Parole chiave: angoscia in Freud, angoscia in Klein, Io e difese, dolore psichico
Pubblichiamo, seguitando la tematica di Inibizione, sintomo, angoscia nel centenario della sua pubblicazione, uno scritto di Diomira Petrelli che propone un interessante punto di vista di transito tra le teorizzazioni di Freud e di Melanie Klein. L’autrice non ricerca un confronto esclusivamente antitetico, ma persegue, e trova, un filo di continuità e di evoluzione aprendo uno spazio di dialogo virtuale tra i due autori sui principali nodi teorici e clinici elaborati dal testo.
Diomira Petrelli è Psicoanalista Membro Ordinario con Funzioni di Training della Società Psicoanalitica Italiana e dell’I.P.A. Esperta b/a Professore associato in Psicologia Clinica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II.
Buona lettura
Note sulla teoria dell’angoscia in S. Freud e M. Klein
Diomira Petrelli
Napoli, Ottobre 2025
In Inibizione sintomo e angoscia Freud riesamina la sua precedente teoria sull’angoscia alla luce di successive osservazioni cliniche e delle nuove formulazioni metapsicologiche che era andato sviluppando a partire dal 1920 (teoria strutturale). Una revisione che a tratti si presenta quasi come un capovolgimento delle sue precedenti affermazioni – l’angoscia non è più una sorta di “prodotto di scarto” della rimozione ma il segnale che dà l’avvio al processo difensivo – e che avviene nell’opera attraverso un percorso di pensiero non lineare ma tortuoso e complesso, che, come ho affermato in un recente lavoro (Petrelli, 2025), ci dà modo di ripercorrere come in filigrana dubbi, incertezze ed esitazioni che ne avevano accompagnato la gestazione.
In effetti, al di là del rapporto con la rimozione, il capovolgimento che sembra avvenire riguarda la centralità dell’angoscia nel funzionamento psichico. Rimanevano importanti problemi irrisolti: sembrava infatti difficile comprendere in che modo una scarica della libido che avrebbe dovuto procurare piacere si potesse trasformare, a seguito del processo di rimozione, in un qualcosa che, come la scarica di angoscia, arreca invece dispiacere. Nella nuova teorizzazione del problema dell’angoscia il termine non è più usato in modo meramente descrittivo ma, come sottolinea Meltzer, “indicava una forma di sofferenza mentale che segnala un imminente disturbo mentale” (Meltzer, 1978, p 148).
Nonostante le esitazioni espresse da Freud nel testo, che si traducono a volte in contraddizioni in parte insolute, si tratta di un radicale cambiamento di prospettiva che, a mio avviso, assegna all’affetto dell’angoscia un ruolo centrale nella vita psichica.
Con la nuova teoria dell’angoscia non è soltanto mutata la relazione dell’angoscia con l’Io e col processo di difesa. La sua funzione, allargandosi dal momento cruciale della nascita attraverso l’infanzia a tutte le condizioni di vita successive diviene non più soltanto sintomatica ma in qualche modo universale; tanto da giustificare l’affermazione che “l’affetto dell’angoscia può pretendere una posizione eccezionale nell’economia psichica” (Freud, 1926, p 297).
L’Io, dopo la prima traumatica invasione di stimoli scaricati attraverso un accesso di angoscia automatica, sopraggiungerà a lottare per tutto il corso della vita per impossessarsi e sottomettere l’affetto angoscioso piegandolo alla funzione di segnale e prevenire così il ripetersi di un’invasione simile a quella allora sperimentata; nel compiere questa fondamentale funzione l’Io si strutturerà, attraverso la costituzione di soglie, argini, barriere, inibizioni, in un processo di fuga che ne determina al tempo stesso la costituzione. Il problema della nevrosi diventa allora il problema del perché alcuni individui falliscano nel riuscire a sottomettere l’affetto dell’angoscia mentre altri sembrano riuscirci. “La domanda che ora Freud si pone sul fallimento o meno del padroneggiamento dell’angoscia presuppone due affermazioni rimaste in parte implicite: la condizione di dover affrontare l’angoscia è un dato di fatto comune a tutti gli esseri umani e questa necessità delinea per l’apparato psichico, fin dall’inizio, una richiesta di lavoro, un compito da svolgere che è quello di padroneggiare, legare, “riuscire a sottomettere” l’affetto dell’angoscia alla normale attività psichica, compito che si pone a tutti gli esseri umani. In questo modo l’angoscia si rivela una condizione strutturale e congenita ineliminabile, derivante dal lungo stato di impotenza dell’essere umano, e non è più unicamente connessa a particolari condizioni patologiche.” (Petrelli, 2025, p 733)
Il testo freudiano lascia molti interrogativi aperti, evidenziati dallo stesso Freud soprattutto nell’ultimo interessante paragrafo intitolato semplicemente Aggiunte. Provando a leggere il saggio di Freud da una prospettiva “hegeliana” (Laplanche, 1989, 1999), che miri cioè a valorizzare le contraddizioni, e al tempo stesso storica, è possibile cogliere in esso la presenza di semi che si svilupperanno in seguito ad opera di altri, dando luogo a nuovi e diversi assetti metapsicologici. Guardare agli sviluppi futuri di alcuni aspetti del pensiero di Freud può aiutare a vedere il radicamento in Freud di questi sviluppi della psicoanalisi, che sembrano a volte allontanarsene anche radicalmente.
