Parole chiave: gravidanza; maternità; paternità; mente gestazionale; mente fetale; prevenzione; ansia; depressione; perinatalità.
Maternità: la forza dell’esistenza dono di reciprocità
Carla Busato Barbaglio
Già nel 2008 prendeva vita in una prospettiva interdisciplinare che accostava scritti psicoanalitici, sociologici, teologici e antropologici, un testo curato da me e da Maria Luisa Mondello: Tra femminile e materno: l’invenzione della madre. Un bel testo, che approfondiva il tema della maternità a partire da diverse angolature. Mi sono chiesta che cos’altro potrei dire oggi, dopo un lungo lavoro con tante pazienti che mi hanno reso in qualche modo nonna e di cui ho seguito e condiviso gioie, speranze e paure nelle gravidanze. Cosa aggiungere dopo anni e anni di articoli, di insegnamento sulla Baby Observation e una quantità di madri, bambini e famiglie osservati?
Riprendendo un mio scritto pubblicato sulla Rivista di Psicoanalisi, Abitare l’incontro (2011), dopo le tante esperienze e riflessioni di questi ultimi anni, riscriverei con ancora più forza quanto uno dei grandi misteri rimanga il concepimento e la gravidanza; ‘la maternità’ che sempre di più si colloca in controtendenza rispetto a un mondo programmato per consumare in fretta, richiedere prestazioni, offrire soluzioni sempre più rapide per bypassare l’attesa e fare tutto. Nel tempo della ‘società liquida’(Bauman, 2000) in cui anche ‘il risotto ormai si fa in tre minuti’, come è possibile concepire un bambino che al contrario propone un aprirsi alla costituzione di quella che Gina Ferrara Mori (2008)chiamava la maternità interiore, un grembo caldo che accolga, dia vita e costituisca una trama forte, il meno possibile lisa o bucata. E su questa linea molto in controtendenza rispetto alla società liquida, c’è tutto un filone di ricerca oggi all’interno non solo della psicoanalisi, ma anche nelle aree limitrofe: infant research, antropologia, sociologia; discipline che sempre meglio definiscono e si inoltrano a capire ciò che produce buona vita.
E ci troviamo così a studiare i libri di D. Hill (2015) che scrive di sintonizzazioni vitalizzanti, di T.H. Ogden (2016) che si occupa di come prendere vita nella stanza di analisi, oltre a tutta la sua ricerca sulle vite non vissute, di A. Schore (1994) che propone stati di sintonizzazione che agiscono da catalizzatore per l’emergere di un Sé coerente. Autori, e ve ne sono molti altri, che accentuano il dare vita alla vita come passo di ricerca e di incontro fondamentale affinché l’analisi funzioni. Una dimensione fondamentale perché ogni processo di cura, in qualsiasi ambito si proponga, arrivi a farsi carico davvero della sofferenza dell’altro, e sia vitalizzante per l’altro. Più che una linea di oggettivazione del paziente, un modo di essere insieme, che include prima di tutto la necessità di attenzione alle proceduralità, al modo di essere dell’analista, del medico, dell’insegnante o dell’infermiere.
Tutto ciò riguarda l’analista nella relazione di cura, ma non è certamente secondario rispetto alla maternità, che richiama alla relazione più profonda che esista: un corpo che dà vita ad un altro corpo; un corpomente che impregna un altro corpomente; un corpomente che nel dare vita ad un bambino, dà vita contemporaneamente all’ essere una madre. Nasce un bambino, dice D. Stern (1999), ma nasce anche una madre per quel bambino. Il tutto in un contesto relazionale che può essere il più sano del mondo, il più funzionante, oppure al contrario in situazioni di grande fragilità o seriamente malate entro dinamiche familiari per le quali a volte lo spazio di sintonizzazione e di attesa di un bambino è esiguo, se non soffocato.
Penso a Laura che mi porto nel cuore con ammirazione: rimasta incinta di una bambina mentre era alle prese con una relazione di coppia difficile. Un marito con problemi di alcolismo e una madre spesso ricoverata per problemi psichici gravi, Laura percepiva che il suo diventar madre era a forte rischio. Che madre sarebbe stata? Quali ricaschi dello stato psichico della nonna sulla bambina? Come poteva continuare la sua difficile relazione di coppia? Quando è nata la bimba, sapendo della sua solitudine, sono corsa in ospedale portando un dono che nella mia famiglia era per ogni nascita. Il primo gesto di Laura, una volta tornata in analisi, è stato quello di mettermi tra le braccia la bambina, quasi segnalando una sua incapacità e delegandomi a tenerla; e per un po’ l’ho tenuta, con tanto affetto, dicendo ad un certo punto, aiutata dal pianto della bimba, che la piccola Sofia voleva stare tra le braccia della sua mamma, perché lì si trovava meglio. E così Sofia è stata presa, e dopo una mia sollecitazione alla madre, allattata tranquillamente sotto il mio sguardo commosso
Oggi si pone un interessante interrogativo agli analisti sul prestare sempre grande attenzione alle proprie peculiari proceduralità, e mi sembra altrettanto importante chiedersi da quali vissuti sia attraversata una madre in questo tempo particolarissimo, in cui l’altro che cresce sta dentro, attivatore di vissuti, dai più gioiosi ai più terribili e angosciosi. Vissuti che l’esperienza di maternità riporta a galla sulla scorta di una consegna spesso transgenerazionale. Angosce paralizzanti che in alcuni casi arrivano anche a impedire la vita. Un impasto profondo di corpo, fantasia e dialogo tra due persone diverse, la cui comunicazione è fatta di corpo e di parola, e investe livelli della mente quasi ineffabili, ma già con tutta la ricchezza delle infinite gamme di possibilità fisiche comunicative. I contenuti verbali in questo caso sono relativamente importanti, ciò che conta è la tonalità della voce, i movimenti del corpo, il ritmo silenzio-parola, l’essere rilassata o tesa della madre. Una qualità di ascolto profonda, fisica, della madre rispetto a ciò che sta nascendo e che pian piano troverà parole per dirlo e pensieri. Un livello che ha a che fare con la costituzione di una trama relazionale dotata della capacità di far nascere la mente, di generare, di costruire linguaggi.
