La Cura

Per la tutela del paziente psichiatrico. Un rigoroso documentario di Raymond Depardon. Cesare Secchi

Salute Mentale e Psicoanalisi
Per la tutela del paziente psichiatrico. Un rigoroso documentario di Raymond Depardon. Cesare Secchi
La casa dei matti – Francisco Goya

Parole chiave: legge francese n. 2011-803; legge francese n. 2013-869; Ospedale Psichiatrico (OP), psichiatria e psicoanalisi, istituzioni e psicoanalisi, Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), Raymond Depardon

La sentenza 76/2025 della Corte Costituzionale Italiana riguardante la tutela dei pazienti affetti da disturbi psichiatrici ricoverati in Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), ha apportato delle modifiche alle funzioni svolte dal Giudice Tutelare a garanzia del paziente. Questa sentenza ripropone un aspetto dilemmatico della psichiatria clinica, che l’accompagna sin dalle origini, in quanto si confronta con un mandato al limite tra finalità di cura e di controllo sociale, dilemma sul mandato che la porta ad avere caratteristiche specifiche rispetto alle altre discipline mediche.
La redazione di Spiweb si è chiesta se si fossero elementi paragonabili al nostro corpus normativo in altri Paesi Europei, abbiamo ritrovato degli elementi similari nella legislazione francese (loi n. 2013-869)[1] che pure si differenzia in modo significativo da quella italiana.

Cesare Secchi psichiatra, esperto di cinema e psicoanalisi, presenta il documentario <<12 jours>> (Fr. 2017, colore, 87’) di R. Depardon che conduce nel vivo delle modalità operative negli Ospedali Psichiatrici (OP) francesi mostrando in azione dei giudici (Juges des Libertés et de la Détention, JLD) mentre incontrano alcuni pazienti per vagliarne il ricovero obbligatorio in Ospedale Psichiatrico. Secchi sottolinea come le immagini proposte permettano di entrare nel clima dell’OP di Lione, fa considerazioni di tipo tecnico sul documentario e, mantenendo un’ottica clinica, offre riflessioni psicopatologiche e relazionali di rilievo per ribadire la funzione dello sguardo psicoanalitico negli ambiti istituzionali, sulle pratiche cliniche, sull’applicazione delle norme e sulle storie delle persone che con il loro carico di dolore, di vicissitudini relazionali e sociali gli psichiatri incontrano quotidianamente.

Maria Moscara


Nota introduzione

[1] Legge che riforma in parte la Legge n. 2011-803 che concerne i diritti dei pazienti che effettuano cure psichiatriche senza fornire il proprio consenso, legge che sanciva un assetto più protettivo per quanto concerne l’inizio del ricovero in Ospedale Psichiatrico senza consenso e la prosecuzione del ricovero medesimo.

Cesare Secchi

Nel settembre 2013 è uscita in Francia una legge (n. 2013-869), secondo la quale l’équipe medica della struttura psichiatrica è tenuta a presentare entro 12 giorni davanti a un magistrato i pazienti internati a regime obbligatorio: in assenza dello psichiatra curante e in presenza di un avvocato difensore. Il giudice consulta la documentazione redatta da un collegio di tre medici (uno esterno all’istituzione), ne verifica la correttezza procedurale, ascolta l’opinione del paziente, discute brevemente con lui e con l’avvocato, e decide se confermare o meno la condizione coatta.
Entro 10 giorni dalla sentenza il ricoverato può fare appello.

In questo lavoro del celebre fotografo e cineasta Raymond Depardon,[1] intitolato 12 jours (Fr. 2017, colore, 87’),[2] assistiamo a dieci udienze presso l’ospedale psichiatrico Le Vinatier (Lione), dove dei soggetti con disturbi psichici si confrontano con quattro magistrati circa l’eventuale proseguimento del regime obbligatorio. Il film si apre su una lentissima carrellata di 3’-4’ lungo i corridoi gelidi e asettici dell’istituzione ospedaliera psichiatrica: ai crocevia la macchina da presa imbocca un nuovo percorso a suggerire allo spettatore l’impressione del labirinto, del luogo astratto, chiuso e al contempo dispersivo, infinito, alieno. Seguono i colloqui con gli internati, risolti con un semplice montaggio (un campo/controcampo di primi e primissimi piani del paziente e del giudice, e qualche più raro campo totale che include tutti gli astanti), mentre i brevi intervalli tra le udienze ci mostrano diversi scorci dell’ospedale, seguendo a volte qualche ricoverato, soffermandosi su degli oggetti o facendoci udire delle urla da dietro una porta. In simmetria antitetica con l’incipit, che propone l’enigmatico e agghiacciante interno della struttura, il finaleconsiste in una serie di inquadrature stilizzate a camera fissa dei dintorni fuori dall’edificio di Le Vinatier, immersi nella nebbia azzurrina del crepuscolo: l’ultima immagine è un viale alberato alla periferia del quale vediamo muoversi figure umane e veicoli.