Il caso della teoria dell’angoscia mi sembra in questo senso emblematico: M Klein ha ripreso e sviluppato alcuni aspetti della teorizzazione freudiana in modo originale e personale, rifiutandone però radicalmente altri, per fare infine dell’angoscia il punto cardine della propria metapsicologia. In essa l’angoscia assume una funzione centrale nella strutturazione delle relazioni oggettuali e del Sé, determinando una coloritura qualitativamente differente sia della dinamica del mondo interno che della relazione col mondo.
Mi soffermerò su alcuni lavori del periodo che J M Petot definisce il “sistema proto-kleiniano” (Petot, 1979) in cui, a mio avviso, questi passaggi sono più evidenti. M Klein – è stato notato – soprattutto in questo periodo tende a sottolineare la continuità del proprio pensiero da quello di Freud, piuttosto che ad evidenziarne differenze ed elementi di novità. Ciò probabilmente rispondeva non solo ad esigenze “politiche” ma anche ad un suo bisogno di mettere in evidenza quanto la sua ricerca si collocasse appunto in prosecuzione e ripresa di quella freudiana. Cosa che non sempre giova alla chiarezza espositiva dei suoi scritti e che può generare a volte un’impressione di confusione dovuta all’accostamento tra una vecchia terminologia, derivante dalla metapsicologia freudiana, e nuove intuizioni, nuove osservazioni e concetti clinici che non hanno trovato ancora un adeguato inquadramento in una nuova metapsicologia. La trasposizione di un termine da un sistema di pensiero ad un altro – e questo può valere anche per il concetto di angoscia – non sempre assicura che il termine abbia nei due sistemi lo stesso significato. Una sorta di “disinvoltura” che ha contribuito a creare non pochi problemi di comprensione e di comunicazione.
Ciononostante a mio avviso è possibile rintracciare una linea di continuità tra la teoria dell’angoscia espressa in Inibizione sintomo a angoscia e le teorizzazioni di M Klein, soprattutto nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30. Negli scritti di questo periodo M Klein tende a focalizzare sempre di più la sua attenzione sul problema dell’angoscia, o, per usare la terminologia mutuata da Freud, sulle “situazioni di angoscia” più precoci.[1]
Significativamente nel 1958, in una visione retrospettiva della propria opera, rispondendo ad una domanda su quali fossero i principali cambiamenti della tecnica degli ultimi 40 anni, M Klein avrebbe affermato con molta decisione: “Fin dall’inizio, era il 1919, ho ritenuto che la prima cosa da considerare quando mi avvicinavo a un bambino fossero le sue angosce. Mi sono sentita da subito attratta da questo, e quando mi è stato chiesto il perché non sono riuscita a dare una risposta. Tuttavia, interpretavo ogni volta che incontravo l’angoscia. […] Devo aggiungere che ignoravo che, così facendo, ero già considerata una ribelle; mi ci sono voluti molti anni per scoprire che lo ero.” (Klein, 2017, p 114) Un’affermazione che sintetizza in modo icastico il suo atteggiamento e la sua disposizione interiore.
Ritengo che questa attitudine “tecnica” che si è poi trasformata progressivamente in una nuova teorizzazione metapsicologica abbia le sue radici nel campo specifico di osservazione clinica costituito, soprattutto all’inizio del suo lavoro, da bambini e adolescenti nella maggior parte dei casi molto gravi e con forti inibizioni dello sviluppo.
Gli appunti clinici tratti dai materiali conservati nell’Archivio che lo studio di C Frank ci ha messo oggi a disposizione non solo permettono di seguire più direttamente l’evoluzione che portò M Klein ad “inventare” la tecnica del gioco come modifica necessaria a comunicare con pazienti così particolari ed evidentemente così diversi dai pazienti adulti trattati da Freud con la tecnica “classica”, ma ci consentono anche di comprendere meglio come il punto di contatto più immediato e profondo fosse costituito con questi pazienti proprio dall’angoscia e direttamente dall’angoscia. Come dirà molti anni più tardi: “Ho ritenuto che la prima cosa da considerare quando mi avvicinavo a un bambino fossero le sue angosce.” (Klein, 2017, p 114)
Al di là del disaccordo su alcuni punti pur molto importanti a cui accennerò più avanti, alcune idee sulla questione dell’angoscia passarono dal discorso di Freud alla Klein, prima fra tutte la centralità dell’angoscia sia nella vita mentale che nell’analisi. Anche se indubbiamente si avverte che lavorò questo concetto a modo suo e lo piegò alla sua particolare impostazione.