Pensavo su questa linea a una giovane madre per la quale mi era stata chiesta una consulenza: immobile, lontana, guardava la sua bambina appena nata come se fosse un alieno di qualche strano pianeta, ed era così distante e staccata da lei da veicolare l’idea di una situazione pericolosa. Provavo per lei molta tenerezza unita a un forte dolore, e mi chiedevo come mai una situazione così complessa fosse passata inosservata per tutta la gravidanza: consultazioni, ecografie, visite varie. In che cosa si era stati ciechi, perché l’istituzione nei suoi vari personaggi di cura non si era fatta madre per lei? E che cosa nella bambina sarebbe rimasto impresso di quella distanza siderale, che cosa nel suo imprinting, nella sua memoria implicita? Quanto è rimasta sola questa mamma con ciò che le stava cambiando la vita dentro per sempre, come e dove stava il marito che si stava anche facendo padre della bambina? Esistevano dei nonni? Questa lontananza siderale mi assordava. Ricordo che non sapendo che dire sentivo un forte nodo alla gola: le presi le mani e gliele strinsi. Rispose stringendo forte e iniziarono a scenderle lacrime e lacrime. La feci accomodare notando che non lasciava andare le mie mani e che le sue tremavano moltissimo, quasi a chiedermi di tenerle sempre più strette, di non mollarla; non parole ma un contatto fisico che rispondesse a un bisogno profondo di essere tenuta forte, di essere stretta. Mentre lo scrivo pure a me scendono ancora lacrime ricordando quel momento di comunicazione profondissima in cui non erano necessarie parole.
Mi sono molto interrogata poi su come lavorare per dar vita e ripristinare quella fantasia fusionale di cui tanto ha parlato Lydia Pallier come uno degli scopi fondamentali del processo analitico.
“È necessario – afferma L. Pallier (1990) – che la fantasia fusionale o claustrofilica venga saldamente stabilita a livello inconscio e resti operante tutta la vita. Quanto più è salda e normale la capacità fusionale, tanto meno evidenti e necessari sono i processi schizoparanoidei con conseguente diminuzione o assenza di falsificazione, idealizzazione, persecuzione e così via”.
Forse in sintonia con un mio bisogno di rimettermi in contatto con tutte le mie buone esperienze, mi vengono in mente anche le varie ricerche che si trovano nel libro di G. Music (2011) rispetto alla necessità di un dialogo che sia il più possibile sereno, caldo, rassicurante e possibilmente gioioso. La risata in sé fa aumentare gli ormoni che rafforzano il sistema immunitario. Ciò è stato dimostrato confrontando il latte di madri che durante l’allattamento guardavano film di Charlie Chaplin con quello di madri che guardavano le previsioni del tempo (H. Kimata, 2007): si è visto che le prime avevano nel latte una quantità più alta di ormoni che rafforzano il sistema immunitario, con evidenti ricadute positive sui bambini e sulla loro resistenza alle allergie.
Certamente la mia paziente sideralmente lontana aveva bisogno di un lungo tempo di mani che la stringessero forte e di altro, denunciando un’area del sé povera, se non disperata. Però mi verrebbe anche da chiedermi: come sono le mani che stringono, gli occhi che guardano, i toni di voce che arrivano quando si parla? Sono portatori di vita o colludenti con aree di morte?
Di segno diverso, dato che propone un modello di buon rapporto per la vita, il racconto di un’altra giovane donna in maternità, che mi diceva che non sapendo nulla delle sue origini aveva voluto fare l’amniocentesi. Al momento dell’inizio di questo esame era scoppiata in lacrime. Nel frattempo il ginecologo rilevava con l’ecografo che il bambino si stava stropicciando gli occhi, come se stesse piangendo anche lui. Glielo segnalava e gliene faceva una foto con su scritto: “anch’io piango”.
Il tutto si trasformava in un sorriso, un curiosare attento, un’incredulità, ma anche una sintonia che si verificava. Chissà cosa stava succedendo realmente a quel bambino, ma sicuramente quel ginecologo e quella madre, assieme, cominciavano ad ascoltare, forse a sognare quel bambino, attribuendo un senso ai suoi movimenti e intrecciando in questo modo con lui un dialogo che sicuramente rendeva più intimo e reale per la madre quanto stava avvenendo dentro di lei, il versante più vivo, in una nuova richiesta di attenzione e comprensione. Ho molto ammirato quel ginecologo che era riuscito a trasformare un momento di angoscia in un momento di ‘benessere assieme’, quasi un gioco restitutivo di vita e ricerca.
Nell’affrontare questo tema mi aiuta una frase di Leonardo, contenuta in un taccuino del Codice Forster e da me già citata più volte, che mi pare la chiave su cui mettere le note del mio lavoro:
Arco non è altro che una fortezza causata da due debolezze, imperoché l’arco negli edifizi è composto di 2 parti di circulo, i quali quarti circuli, ciascuno debolissimo per sé, desidera cadere, e opponendosi alla ruina l’uno dell’altro, le due debolezze si convertano in unica fortezza.
Questa citazione racchiude quasi in un caleidoscopio la molteplicità di vissuti che ogni inizio di vita crea, nella futura madre, nella coppia e nell’ambiente. Emozioni, sentimenti, sensazioni corporee che si accavallano e si alternano, facendo sì che quella gravidanza dia il via all’unicità di quella persona perché unica è quell’esperienza. Debolezza e forza, paura e resilienza creano l’arco che quando si regge in un buon equilibrio diventa una fortezza. Ma che cosa fa sì che la resilienza si instauri per poter stare nella vita in modo positivo anche rispetto a difficoltà, avversità o traumi?
Ognuno di noi struttura la propria mente in relazione alla mente dell’altro, non solo quindi la mente del genitore ma, come nel caso che ho citato prima, la mente del ginecologo, oltre all’influenza di quel bambino su quel genitore. Che cosa fa sì che una persona sia più ‘positivo-resiliente’ rispetto alla vita?