Alcuni recensori sottolineano le irriducibili contraddizioni di queste insolite udienze. In primis, il radicale squilibrio di potere tra gli interlocutori: tant’è vero che, a parte un singolo caso in cui la scelta è rinviata, negli altri nove il ricovero obbligatorio è ratificato. In prevalenza, i pazienti, come è stato rilevato (Crespo, 2017; Brody, 2018), sono rappresentativi di complessi e problematici contesti sociali: una donna di mezz’età ha subito un mobbing nel difficile ambiente di lavoro di Orange (come fa notare il difensore); un arabo, assai impregnato di psicofarmaci, è assillato dal terrore di imbattersi in jihadisti armati; un immigrato angolano in crisi psicotica ha commesso una serie di crimini (dai furti ripetuti agli accoltellamenti); una giovane donna, lucida e consapevole, riferisce di plurime violenze sessuali da lei rielaborate in termini parapsicologici; una ragazza madre, dopo avere lasciato la parola alla propria avvocatessa, fa un lungo, affannato elenco di deprivazioni socio-familiari; eccetera. L’asimmetria di potere si declina, altresì, in una altrettanto radicale asimmetria di linguaggi (Thibaut, 2017; Barbion, 2017; Renaud, 2018). Di fronte ai pazienti variamente attoniti, portatori di “una parola fragile, accidentata o intorpidita” (Macheret, 2017), i giudici leggono ad alta voce la certificazione medica redatta in gergo psichiatrico, con l’aggiunta di qualche formula giuridica a proposito degli illeciti penali in cui sono incorsi alcuni ricoverati. Va, peraltro, notato che le due giudici donne, messe in scena nel film con maggior frequenza dei colleghi maschi (7 udienze su 10), si adoperano a rendere l’incontro poco fiscale:[3] non danno mai un’impressione di fretta, rispondono senza insofferenza alle domande degli internati, spiegano i termini tecnici e soprattutto offrono all’altro una comunicazione non verbale (fisiognomica, vocale e gestuale) attenta, garbata e, nei margini angusti della situazione, relativamente contenitiva. Per di più, i due magistrati femminili sembrano tentare di avvicinarsi ai problemi dei pazienti e sforzarsi di capirci qualcosa, ben coscienti dei limiti di detti colloqui e dell’intrinseca impotenza a portare aiuto: il dramma umano presentato e/o gridato da questi ricoverati è riduttivamente vagliato tramite una secca opzione di opposti, senza sfumatura alcuna. Un internato delirante e parricida domanda a una delle giudichesse il significato della formula “degradazione del comportamento”, come è scritto nel referto medico. Alla risposta della juge – corrisponde ad “atteggiamento ritirato” -, il paziente replica: “Non sono io che mi isolo…sono loro che mi dimenticano e mi lasciano da parte…” (!?). Segue un intenso scambio di sguardi. Inoltre, questo soggetto, dopo aver contestato il regime obbligatorio, a cui preferirebbe addirittura la prigione, chiede al magistrato a cosa lei serva. “A nulla…” – replica la giudichessa con un mezzo sorriso (che possiamo leggere come tra autocritica, imbarazzo e una punta di fatalistica malinconia). Il paziente conclude l’udienza, osservando che nel nuovo partito che intende fondare proporrà l’abolizione degli psichiatri. Lo stesso magistrato resta abbastanza a lungo ad ascoltare, in un silenzio raccolto e concentrato, le vicissitudini umane e patologiche di una giovane internata, reduce da un serio tentativo di suicidio. Qui, a un certo punto prende la parola il difensore per sottolineare il miglioramento clinico della sua assistita e annunciare un programma di incontri con la madre di lei: va rilevato che nella concisa argomentazione l’avvocato, a differenza degli altri maître di 12 jours, non si rivolge al giudice, ma direttamente alla paziente, la quale alla fine sembra consentire alla permanenza in OP a regime obbligatorio. L’altro giudice donna, che ha un approccio morbido e accogliente, si prodiga a spiegare a un soggetto rabbioso i limiti della sua funzione e fa del suo meglio per assorbire le proteste dell’interlocutore. Costui in chiusura dell’incontro commenta sarcasticamente: “E lo chiamano il paese dei diritti umani…grazie per il vostro abuso di potere!” La giudichessa, l’aria rammaricata, persiste nel chiarire la propria posizione e i diritti del paziente.