Questo è evidente, a mio avviso, in due scritti del 1929[2] in cui il riferimento a Inibizione sintomo e angoscia è esplicito e si traduce in un’indicazione sia tecnica che teorica:
“Voglio ora richiamare la vostra attenzione – scrive M Klein -sul come queste mie concezioni si possono collegare ad una tesi di Freud che costituisce una delle più importanti nuove conclusioni esposte in Inibizione sintomo e angoscia, e cioè a quella che postula l’esistenza di situazioni di angoscia o di pericolo nella primissima infanzia. Io ritengo che questa conclusione collochi l’attività analitica su un fondamento più solido e più esattamente definito di quanto lo fosse in passato, fornendoci con ciò un indirizzo metodologico ancora più chiaro. Ma, a mio parere, essa pone anche un’esigenza nuova all’analisi. Freud ipotizza che la situazione di pericolo della primissima infanzia subisca delle trasformazioni [3]nel corso dello sviluppo e che costituisca la fonte dell’operare di una serie di situazioni di angoscia. Ora, la nuova esigenza che si pone all’analista è che l’analisi dovrebbe riportare completamente alla luce tali situazioni di angoscia risalendo a quella che è la più profonda di tutte.” (Klein, 1929a, p 242). Si tratta – chiarisce ancora M Klein – non solo di riportare alla luce queste primissime situazioni di pericolo ma di chiarire e analizzare “i rapporti che le situazioni d’angoscia hanno da un lato con la nevrosi e dall’altro con lo sviluppo dell’Io” (ivi). È evidente l’importanza centrale che per lei assume, sia dal punto di vista teorico che da quello terapeutico, chiarire e definire le primissime situazioni di pericolo e le loro trasformazioni.
L’idea che la situazione di pericolo subisse nel corso dell’infanzia delle trasformazioni era stata formulata con chiarezza da Freud ma nella rilettura che ne fa M Klein essa assume progressivamente un significato diverso che si riferisce più che al susseguirsi delle fasi dello sviluppo libidico del bambino, come era in Freud, allo svolgersi di un’attività psichica che produce progressivamente dei cambiamenti non solo nelle difese adottate ma anche nelle stesse situazioni di pericolo temute e nelle relative angosce.
In un lavoro del 1929 (Klein 1929a) M Klein prende spunto da due opere letterarie – il libretto di Colette per un’opera musicale di Ravel e un romanzo della scrittrice Karin Michaelis intitolato Lo spazio vuoto – per descrivere i contenuti di alcune situazioni di angoscia infantili e le loro trasformazioni. Il suo commento tende ad evidenziare come le situazioni di angoscia attuali, nel bambino e nella donna, rimandino a situazioni di angoscia più primitive relative alla relazione primaria del bambino con la madre e con l’interno del suo corpo, oggetto di fantasie di aggressività e poi di vendetta e persecuzione, che si traducono inevitabilmente in angosce riguardanti anche il proprio corpo ed i suoi contenuti. Soprattutto nella seconda situazione descritta – un episodio depressivo di una donna che vive una drammatica sensazione di angoscia del vuoto – M Klein tende ad evidenziare la trasformazione che progressivamente avviene nella condizione interiore della donna e che la porterà a diventare poi una pittrice. Partendo da una insostenibile angoscia del vuoto che la donna vede materializzarsi all’esterno di sé nello spazio vuoto lasciato su una parete da un quadro che ne era stato rimosso, M Klein descrive l’impeto –“si sentiva bruciare, divorare da un fuoco interiore” (ivi, p 246) – che conduce la donna ad affrontare e gestire questa angoscia attraverso un’attività creativa, per lei del tutto nuova, la pittura, che la porterà progressivamente a riempire il senso di vuoto interiore. L’interesse di M Klein si rivolge in primo luogo ai contenuti rappresentati nei quadri che la donna dipinge i cui soggetti scandiscono le tappe di un processo riparativo della figura materna: il nudo di una donna negra, una vecchia “con tutti i segni degli anni e delle delusioni”, il ritratto di sua madre “asciutta, imperiosa, con un’espressione di sfida”, pieno di volitività ed energia.