Mi sembra interessante segnalare come il termine resilienza sia un termine mutuato dalla scienza dei materiali e indichi la capacità di deformarsi ma anche di conservare la propria struttura; se noi lo utilizziamo rispetto al campo delle relazioni, definisce un processo che consente di adattarsi alle avversità, ai traumi, fino alle tragedie. Segnala la capacità di riemergere da esperienze difficili o di affrontarle, mantenendo una attitudine sufficientemente positiva nei confronti dell’esistenza.
Penso alle ansie che si scatenano rispetto al silenzio del corpo dopo tanti tentativi di rimanere incinta e ai fantasmi di incapacità che invadono la mente legati alla propria struttura di personalità. Quale culla, quale mente gestazionale, meglio ancora, quale camera gestazionale si sta creando, certamente anche assieme al futuro padre, e con la modalità di rapporto che si instaura con ginecologi, genetisti, ostetriche o altro? Come si muove o si complica nella cultura di oggi, e più precisamente nella nostra società, quello che è per certi aspetti considerato da sempre ‘naturalità’? E a quali nuove vite, e come, si sta offrendo possibilità, vitalità?
E tutto ciò senza entrare nel merito di quando il concepimento irrompe in situazioni non pronte ad affrontare la novità che arriva. Come lavorare quindi sin dall’inizio per dare vita alla vita, stimolando emozioni positive? Penso alle molte situazioni cliniche da me incontrate nelle quali lo stesso tempo di attesa ha fatto intuire il futuro di un eventuale arrivo, e a quante possibilità di aiuto si potrebbero dare al ‘concepimento di una buona vita’. Ci si attarda sulla vulnerabilità o i nuovi incontri sono germinativi di resilienza? Mi piace ricordare le ricerche di E. Tronick (2008), che evidenziano il passaggio da una lettura lineare della vita per entrare nella complessità, e come questo introduca il concetto di ‘imprevedibilità’.
Una imprevedibilità che riguarda non solo il come noi possiamo essere diversi nel nostro lavoro a causa di ciò che ci succede o attraversa la nostra vita familiare, ma anche quella particolarità di sé che ognuno introduce in ogni relazione. Penso a come è la nostra faccia quando guarda l’altro: quanto può essere amimica, forte di un livello teorico di neutralità, o quanto è viva con tutto ciò che contiene e quanto noi ne siamo coscienti e pronti a cogliere cosa stiamo immettendo nella relazione, e cosa dell’altro stiamo attivando. In altre parole che cosa il volto dell’altro o l’altro stimola in noi.
Al riguardo si veda tutta la ricerca sulla Still Face (Tronick, 2014) che non ha solo a che fare con la relazione madre-bambino, ma con tutte le relazioni che bene o male intrecciano e nutrono la vita. Interrogativi, note alla scala musicale, per la costruzione della famosa ‘danza relazionale’ proposta da D. Stern (1985), da E. Tronick, che potremmo ora utilizzare come l’inizio della costruzione dell’arco. Quel ‘desidera cadere’ che Leonardo descrive parlando delle parti di circulo che formano l’arco, mi fa pensare alle paure che si addensano, ad un senso di sé incapace che può fare capolino, a tutti i fantasmi o più correttamente alle memorie implicite di non buone sintonie che possono impedire il farsi della fortezza.
Tutto ciò porta coloro che a tanti livelli operano nell’aiutare la vita, a interrogarsi sul ‘come’ si propongono e ‘cosa’ di sé propongono. Diversi autori, tra i quali G. Music (2011), segnalano che sentiamo di esistere in quanto siamo nella mente degli altri e parte della loro storia. Il problema però è come lo siamo.
A proposito di questo, vorrei inserire qualche pensiero di una mia paziente che è anche mamma, e che narra di una sua esperienza di aborto.
La paziente racconta: “ Dottore per fortuna la associo a un ricordo bello, la nascita del mio secondo figlio!- mi viene subito da dire al ginecologo che incontro in ospedale. -Meno male!- mi dice lui.
– Oggi sono qui per un motivo abbastanza triste. Aborto ritenuto, aborto interno ad 11 settimane. Fino al giorno prima contavo le settimane con entusiasmo e gioia, specialmente all’avvicinarsi del terzo mese, che nelle fantasie di ogni mamma rappresenta un traguardo importantissimo. Ora tutto questo è perduto, tutto è fermo, come il silenzio di un battito che non c’è. Dovrò fare una procedura di raschiamento. So già che non c’è più vita nell’embrioncino, eppure non c’è alcun accenno di distacco, nessuna perdita di sangue, è tutto ancora fermo ed attaccato lì, come mi ha detto ieri la dottoressa in Pronto Soccorso. Ed ecco che appare nella stanza proprio lei. Appena mi vede si avvicina e mi mette una mano sulla spalla, e subito dice al suo collega tutta una serie di dettagli clinici che mi colpiscono perché li ricorda tutti a memoria. Mi sento tenuta in mente e questo mi dà molto conforto in quel momento, e mi trasmette un senso di sicurezza.”
Così mi scrive questa paziente, descrivendo come per lei sia stato importante essere seguita in un contesto dove le competenze professionali si accompagnano ad un livello di accoglienza umana molto particolare: “Forse perché si tratta di un piccolo ospedale, che ha una forte tradizione sull’ostetricia e maternità, è un luogo in cui ci si sente accuditi e guardati con molta attenzione. Avendo affrontato due parti e due aborti tutti nello stesso luogo, ho ben presente quanto i gesti affettivi ed umani mi siano stati di aiuto. Come ad esempio una carezza sulla fronte da parte del ginecologo che mi controllava dopo il mio primo parto, andato bene ma non benissimo; oppure la mano di un’altra ginecologa che mi teneva forte mentre la collega inseriva nel collo dell’utero i palloncini per indurre il travaglio – ‘coraggio, fa male ma fra poco non si sente più’. O ancora la mia ginecologa, passata in stanza dopo il turno per salutarmi e conoscere la mia bambina appena nata, che mi dice: ‘mi hanno detto che sei stata bravissima!’ e mi fa l’occhiolino. E mi verrebbero molti altri esempi, accortezze che sembrano piccole ma invece risultano fondamentali per non sentirsi soli, e sentirsi invece profondamente visti, considerati e riconosciuti. Penso che uno sguardo attento alla persona, alla donna, compresa la cura nel dire una parola in più che accompagna in quei momenti estremamente delicati, può fare la differenza ed infondere speranza e coraggio anche quando sembra tutto difficile, o a volte impossibile”.
