di ignorarlo, ma ciò che un tempo era possibile non sapere oggi diventa sempre più ineludibile.

Anche per questo il nostro lavoro è diventato più complesso. Nel corso degli anni abbiamo imparato molto sul funzionamento della mente e sui nuovi linguaggi. Questa mattina, durante il panel, Anna Ferruta ha detto: «Vorrei tornare a discutere della funzione della parola». Ascoltandola, pensavo che certamente, in un contesto come questo, sia fondamentale riportare al centro la parola. Ma nel lavoro con i pazienti, nei nostri studi, non sono poi così convinta della sua assoluta centralità.

Esistono altri linguaggi altrettanto importanti. Dobbiamo imparare a fidarci maggiormente del non detto. È un compito che richiede molto agli analisti, ma anche agli istituti di formazione.

Nel suo intervento ha sottolineato l’importanza della creazione di un ambiente interno di cui il paziente possa fare esperienza. In questa prospettiva, ciò che cura non è soltanto l’interpretazione, ma la possibilità di sperimentare ciò che non si è avuto.

Sì. Cabré, poco fa in sala, ha detto una frase molto bella: «Le persone non vengono in analisi per ciò che è accaduto, ma per ciò che non hanno vissuto». Credo che questa affermazione colga qualcosa di molto importante.

Che ruolo ha il complesso edipico nella psicoanalisi contemporanea?

Un ruolo fondamentale. Tuttavia penso che gran parte del lavoro analitico contemporaneo consista anche nel facilitare, quando è possibile, il raggiungimento di un livello edipico. Molti dei nostri pazienti, infatti, probabilmente non hanno mai potuto sperimentarlo pienamente nel corso della loro vita intrapsichica.

Nel suo paper c’è un passaggio molto toccante in cui ammette che, di fronte agli orrori del mondo contemporaneo, avverte i limiti della propria preparazione. Che cosa la aiuta a non perdere la fiducia nel lavoro analitico?

Molti anni fa uscì un’intervista al mio analista. Gli chiesero perché continuasse ad avere fiducia nella psicoanalisi. Ricordo ancora la sua risposta: «Perché succede. E perché funziona».

Naturalmente la psicoanalisi non funziona sempre. Ma conserva una straordinaria capacità di estendersi, di trasformarsi e di raggiungere nuove aree dell’esperienza umana. Con il passare degli anni, considero un privilegio enorme poter continuare a incontrare i pazienti e a rimanere in contatto con gli inconsci. È questo che continua a nutrire la mia fiducia.

Luca Castelletti
Annamaria Pietrocola

(Candidati dell’Istituto Nazionale di Training della SPI)

Lesley Caldwell e Ruggero Levy dialogano con L. Castelletti e A.M. Pietrocola. Presentazione di Alberto Luchetti Monica Castellini

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