Ma quello che mi sembra più interessante è che già in questo lavoro l’angoscia è vista sotto un duplice aspetto: come fonte di inibizione o come stimolo per la creatività. L’angoscia cioè può avere un effetto molteplice sullo sviluppo dell’Io: “L’angoscia della bambina piccola – scrive M Klein – ha una grandissima importanza per lo sviluppo dell’Io delle donne, è uno degli stimoli della loro creatività e della loro riuscita” anche se “può anche essere la causa di malattie gravi e di inibizioni.” (ivi, p 248) L’esito di questi processi dipende dal mantenimento di un equilibrio ottimale tra vari fattori chiamati in causa.
Ritroviamo sottesa a questa impostazione l’idea della costruzione progressiva dell’Io nel confronto con l’angoscia, idea che era già stata di Freud nel 1925. È implicito un modello di funzionamento mentale, già adombrato da Freud in Lutto e melanconia e in parte ripreso nelle ultime pagine di Inibizione sintomo e angoscia, che si basa sulla possibilità e necessità di elaborare vissuti negativi – angoscia, lutto, dolore – che, come Freud ben intuisce, sono qualitativamente differenti.
La conclusione dell’articolo sembra già preparare il terreno al lavoro successivo su L’importanza della formazione dei simboli per lo sviluppo dell’Io (1930), il cui tema è appunto più direttamente quello dello sviluppo dell’Io e della funzione dell’angoscia come causa di inibizione e di paralisi (arresto dello sviluppo) o come spinta all’esplorazione e alla creatività e infine alla riparazione.
La relazione dell’Io con l’angoscia le sembra illustrata in modo “impressionante” dal caso di un bambino di 4 anni – Dick – che ha in analisi da 6 mesi per “un’inibizione dello sviluppo fuori del comune”. (Klein, 1930, p 251)
È chiaro, e lo dirà lei stessa, che ciò che la colpisce in Dick, oltre alla quasi totale assenza di adattamento alla realtà, è l’assoluta mancanza di rapporti emotivi con l’ambiente. Dick “era pressoché privo di affettività, indifferente alla presenza o all’assenza della madre o della bambinaia.” (ivi). È appunto questa indifferenza e mancanza di angoscia che la colpisce, non c’è angoscia di separazione, apparentemente nessuna reazione nell’entrare nella stanza.
L’attenta descrizione che M Klein fa dell’atteggiamento di Dick lascia intuire un’eco del suo controtransfert, si sente del tutto non vista da Dick che le corre intorno come se lei fosse un oggetto tra gli altri: “si mise a correre qua e là senza scopo e senza ragione; corse parecchie volte intorno a me come se non fossi altro che un mobile e non manifestò alcun interesse per gli oggetti che si trovavano nella stanza.” (ivi, p 252) Lo sguardo fisso, distante, l’espressione del volto mostravano una totale mancanza di interesse. Di fronte a questa chiusura sembra che M Klein si senta disarmata: “il comportamento di Dick non aveva né senso né scopo e non tradiva nessun affetto e nessuna angoscia” (ivi, p 253) – commenta. La mancanza di affettività fa sì che ogni sua azione sembri casuale e priva di fantasie. Dick non gioca. Come dirà poi, il processo di formazione dei simboli sembrava assente e Dick è come imprigionato in un mondo di pure cose.
Al di là dell’incertezza diagnostica rispetto a questo caso che si è prolungata fino ai nostri giorni [4]ciò che sorprende è l’approccio qui adottato da M Klein e la sua modalità di entrare in contatto col bambino: una così grave difficoltà, un impedimento così grande poteva capovolgersi in un inizio. Se Dick sembrava del tutto indifferente e privo di investimenti affettivi l’analisi doveva incominciare proprio da questa mancanza; essa costituiva l’impedimento fondamentale a stabilire un contatto con lui e da qui bisognava partire. (ivi, p 255)
Quindi M Klein, con un gesto che molti hanno definito violento introduce, attivamente, un significato; prende due oggetti e attribuisce ad essi un valore simbolico, nominandoli:
“Allora presi un trenino, lo misi accanto ad uno più piccolo, e denominai l’uno ‘treno-papà’ e l’altro ‘treno-Dick’.” Incredibilmente a questo gesto e a questa denominazione Dick risponde: “Dopo un po’ egli prese quello che avevo chiamato ‘Dick’, lo fece correre sotto la finestra e disse: ‘Stazione’. E io: ‘La stazione è la mamma; Dick è entrato nella mamma’. Egli abbandonò il treno, corse nell’andito tra la porta interna e la porta esterna della stanza, vi si rinchiuse, disse: ‘Buio’ e rientrò di corsa nella stanza. Ripeté questa scena parecchie volte. Gli spiegai: ‘E’ buio dentro la mamma. Dick è dentro il buio della mamma.’ Intanto raccolse di nuovo il treno ma per correre subito nell’andito tra le porte.” (ivi, p 256)
Quello che veramente colpisce in questo passaggio è il collegamento che M Klein adesso fa e comunica al bambino, che “buio” significhi che lui è dentro il buio della mamma. A questo punto – come molti commentatori hanno notato, compreso Lacan – qualcosa si sblocca. Ognuno si è esercitato, con più o meno acume, nel provare non dico a capire ma almeno ad ipotizzare cosa fosse successo. Forse non è possibile veramente capirlo. Per cui tutte le letture possono essere più o meno valide, più o meno fantasiose o più o meno giuste.