Le brevi riflessioni di questa paziente mi fanno ancora più riflettere sull’importanza della prevenzione in tutto l’ambito della perinatalità. Il bel libro collettaneo di Antonio Imbasciati e Loredana Cena, Il futuro dei primi mille giorni di vita (2018), oltre ad offrire una ricca sintesi delle ricerche attuali nella costruzione della mente fetale e delle relazioni genitori-bambino, mostra come da queste conoscenze nascano nuove consapevolezze sui possibili interventi di prevenzione.
Il rendere più percepibile il bambino ai genitori promuove una maggior ricchezza e una migliore qualità di scambi emozionali, che sostengono la crescita. Le nuove conoscenze aiutano a costruire programmi più specifici, per esempio per i bambini nati a termine e a pretermine che implicano esperienze relazionali plurisensoriali, tattili e acustico-musicali, e aiutano anche i terapeuti nel sostenere la nascita del bambino e della genitorialità, aumentando la consapevolezza sui percorsi di sintonizzazioni affettive e relazionali.
L’essere toccato e la qualità dell’essere toccato, per esempio, ha a che fare con lo stabilirsi dei confini del sé. Panksepp nel suo bel testo Archeologia della mente (2014), afferma che l’empatia umana affonda le proprie radici nei circuiti antichi che generano sentimenti di cura in tutti i mammiferi, là dove identifichiamo il nostro benessere con il benessere degli altri. I sentimenti di panico/sofferenza manifestati da altri possono essere una delle risonanze emotive più potenti per promuovere le attenzioni empatiche.
Che cosa stiamo perdendo o che cosa sta succedendo in questi tempi di guerra? Penso al malessere della signora non vista per nove mesi e mi chiedo: cosa si è interrotto? Che cosa non si è attivato?
Alcuni anni fa in una scuola per l’infanzia di Roma attenta al metodo osservativo di Esther Bick è stato organizzato un corso di osservazione con Jeanne Magagna, la sottoscritta e la direttrice della scuola, Patrizia Pasquino. È stata una esperienza interessantissima rivolta non solo ai genitori ma anche alle maestre dell’asilo e agli operatori dei vari servizi, compresa la cuoca etc.
Ogni genitore doveva scegliersi un bambino, non il proprio, da osservare per un’ora una volta alla settimana, così gli operatori. Poi una volta al mese, divisi in tre gruppi, ci si è trovati per commentare e riflettere assieme sulle osservazioni. A grande richiesta il corso si è ripetuto, non ricordo se per due o tre anni, e i benefici sui bambini, sui genitori e operatori e su noi si sono ben presto evidenziati in una attenzione empatica più precisa e nell’espressione empatica più evidente; alcune mamme sono riuscite a chiedere aiuto, come pure qualche padre. E anche per qualche bambino sono iniziati dei trattamenti di psicoterapia. Se dovessi riassumere in poche parole l’esito, lo definirei come la possibilità di costruire una maggior intimità e vicinanza tra i frequentatori dell’asilo: un clima più familiare di partecipazione e scambio che implica anche la possibilità di chiedere aiuto senza sentirsi incapaci o troppo deficitari.
Un accenno rapido ora a tutte le sempre più numerose maternità PMA che si incontrano. Il bel testo Psichiatria fetale (Soubieux, Soulé, 2007) ci pone una domanda: gravidanza o maternità? È un problema di sostegno narcisistico o è la possibilità di prendersi cura di un altro? Non credo che il confine possa essere così nitido. Come in adolescenza, anche in gravidanza si cammina su questa linea di confine, su questa frontiera difficile che mette alla prova, e certamente là dove il DNA genetico impastato con il DNA relazionale ha subito fratture, camminare su questa frontiera si fa più difficile. Come è difficile camminarvi quando la natura pone limiti: nuovi problemi vengono posti dalla grande offerta di possibilità di andare oltre l’infertilità. Penso alle situazioni in cui per tanti motivi i figli non arrivano e a quanto in queste situazioni non ci sia molto spesso un aiuto che permetta di riflettere sulla ferita, e agli infiniti tentativi che a volte si trasformano in vere e proprie malattie nelle quali non c’è più la ricerca di un bambino, ma un restare dentro ad un tormento senza fine, nel quale si perde il senso della vita, del rapporto con gli altri, e a volte del rapporto di coppia.
Tutto sembra dover passare per quell’unica esperienza la cui funzione sembra quella di rimanere legati alla mancanza e al tentativo di esorcizzarla. Una ferita narcisistica che deve essere tenuta attiva e presente senza soluzione di uscita. Quale spazio creare perché insicurezze di base o limiti di realtà non si trasformino in torture e non minino ulteriormente la qualità della vita? Come poter dire: basta, fino a qui ho tentato, ora posso continuare a vivere e a essere ‘generatrice’, donna fino in fondo anche senza un figlio?
Le possibilità offerte dalle varie scienze mettono a contatto con conoscenze e possibilità enormi, ma contemporaneamente con i rischi della non accettazione del limite e della debolezza, finendo in una sorta di gestione onnipotente della realtà in cui tutto si può fare, tutto si può prevenire, tutto è gestibile. Impressionano i tentativi esasperati di inseminazioni che a volte vanno oltre il ragionevole, senza che qualcuno aiuti a mettere un limite, anche per la salute stessa della donna. Quanto poco spazio viene dato all’interiorità mentre tutto sembra affidato solo alla tecnica? Che spazio c’è per pensare alla fecondazione eterologa e a ciò che mette in atto prima che ci siano problemi seri per il bambino?