Da parte mia sono stata colpita dalla capacità di M Klein di creare un collegamento tra l’unica parola che il bambino ha detto – “buio” – e la madre, o meglio il corpo della madre. Lo vedeva lì chiuso nell’andito buio tra le due porte e per lei è stato evidente che buio si legasse a mamma e che cioè Dick fosse, si sentisse, chiuso nel corpo buio della mamma.
Sappiamo perché secondo M Klein questo luogo era buio – la sua teoria del sadismo primario del bambino rivolto all’interno del corpo della madre e ai suoi contenuti – ma mi è impossibile non pensare che questo collegamento buio/mamma avesse una potenza evocativa evidentemente enorme e che l’analista creando questo legame tra le due parole stava cogliendo in modo intuitivo ed immediato l’angoscia profonda di Dick, il suo essere “dentro” una mamma “buia”.
Poi possiamo in tanti modi commentare – come è stato ampiamente fatto – che M Klein non avesse colto invece il collegamento tra la condizione emotiva del bambino ed i dati anamnestici che stavolta, a differenza dal solito, ci riporta anche in modo molto dettagliato. Soprattutto ci dice molte cose della mamma di Dick che ci fanno pensare a perché lui potesse sentire questo buio nella mamma. Dick aveva avuto difficoltà alimentari fin dalla nascita, “sua madre si era ostinata per qualche settimana nello sterile tentativo di allattarlo e per poco egli non era morto di denutrizione”. “La madre non gli fu prodiga di vero e proprio amore”, fin dall’inizio il suo atteggiamento verso il bambino era stato quello di una donna estremamente angosciata. Quando il bambino aveva poco meno di un anno era insorta in lei l’impressione che egli fosse anormale e – commenta M Klein – “una tale sensazione può aver influito sul suo atteggiamento nei confronti del figlio”, che “crebbe in un ambiente ben poco ricco d’amore.” Ma questa dell’oggetto esterno e degli effetti della depressione materna sul bambino non era una strada che M Klein voleva percorrere e che altri, ad esempio Winnicott e anche Green, avrebbero dopo di lei ampiamente percorso.
Tuttavia ritornando come in un fermo immagine a quel momento cruciale di Dick chiuso tra le due porte con il trenino in mano e lei che gli parla dobbiamo riconoscere che lì in quel momento qualcosa di importante è accaduto, qualcosa che ogni analista forse dovrebbe sapere riconoscere quando avviene nella propria pratica clinica. M Klein ha colto il significato emotivo profondo di quella parola – buio – e dell’angoscia che esprimeva collegandola alla madre, imago fantastica o oggetto esterno reale che fosse.
Il momento in cui avviene questo collegamento è molto importante perché evidentemente non solo coglie la profondità di un affetto angoscioso così intenso ma anche perché comunica al bambino la sensazione altrettanto immediata ed intensa di essere capito. Per ora M Klein non ha aggiunto ancora la sua teoria del sadismo primario, non ha detto a Dick che quell’interno è minaccioso perché lui magari ha immaginato di entrarvi dentro con violenza, volendolo invadere, occupare, sporcare e forse distruggere. Per il momento ha solo colto la coloritura affettiva – buio – del luogo in cui Dick è e l’ha legata all’oggetto-mamma. Ha cioè contenuto – come diciamo noi oggi, dopo Bion – l’affetto e gli ha dato un nome collegandolo ad una relazione oggettuale. Infatti nella sua interpretazione c’è un “dentro” (l’andito tra le due porte dove Dick si è chiuso) e “mamma”.
Questa interpretazione/commento sembra accendere la mente del bambino: si è stabilito un contatto emotivo sulla parola: buio. L’angoscia dilaga in onde. Qualcosa si sblocca. Dick c’è.
Benché qui M Klein sia ben lontana dal riferirsi al concetto di controtransfert la sua descrizione della relazione analitica con Dick suggerisce a noi oggi l’esistenza di un intenso investimento controtransferale. A partire dall’evidente delusione e frustrazione perché Dick, entrato nella stanza, sembrava ignorarla del tutto trattandola come un mobile tra gli altri, fino all’impulso provato allora a muoversi in modo più attivo come per richiamarlo a sé, istituendo lei stessa il gioco e nominando i significati degli oggetti, fino poi a questa fulminante interpretazione.
In particolare il collegamento tra l’unica parola pronunciata da Dick – “buio” – e l’interno buio del corpo della madre – dentro la madre è buio – veicola una comprensione intuitiva profonda della condizione emotiva del bambino e della qualità della sua esperienza emozionale nonché della sua relazione oggettuale. Questa comprensione di M Klein sembra letteralmente accendere qualcosa in Dick, sblocca la sua mente. Possiamo immaginare che sia l’effetto, immediato e vivificante, del sentirsi compreso. Cos’altro infatti avrebbe potuto operare questo cambiamento? L’essersi sentito in quell’attimo compreso nel suo essere al buio e imprigionato; è buio dentro il corpo ma forse soprattutto dentro la mente della madre. Questa angoscia che può essere pensata e nominata da M Klein si istituisce, è presente per un attimo, e può essere sperimentata anche dal bambino. È cioè un’esperienza di contenimento della sua angoscia nella mente dell’altro.
Altrettanto impressionante è la risposta di Dick che esce e comincia ad esplorare la stanza e i vari oggetti, poi chiama la bambinaia mostrando di desiderarne il ritorno.
“Chiese due volte ansiosamente: ‘Bambinaia?’ Io risposi: ‘La bambinaia viene presto’, parole che egli ripeté, tenne a mente e usò pronunciandole molto correttamente.”(ivi, p 256)
Cioè ora Dick sembra poter andare “fuori” da quel luogo e soprattutto vedere, investire le cose e gli oggetti attraverso i quali prima si muoveva come se non esistessero, senza che essi significassero niente per lui o suscitassero in lui un’emozione o un desiderio. La sua impassibilità si è sciolta e corre per la stanza evidentemente in preda all’angoscia. Abbiamo assistito ad un “risveglio”, uno “scongelamento”. E la rapidità con cui questo è avvenuto fa pensare che la diagnosi di autismo che successivamente è stata ipotizzata per Dick in realtà non fosse appropriata.
Un’ipotesi è che Dick abbia sentito l’investimento che questa strana signora faceva su di lui, che in qualche modo gli sia arrivata la fiducia che evidentemente lei doveva avere nella sua capacità di ascoltarla e di capire qualcosa di quello che lei gli diceva, se gli stava parlando. Perché – e anche questo fa parte delle notizie anamnestiche che M Klein riporta – in realtà non era del tutto vero che Dick non sapeva parlare ma piuttosto si opponeva quando gli veniva richiesto di farlo. Ma M Klein non gli ha chiesto di parlare né di ripetere, gli ha parlato. E questo è un altro discorso. Fa parte del suo stile, dell’entrare a gamba tesa e cercare direttamente il contatto con l’altro e con la sua angoscia.
Quello che M Klein poi sottolinea è come, a partire da questo momento, si avvii un processo in cui, sbloccata l’angoscia, emerge anche un sentimento di dipendenza che prima sembrava del tutto assente e si evidenzia una relazione oggettuale. Dick nelle sedute successive chiede della bambinaia – “la bambinaia viene?” – e quando la rivede l’accoglie con un piacere per lui del tutto insolito, chiama M Klein vicino a sé o si ripete la frase che lei gli ha detto, che la bambinaia arriverà presto, sembra ricordarla. Contemporaneamente compare anche un nuovo interesse e una curiosità per i giocattoli e per vari oggetti e luoghi della stanza: l’andito tra le due porte, lo spazio dietro un mobile, l’interno di un armadio a muro, un piccolo carro carico di carbone, il lavabo e l’acqua.
Indimenticabile l’immagine che M Klein ci rimanda del piccolo Dick che si aggira ora febbrilmente per la stanza, toccando, battendo, esplorando in vario modo quegli oggetti del mondo reale che fino ad allora erano stati muti ed opachi per lui. Il suo affannarsi ansioso in un continuo andirivieni dall’uno all’altro le appare la rappresentazione concreta di quel lavoro dell’Io in fuga dall’angoscia alla ricerca di oggetti nuovi da esplorare e da conoscere, di quel processo di costruzione dell’Io che avviene attraverso il padroneggiamento progressivo dell’angoscia e la sua distribuzione su nuovi oggetti.
L’esperienza clinica descritta in queste pagine si ricollega per M Klein alle recenti formulazioni di Freud sull’angoscia, su un Io che impara a sperimentare quantità limitate di angoscia, utilizzandole man mano senza più incorrere nella situazione di totale impotenza ed invasione di stimoli che avrebbe determinato un attacco di angoscia automatica (senza significato), ma apprende ad usarla come una sorta di vaccino, in piccole quantità, per evitare il pericolo rappresentato dalla situazione traumatica.