Non mi sento di entrare più approfonditamente nel merito di un tema così complesso in poche righe. A partire da quanto appreso dalla mia esperienza clinica, vorrei segnalare come il dare nascita a questo bambino (e per nascita non intendo solo la gravidanza e il parto, ma maternità e paternità) possa funzionare meglio se i fantasmi ulteriori che questa esperienza immette nella coppia sono presi seriamente in carico. È una partenza di vita in cui lo sguardo del genitore si appoggia spesso alla ricerca di un altro, oltre la coppia, un qualcuno misterioso che però è sempre presente. Ed è uno sguardo asimmetrico nel senso che- mentre nelle adozioni c’è una partenza che accomuna i membri della coppia, qualunque sia la storia che ha portato a fare la scelta- in queste inseminazioni c’è un estraneo che crea una disparità di partenza. Questo introduce elementi spesso non contenibili.
Tra le varie storie che ho frequentato, interessante a questo proposito la vicenda di un paziente più che trentenne che viene a sapere di non essere figlio biologico di suo padre. Già tutti i suoi sogni, prima della comunicazione ricevuta, parlavano di questo come se fosse inscritto nella sua memoria implicita. Ma questa inscrizione non poteva essere avvenuta se non in quello che era circolato nella famiglia, nelle sensazioni, percezioni, emozioni e sentimenti e negli sguardi. Tutte le strade sono percorribili purché si sappia il più possibile ciò che si sta facendo e quali ripercussioni può avere la gestione più o meno buona delle scelte. La negazione della debolezza e del rischio aumenta fragilità e cadute.
In questa linea, penso anche a situazioni che ho seguito di coppie di donne omosessuali che con inseminazione artificiale hanno avuto un bambino: difficoltà ulteriori a vari livelli. E le coppie che utilizzano la gestazione per altri che cosa stanno ingravidando?
Mi chiedo se a volte tutta la strumentazione tecnica che abbiamo a disposizione e che apre a sogni e possibilità infinite, non esautori la donna dallo stare in contatto con quanto sta accadendo, portandola a diventare quasi suddita di chi detiene il potere medico. Espropriata del proprio corpo, espropriata di una conduzione personale di quanto sta avvenendo, spinta a vivere solo nei controlli, nelle diete; come se la gestione della gravidanza fosse di altri, quasi a somigliare, e lo dico per esagerazione, a una ‘gestazione per altri’.
E non entro nel merito del dramma, della disperazione di tante situazioni seguite durante la gravidanza nelle quali ad un certo momento, specie attorno al quinto mese o comunque a gravidanza avanzata, si affaccia una anomalia del feto che rende il tutto faticoso, angoscioso e con risonanze emotive veramente complesse a tanti livelli, sia che si tratti di una gravidanza naturale oppure di una PMA. E quanto spesso la donna su questo si fa muta e sola in un dolore difficilmente condivisibile.
Vorrei segnalare per concludere anche le gravidanze adottive, nelle quali non tanto il corpo che cresce un bambino, quanto la coppia e financo l’ambiente più esteso, devono fare un cammino dall’estraneo al familiare; cosa non sempre facile perché realizza anche l’incontro di due ferite: una madre che non è riuscita a farsi madre partendo dal corpo e un bimbo che è stato abbandonato.
Una volta, in una consultazione, una coppia mi parlava del bambino arrivato come se fosse un giocattolo rotto. Rimasi a lungo impressionata da questa comunicazione chiedendomi come erano stati preparati ad affrontare un’esperienza così difficile come l’adozione. Esperienza estremamente complessa e difficile da reggere.
Ricordo una mia paziente che lamentava l’odore diverso della piccola bambina che aveva preso in adozione. Solamente quando nel corso dell’analisi quell’odore si è confuso con gli odori familiari, ho pensato che l’adozione fosse avvenuta: la piccola non era nata solo dalla mente e dalla lunga preparazione, ma era nata nel corpo, a livelli profondi non dicibili. Eppure mi chiedo se quell’odore diverso che ha reso estranea per un po’ la bambina possa essere qualcosa che le rimarrà addosso e che renderà per sempre più complessa la sua vita di relazione.
L’abbinamento adottivo non parte dal corpo, dalla pancia che cresce nonostante tutto e costruisce al di là dei pensieri, ma si articola in un altro alfabeto relazionale che ha come componente, all’inizio, addirittura il rapporto tra la coppia e l’istituzione. Il linguaggio dell’intimità si avvia in modo assolutamente diverso. È un alfabeto che si costruisce, per certi aspetti, con poco ’luogo del dentro’ e il cui spazio include, a volte anche pesantemente ma inevitabilmente, il fuori: altri contenitori, altre madri, orfanotrofi, psicologi, assistenti sociali, tribunale, ecc.; una realtà complessa e non facile da reggere, anche nelle situazioni più solide.
È l’inizio di un cammino che espone ad un livello di difficile e complessa intimità, e in modo a volte acuto espone al versante dei ‘fallimenti’ più che a quello della ‘progettualità che nasce dentro fin dalle prime cellule’. Una progettualità che con la gravidanza si intesse perché comunque il corpo ‘crea’, anche se la mente ha difficoltà a pensare e a sostenere, ma pian piano la può apprendere.
Al contrario ‘il pancione progettuale adottivo’ è contrassegnato da una esposizione all’angoscia di fallimento, disancorato da un corpo che comunque di base segnala altro: un corpo con difficoltà, se non impossibilità, a generare, quello della madre adottiva; e un altro corpo, quello della madre naturale, che non può tenere o, peggio ancora, rifiuta il figlio.
È questo uno dei nodi da avere ben presenti nelle storie di adozione e ciò vale anche per le coppie meglio riuscite. Mentre la futura mamma adottiva si deve confrontare con la sua impossibilità di generare, che apre una gamma notevole di vissuti fallimentari, il bambino porterà in sé anche un filo di impossibilità a essere tenuto, un non essere stato voluto fino in fondo. Il nuovo alfabeto relazionale parte da due percorsi di fallimento, da due storie che si incontrano nella ferita e che hanno talvolta radici culturali-genetiche molto diverse.
Non c’è nulla di più angoscioso per una donna che sta in gravidanza dell’esperienza dell’ ‘uovo bianco ’ e cioè della camera gestazionale vuota. Qualcosa di simile accade nella mente della donna che ‘aspetta’ l’abbinamento con il bambino da adottare. La speranza di qualcosa di nuovo che nasce è coniugata con l’angoscia d’indegnità, di sterilità e d’impossibilità che il bambino ci sia.