Nella descrizione del rapporto di sperimentazione e di gioco che progressivamente Dick istituisce con la stanza cogliamo una rappresentazione quasi drammatizzata di questo sviluppo dell’Io in fuga dall’angoscia tentando sì di liberarsene, ma in qualche modo anche di usarla.
In una sorta di immaginario dialogo a distanza tra i due autori – un dialogo che nella realtà non avvenne mai – è proprio la descrizione di M Klein del possibile significato del gioco di Dick che permettere di illustrare e comprendere meglio quello strutturarsi, quel farsi dell’Io attraverso l’angoscia nel suo rapporto col mondo. D’altra parte M Klein aveva intitolato il suo saggio L’importanza della formazione dei simboli nello sviluppo dell’Io.
E qui il passaggio cruciale: alla base del simbolismo per M Klein non vi è soltanto l’identificazione (cioè la parificazione di due oggetti) e l’interesse libidico, per cui gli oggetti sono identificati perché contrassegnati dal piacere e dall’interesse che suscitano, ma anche l’insorgere dell’angoscia. Un passaggio che poteva essere considerato implicito, per esempio nel meccanismo di spostamento che è alla base della fobia, ma che ora viene sviluppato e reso esplicito. Con chiarezza infatti M Klein afferma che alla base della spinta a ricercare nuovi oggetti è il fatto di aver investito di sadismo gli oggetti primari, cosa che li rende minacciosi, fonte di angoscia e quindi da evitare. L’angoscia che il bambino prova concorre a far sì che egli parifichi gli oggetti primari con altri che diventano poi a loro volta fonte di angoscia. In tal modo il bambino è costretto a stabilire continuamente nuove parificazioni che vengono così a costituire la base del suo interesse per nuovi oggetti e del simbolismo. Ed è su questa spinta che si edifica il rapporto del soggetto col mondo e con la realtà.
Tuttavia possiamo notare su questo aspetto una differenza tra le elaborazioni di M Klein e la teorizzazione freudiana che riguarda le modalità con cui l’angoscia viene affrontata e trasformata. Mentre, come abbiamo visto, Freud sembra accentuare l’aspetto di fuga e di evitamento rispetto alla situazione di pericolo e quindi il costituirsi dell’Io attraverso lo stabilirsi di argini, barriere, divieti e inibizioni, M Klein, pur affermando che il bambino è come “circondato da un mondo di oggetti d’angoscia”, “una realtà illusoria” (ivi, p 251) di presenze terrificanti da cui cerca di fuggire, individua nella capacità di elaborare l’angoscia l’origine del processo di formazione del simbolo, elemento fondamentale per l’istituirsi della relazione affettiva con l’altro e col mondo e per lo sviluppo del pensiero e del linguaggio. Il processo di simbolizzazione, reso possibile da questa dinamica che si istituisce nel rapporto dell’Io con l’angoscia, assume un valore trasformativo del Sé e della relazione oggettuale. L’angoscia – come aveva già affermato nei precedenti lavori che abbiamo citato – diventa così un fattore evolutivo e la sua elaborazione può dar luogo a spinte creative. “Il simbolismo costituisce la base di tutte le sublimazioni e di ogni talento” (ivi, p 250).
Mi sembra importante sottolineare come qui M Klein affermi che l’elaborazione delle angosce manifestate da Dick “poteva avvenire soltanto percorrendo una strada precisa: istituendo rapporti simbolici con le cose e attivando contemporaneamente le pulsioni epistemofiliche e aggressive” (ivi, p 258).
Si tratta quindi non solo di un fattore quantitativo, cioè dell’intensità delle angosce da affrontare, ma anche della possibilità di liberare e rendere attive quelle “pulsioni epistemofiliche” che, insieme all’aggressività, veicolano un rapporto con l’oggetto in cui trovi spazio anche il desiderio di conoscere e la curiosità precedentemente paralizzati. Così come descrive avvenire nella manipolazione che Dick man mano fa degli oggetti: “Successivamente trasferiva il suo interesse su nuovi oggetti o su oggetti che conosceva già e che aveva abbandonati. In quest’ultimo caso, tornava, per esempio, a occuparsi dell’armadio, ma questa volta con un’attività e una curiosità di gran lunga maggiori, [5]associate ad un’aggressività più intensa ed espressa in ogni sorta di modi. Ci picchiava sopra con un cucchiaio, lo scalfiva e lo graffiava con un temperino, l’irrorava d’acqua. D’altra parte esaminava con viva attenzione le cerniere dell’anta, il modo in cui l’apriva e la chiudeva, la serratura ecc.; si arrampicava sui ripiani e chiedeva il nome delle varie parti dell’armadio. Con lo sviluppo dell’interesse si arricchiva anche il suo vocabolario, perché Dick cominciava ormai a chiedere il nome delle cose sempre più numerose alle quali si interessava.” (ivi, p 259)
Il processo di sviluppo dell’Io è quindi questione di “un certo equilibrio ottimale” tra i fattori in gioco: l’Io e l’angoscia. “Perché vi sia una ricca formazione di simboli e abbondanza di fantasie è indispensabile, dato che ne è la base, una quantità adeguata di angoscia, d’altro lato, perché l’angoscia possa essere elaborata soddisfacentemente, perché tutto questo stadio primitivo possa concludersi favorevolmente e lo sviluppo dell’Io possa avere un esito felice, è essenziale che l’Io riesca a tollerare l’angoscia in misura sufficiente.” (ivi, p 251)
È nella ricerca di questo equilibrio che si gioca lo sviluppo del bambino e il processo analitico, il cui mezzo non è la rassicurazione ma l’interpretazione che tende ad instituire e sostenere il legame simbolico con gli oggetti, incoraggiando al tempo stesso la possibilità di esprimere le angosce profonde distribuendole tra cose e oggetti nuovi. Un processo di “distribuzione” che alla base del transfert e che è già una prima forma di elaborazione.