Come trasformare il vissuto delle coppie che sono di fronte ad una camera gestazionale vuota in un luogo per il bambino? (Busato, 2010).
Un ulteriore problema è quello che riguarda le cosiddette maternità in esilio, come le chiama M. R. Moro nel suo bel libro così intitolato (2010). A partire dalla sua lunga esperienza in Francia con queste madri, la Moro si chiede quale alleanza sia possibile costruire con loro per proseguire sulla via della genitorialità ‘quando la solitudine e il trauma dell’esilio rendono fragile o complicato questo processo, la migrazione può essere traumatica in quanto colloca l’individuo in un involucro culturale esterno che non è più congruente con il suo involucro culturale interno ’.
A questo si possono aggiungere esperienze di guerra, persecuzioni politiche ed etniche, oppure catastrofi umanitarie. Come inserire il futuro figlio in questa storia tragica e dolorosa? E come farsi madri in situazioni così complicate che le rendono ancor di più veramente e profondamente sole con i propri fantasmi, le proprie angosce, le proprie nostalgie?
Ho tentato accenni per entrare in questo mondo complicato della maternità, accenni per pensare ulteriormente e termino con una nota di speranza. È di oggi il messaggio commovente di una mia paziente che dopo aborti, di cui uno terribile e molto doloroso a gravidanza avanzata, mi scrive informandomi dell’attuale gravidanza: “Dottoressa, la bimba cresce sana e si muove bene. Ora si riesce a vedere il bel musetto”. Segue peso, lunghezza e gioia, tanta gioia, dopo tanto dolore. E riparte un sogno di apertura e di forza per una buona vita!
Carla Busato Barbaglio dialoga con Lucio Rinaldi
Per arricchire e dare ulteriore forza a quanto scritto nel mio testo, ho pensato di coinvolgere con un’intervista il prof. Lucio Rinaldi, impegnato da una vita con passione di ricerca e confronto continuo su questi temi al Policlinico Agostino Gemelli di Roma.
Il tema di fondo che attraversa la nostra proposta riguarda la ricerca insonne e continua del come “dare vita alla vita”.
C.B.B. Caro Lucio, ormai da tanti anni collaboriamo assieme sia per tutte le problematiche adolescenziali e in modo particolare il disturbo alimentare, sia sui temi che hanno a che fare con la maternità. Ho estratto un pezzetto di una tua comunicazione ad un convegno fatto su questi temi che mi sembra riassuntivo delle tante problematiche che si incontrano. Puoi aggiungere qualcosa in più? Mi hanno impressionato anche le statistiche che avete elaborato relative al disagio in maternità incontrato in ospedale, e anche di queste sarebbe interessante averne notizia.
“Il disagio si trasferisce nei neonati e nei bambini, figli di queste coppie in difficoltà – spiega il professor Rinaldi – con conosciute e gravi ripercussioni emotive che dureranno tutta la vita o a volte con vere e proprie esperienze di trascuratezza, abuso psicologico e/o fisico. È importante – continua lo psichiatra del Gemelli – sviluppare una cultura sul sostegno alla genitorialità e sugli interventi precoci di prevenzione del disagio in una società che sembra poco attenta. La finalità è quella di non arrivare alle forme eclatanti del disagio di madri, padri e figli, quelle che fanno notizia, quelle di cui purtroppo periodicamente – anche di recente – si sente e si legge sui quotidiani: madri o padri che dimenticano i bambini nell’auto, madri o padri che lasciano o gettano il neonato nei cassonetti, infanticidi; tutti questi drammatici ed eclatanti episodi spingono a interrogarsi e a immaginare di intervenire su più fronti e in più momenti con opportunità di accoglienza, ascolto e aiuto”.
L.R. La salute mentale nel periodo perinatale è, a tutti gli effetti, una questione di salute pubblica: un tema che attraversa la vita di una donna nel momento della gravidanza e del parto, ma che non le appartiene in solitudine; è un’eco che si propaga nell’intero nucleo genitoriale, coinvolgendo chi diventa madre e chi diventa padre nello stesso istante di trasformazione. Le evidenze più recenti ci raccontano una realtà tutt’altro che marginale: sintomi depressivi e ansiosi accompagnano, con una frequenza che sorprende, il tempo della gravidanza e i mesi che seguono la nascita. Le stime oscillano – variano a seconda delle popolazioni osservate e degli strumenti con cui si è scelto di guardare – ma le meta-analisi internazionali più aggiornate disegnano un quadro chiaro: circa una donna su quattro, o forse su tre, attraversa sintomi depressivi in questo passaggio (Yin et Al., 2021; Roddy et Al., 2023). E i padri non ne restano fuori: ansia e depressione toccano anche loro, generalmente in una misura che va dal 10 al 20%, a ricordarci che la genitorialità è un varco che nessuno attraversa davvero da solo (Rao et Al., 2020; Leiferman et Al., 2021).
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, con uno sguardo più prudente rivolto ai disturbi mentali conclamati, stima che un disturbo – prevalentemente depressivo – riguardi circa il 10% delle donne in gravidanza e il 13% di quelle che hanno appena dato alla luce. E nel 2025 l’OMS ha aggiunto un’altra cifra a questo racconto: fino a una donna su cinque, nel periodo postnatale, può trovarsi ad attraversare depressione o ansia. Numeri che, letti uno accanto all’altro, non sono soltanto statistica: sono l’invito a guardare la nascita non solo come inizio di una vita, ma come una soglia fragile che merita cura, ascolto, e presenza.
C.B.B. Molti studi, anche fatti dai vostri gruppi di ricerca, indicano che un alto livello di tensione emotiva o un franco disturbo di ansia in gravidanza possano essere fattori di rischio per una depressione post partum, ed evidenziano anche molti altri segnali individuabili da chi è preparato a coglierli. Che ne dici?
L.R. Le evidenze scientifiche ci insegnano che il disagio psichico del puerperio raramente nasce all’improvviso: più spesso è l’eco di una vulnerabilità che già abitava il corpo e la mente durante la gravidanza, un segnale sommesso che chiedeva di essere ascoltato per tempo. Una recente revisione sistematica e meta-analisi lo conferma con chiarezza: la depressione vissuta in gravidanza porta con sé un rischio di depressione post-partum circa quattro volte superiore, e circa il 37% delle donne che l’hanno attraversata durante l’attesa la ritrova, sotto altra forma, dopo la nascita (Dlamini et Al., 2023).
Anche l’ansia prenatale si rivela una sentinella importante di ciò che verrà: una meta-analisi di studi prospettici ha rilevato un rischio più che raddoppiato di depressione post-partum nelle donne che l’hanno sperimentata, un legame che resiste anche quando si tiene conto della depressione già presente in gravidanza (Grigoriadis et Al., 2019).
Nel loro insieme, questi risultati ci parlano di un filo che unisce due tempi apparentemente distinti: le forme più difficili del puerperio affondano spesso le radici in una fragilità già riconoscibile nei mesi dell’attesa. Da qui l’importanza di uno sguardo precoce – uno screening, un’attenzione clinica – capace di intercettare i segnali ansioso-depressivi in gravidanza, per accompagnare e sostenere la donna prima che il disagio si consolidi nel tempo del dopo-parto.
Ed è qui che si gioca qualcosa di ancora più grande: se il disagio della gravidanza non viene accolto, se resta senza voce e senza sostegno, può trasformarsi in forme psicopatologiche importanti – e queste, inevitabilmente, non riguardano solo la madre. Attraversano la placenta invisibile del legame, e raggiungono il feto, il bambino, nei primi e più delicati passi del suo essere al mondo.
C.B.B. Nel tuo bel libro dal titolo “Sul nascere madri e padri”, parli spesso di un nascere madri in difficoltà, intrappolate dentro, pietrificate o di scenari violenti del dentro. Ci puoi dire qualcosa?
L.R. Nel volume mi riferisco a quella depressività che fa da sfondo alla maternità – come accade in ogni processo di cambiamento identitario – intrecciata ai fenomeni regressivi che necessariamente accompagnano l’incontro con il feto, e poi la sintonizzazione affettiva con il neonato: un ritorno verso strati più arcaici di sé, indispensabile perché l’incontro possa davvero accadere.
Non tutte le madri riescono a sostenere questo doppio movimento: la regressione e la dimensione depressiva che la accompagna. Alcune rispondono sviluppando una reattività ansiosa, che definirei antigravitazionale, come uno sforzo di risalire controcorrente rispetto a ciò che vorrebbe trascinarle in basso e indietro. Altre restano imprigionate, per un tempo, nella dimensione depressiva stessa, o si irrigidiscono in forme più gelide, pietrificate come le descrivevo nel libro. In altri casi ancora, la regressione apre un varco verso elementi interni di natura violenta, che vengono agiti, in modo proiettivo, proprio sul bambino.
È in questo senso che parlavo di tollerabilità dei fenomeni depressivi e regressivi della gravidanza: la capacità – o l’impossibilità – di attraversarli senza esserne sopraffatti. Ed è per questo che gli esiti psicopatologici vanno letti come l’espressione di un fallimento di quei processi che, strutturalmente, accompagnano il diventare madri e il diventare padri.
C.B.B. E’ interessante che non solo le madri possono avere problemi ma pure i padri e la coppia, fino alla famiglia più estesa. Alice Miller nel suo libro “ La rivolta del corpo” (2005) mette in luce il conflitto fra i sentimenti che proviamo (che il nostro corpo ha registrato) e quelli che vorremmo provare per vivere in armonia con le norme morali interiorizzate. “La madre costretta a riconoscersi incapace, nonostante ogni sforzo, di amare il suo bambino a causa della carenza affettiva vissuta nella propria infanzia, deve fare i conti con il rimprovero di essere ‘immorale’ se vuole articolare quella sua verità. Tuttavia a mio parere, il fatto stesso di riconoscere i propri veri sentimenti, indipendentemente da ciò che pretenderebbe la morale, la metterà in grado di sostenere se stessa e il bambino spezzando la catena dell’autoinganno” ( 2005). Quindi non solo lo sguardo della madre verso il bambino, ma anche lo sguardo sovrapposto dell’ambiente, una cappa difficilmente scrollabile, un manto culturale che avvolge e permea la vita. Quanti filoni di ricerca si aprono?
L.R. Vi sono filoni di ricerca che allargano lo sguardo, e percorsi di sostegno che si vanno via via delineando. Molti studi si sono rivolti al ruolo dei padri, e anche a quello, spesso dimenticato, dei nonni (Riem et Al., 2023; Riem et Al., 2024). I padri sembrano esprimere il disagio con una lingua diversa da quella delle madri – più spesso attraverso la maniacalità o la dissociazione – ma con una frequenza e un’intensità che non hanno nulla da invidiare a quelle materne.
Per questo sono nate scale di valutazione pensate specificamente per valutare la presenza del disagio paterno in gravidanza e nel puerperio. In Italia il contributo più significativo porta il nome di PAPA – Perinatal Assessment of Paternal Affectivity, sviluppata dal gruppo di Franco Baldoni all’Università di Bologna, insieme a Matthey, Agostini, Schimmenti e Caretti: uno strumento nato per superare i limiti di quelli pensati per le madri, che troppo spesso lasciano sfuggire le forme tipicamente maschili della sofferenza – l’irritabilità, i comportamenti a rischio, le somatizzazioni del corpo che parla dove le parole non arrivano (Baldoni et Al., 2020; Baldoni et Al., 2022).
Ed è qui che si apre lo spazio più delicato: la necessità di coltivare una cultura dell’ascolto e dell’accoglienza, capace di lasciar emergere le difficoltà – inevitabili, oserei dire – del diventare madri e padri. L’ospedale, e più in generale i medici che incontrano le donne in gravidanza e puerperio, e accanto a loro gli uomini che stanno diventando padri, dovrebbero riconoscere che il cambiamento d’identità e i processi psichici costitutivi del nascere madri e padri comportano inevitabili disorientamenti e a volte un disagio franco che va saputo accogliere, come scrivevo nel mio volume del 2019 . Solo così potrebbero sostenere le potenzialità dei genitori, senza voltare le spalle alla fatica.