Processi che caratterizzano il nostro rapporto col mondo e la nostra posizione all’interno del mondo. Se, per esempio, siamo spinti ad isolarci ritirandoci in un rifugio, come sembrava essere avvenuto a Dick, o se saremo mossi dalla curiosità ad esplorare, o se vagheremo instancabilmente di qui e di là in fuga dall’angoscia, alla ricerca di nuove fonti di appagamento, di nuovi oggetti, che però non risultano mai veramente soddisfacenti.
Le successive formulazioni kleiniane andranno nella direzione – già accennata in questi scritti attraverso il concetto di sadismo precoce – di sottolineare l’importanza della distruttività (pulsione di morte) nel determinare l’angoscia. L’adozione delle ipotesi sull’istinto di morte porterà però paradossalmente M Klein a distanziarsi da Freud proprio per quanto riguarda l’angoscia e la sua origine.
L’approfondimento di questi aspetti esula tuttavia da questo lavoro che tende principalmente a sottolineare sia la continuità della iniziale teoria dell’angoscia di M Klein da quella di Freud, sia l’ampliamento che essa rappresenta del concetto di elaborazione psichica dell’angoscia. In questo senso l’angoscia assume un ruolo centrale nel funzionamento psichico nella misura in cui determina non solo la strutturazione dell’Io ma anche la qualità delle relazioni oggettuali, interne ed esterne al soggetto, cioè tutta la sua relazione col mondo.
Bibliografia
Freud S (1925) Inibizione sintomo e angoscia. Trad. It Opere vol X, Boringhieri, Torino.
Klein M (1929) La personificazione nel gioco infantile. Trad. it. (1978) in: M Klein, Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino.
Klein M (1929a) Situazioni di angoscia infantile espresse in un’opera musicale e nel racconto di un impeto creativo. Trad. it. (1978) in: M Klein, Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino.
Klein M (1930) L’importanza della formazione dei simboli nello sviluppo dell’Io. Trad. it. (1978) in: M Klein, Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino.
Klein M (1932) La psicoanalisi dei bambini. Trad. it. 1970, Martinelli, Firenze.
Klein M (2017) Lezioni sulla tecnica. Trad. it. (2020), Cortina, Milano.
Laplanche J (1980, 1999) Problematiche I. L’angoscia. Trad. it. (2000), la Biblioteca, Bari-Roma.
Meltzer D (1978) Lo sviluppo kleiniano vol. 1. Trad. it. 1982, Borla, Roma.
Petot J M (1979) Melanie Klein. Prime scoperte e primo sistema 1919/1932, vol. 1. Trad .it 1982, Borla, Roma.
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Tustin F (1983) Thoughts on autism with special reference to a paper by Melanie Klein, In: Journal of Child Psychotherapy, n 9, pp. 119-131
Note
[1] Inibizione sintomo e angoscia è forse uno degli scritti di Freud più citati da M Klein. Cfr. ad esempio citazioni dirette dell’opera in: Klein, 1929; 1930; 1932, p 78; 1948; 1952; 1957.
[2] Klein M (1929) La personificazione nel gioco infantile e Klein M (1929a) Situazioni di angoscia infantile espresse in un’opera musicale e nel racconto di un impeto creativo.
[3] Corsivo mio
[4] Cfr. ad esempio Tustin (1983) in cui l’Autrice discute l’ipotesi che Dick potesse essere in realtà un caso “affine all’autismo di Kanner”; una diagnosi che M Klein non avrebbe potuto prendere in considerazione dato che fu formulata da Kanner solo nel 1943.
[5] Corsivo mio