Perché madri e padri possano condividere questo disagio, serve un ascolto che non giudichi, che non replichi nei luoghi di cura quella pretesa – così diffusa nell’ambiente che accompagna la nascita – di essere subito capaci, immediatamente in grado, felici per definizione: negando, o comunque scindendo, quella quota di depressione e di ansia che accompagna, silenziosa e legittima, il nascere di madri e padri insieme ai propri figli.
C.B.B. C’è un capitoletto che riguarda l’ancorarsi al delirio che mi ha molto incuriosito dato che a me è capitato in analisi di seguire situazioni in questo confine, se non oltre. Che ci dici?
L.R. Non sempre ci troviamo di fronte a una sostenibilità del percorso alla ricerca di parti interne, dei punti su cui ancorare la propria identità di madre che si sta formando durante la gravidanza. In alcuni casi può accadere che gli scenari emozionali e le forme del pensare debbano così estendersi nei territori delle costruzioni deliranti di tipo più o meno strutturato, dai contorni più o meno rigidi. In gravidanza o nel puerperio si può verificare che l’irruzione di una dimensione delirante, bizzarra o coerente, sia il modo con cui l’esperienza del farsi madri può continuare a essere, può trovare una possibilità per proseguire. Scenari violenti del ‘dentro’, tracce di esperienze traumatiche, zone di fragilità dell’identità partecipano alla costruzione delirante, come a trovare un luogo dove finalmente e direi necessariamente esprimersi e trovare paradossalmente contenimento, gradi di tollerabilità.
A volte le maternità si debbono appoggiare su contenuti deliranti per poter trovare un ancoraggio che il ‘dentro’ non propone, che il ‘dentro’ non offre e usare paradossalmente il delirio o forme di tipo allucinatorio per rendere possibile la gravidanza, preservando la relazione con il bambino. Alcune volte, tuttavia, tale tentativo fallisce in parte o del tutto, invadendo il mondo del nascere, le prime relazioni durante la gravidanza o il puerperio, di contenuti angoscianti organizzati in elementi psicotici.
C.B.B. Quali aiuti propone il Gemelli?
L.R. Da molti anni, tra le mura della Fondazione Universitaria Policlinico Agostino Gemelli di Roma IRCCS, cresce un tessuto di cura pensato per accompagnare madri e padri nel tempo della gravidanza e del puerperio: un’area clinica dedicata, nata per accogliere ciò che troppo spesso resta silenzioso.
È l’incontro tra saperi diversi a rendere possibile tutto questo: la UOC di Ostetricia e Patologia Ostetrica, diretta dal Prof. Tullio Ghi, il Servizio di Psichiatria Clinica e d’Urgenza, diretto dal Prof. Gabriele Sani, la Neonatologia, diretta dal Prof. Giovanni Vento, e il Servizio di Psicologia Clinica, diretto dalla Prof.ssa Daniela Pia Rosaria Chieffo, hanno intrecciato le proprie competenze per costruire percorsi clinici e assistenziali dedicati alla psicopatologia perinatale. È un approccio interdisciplinare quello che sostiene le valutazioni cliniche, gli screening, gli interventi psicologici e psichiatrici pensati per arrivare il più presto possibile, fin dai primi luoghi delle cure: il Pronto Soccorso Ostetrico, i Reparti di Degenza di Ostetricia e Patologia Ostetrica, la Sala Parto, gli Ambulatori di Ostetricia, la Terapia Intensiva Neonatale.
È in questi luoghi che si incontrano per la prima volta madri e padri, ed è da qui che si apre la strada verso percorsi successivi, dedicati specificamente alla Psicopatologia Perinatale, un’Area di cui sono Responsabile insieme alla Prof.ssa Marianna Mazza. Nei nostri ambulatori si avviano, con attenzione, le terapie farmacologiche in gravidanza e puerperio, grazie a una collaborazione che dura ormai da un decennio con il Prof. Marco De Santis, responsabile del Telefono Rosso – il servizio dedicato all’uso dei farmaci in gravidanza – e si avviano percorsi psicoterapeutici pensati su misura.
Abbiamo voluto portare la cura anche oltre le mura dell’ospedale, sviluppando percorsi di Home Visiting: un sostegno psicologico che raggiunge le neomamme in difficoltà nello spazio più intimo, quello della propria casa.
Un’altra iniziativa, nata da tempo dalla collaborazione con Save The Children, ha preso il nome di Fiocchi in Ospedale: un servizio che offre ascolto, orientamento e supporto alle future mamme, alle neomamme e alle famiglie, con un’attenzione particolare rivolta a chi vive situazioni di fragilità sociale. Un servizio che accompagna le famiglie lungo tutta la gravidanza e nel tempo che segue il parto, aprendo le porte ai servizi sanitari e sociali e sostenendo le difficoltà che la genitorialità, a volte, porta con sé.
Ho personalmente cercato, nel tempo, di coltivare una cultura della perinatalità capace di intrecciare sguardi e discipline diverse, dedicandomi alla formazione come a un terreno da dissodare perché un approccio realmente interdisciplinare e integrato potesse attecchire. Da questo lavoro paziente è germogliato il Corso di Perfezionamento dal titolo “L’approccio integrato e multidisciplinare alla gravidanza ed alla psicopatologia perinatale”, spazio d’incontro in cui saperi differenti si sono raccolti attorno alla soglia della nascita, per pensarla insieme nella sua complessità clinica e umana.
Vedi Carla sono dunque molte le strade che abbiamo aperto per sostenere, curare, accompagnare le mamme in difficoltà; il che è in fondo un sostegno alla vita che nasce, ai bambini che saranno il domani.
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NOTA DI ANONIMIZZAZIONE
L’autrice ha preso tutte le misure necessarie per garantire che nessuna delle persone di cui si scrive possa essere identificata da terzi e per ridurre al minimo la probabilità che il paziente o i pazienti si riconoscano.