Come è stato osservato (Marcelet, op. cit.), 12 jours, al pari di altri documentari d’autore di argomento psichiatrico, promuove una virulenta identificazione dello spettatore a questi personaggi che desiderano, impetrano o pretendono di fruire nuovamente della libertà personale. Al di là di qualche voce critica (cfr. in Tranteum, 2017) sulle difficoltà di applicazione della legge del 2013, si possono riscontrare alcuni punti di rilievo, che il film mette in evidenza. Innanzitutto, come sa bene chi lavora in psichiatria e ha contezza degli orrori della sua storia, l’esistenza di una specifica procedura giuridica per approvare o interrompere la sospensione dell’habeas corpus costituisce un importante vincolo all’arbitrio dei curanti. È stabilito ope legis un controllo esterno alla pratica clinica. In secondo luogo, da quanto si evince dal documentario, tre psichiatri (uno dei quali è estraneo all’équipe coinvolta) devono appositamente riunirsi per una discussione collegiale di verifica: un’ulteriore occasione di riflessione e ripensamento critico sul decorso psicopatologico e sulla presa in carico (la vicenda del paziente viene in certo modo riguardata da fuori). Tanto il team sanitario quanto il giudice sono dunque indotti a ponderare a fondo le proprie scelte. Inoltre, l’assenza del medico curante durante l’udienza avrebbe il fine di rendere il paziente maggiormente libero di esprimersi, anche a prescindere da possibili vissuti persecutori (si pensi, per esempio, a un legame di massiccia dipendenza nei confronti dello psichiatra). Analogamente, la presenza di un avvocato difensore, che ha accesso alla documentazione, per formale che sia, è comunque una garanzia in più. Per giunta, il magistrato non solo consulta le certificazioni cliniche e interloquisce coi vari personaggi in campo, ma guarda in faccia la persona sulla quale sta per prendere una decisione molto pesante. Un altro elemento fondamentale che forse emerge dalla visione di 12 jours è costituito dal fatto che membri appartenenti a diverse istituzioni (sempre colonne del controllo sociale, con differenti codici) sono ufficialmente obbligati a parlarsi e a cercare di intendersi nella prospettiva di una maggior responsabilizzazione dei servizi in campo. Sembra palese la priorità che la legge attribuisce alla salvaguardia dei diritti della persona in chi soffre di disturbi mentali. È un dispositivo che richiede certamente molto tempo, degli operatori qualificati e formati, e un buon livello di coordinamento. Come forse accade per le norme giuridiche su materie così delicate, la loro applicazione può correre il rischio di essere meramente burocratica: infatti, dato che Depardon ha montato il suo documentario, selezionando delle udienze, dovequasi tutti i ricoveri coatti sono convalidati, allo spettatore può venire il dubbio che le decisioni siano avvenute in anticipo (cfr. Trenteum, 2017) e che il magistrato si conformi supinamente a quanto ha dichiarato lo psichiatra. Nondimeno, tenendo conto della variabilità delle situazioni messe in scena e dell’efficacia di alcune sequenze filmiche, si direbbe che una parte dei soggetti, da un lato e dall’altro della barricata, si muovano, ognuno secondo la propria sensibilità e il proprio stile, alla ricerca di un contatto. Alcuni pazienti, al di là dei disturbi psichici allegati o messi in atto, sembrano desiderosi di confrontarsi col magistrato (una figura/Altra, di potere e di prestigio), di sostenere le loro ragioni e, soprattutto, di raccontare la loro storia. Per converso, si è già accennato all’atteggiamento delle due giudichesse e a quello di un difensore: costoro si impegnano a entrare il più possibile nel vivo delle questioni, non solo attraverso un estremo riguardo verso il paziente, ma altresì con una quota di interesse o perfino di curiosità e di partecipazione. Insomma, parrebbe instaurarsi a vari livelli una funzione terza sia in senso macroscopico sul piano istituzionale (triangolazione paziente/ospedale psichiatrico/tribunale) sia nel momento concreto e intersoggettivo della prassi (clinica e giuridica: triangolazione paziente/psichiatra/giudice/difensore, con l’eventuale, per quanto ridotta, accensione emotiva). L’Ospedale Psichiatrico (OP) è sempre stato e forse è tuttora (dove esiste) l’epitome della chiusura: una chiusura perentoria e totale, secondo una logica difensiva schizoparanoide agita dal Sé sociale, di cui il folle costituirebbe una parte inaccettabile, scissa ed esclusa. La promulgazione della legge 2013/869, nonché l’insieme degli effetti materiali e simbolici che a cascata ne possono derivare, attesta una spinta all’apertura, alla responsabilità e all’inclusione. Come se, dopo secoli di internamenti e di segregazioni, nel legislatore e magari nell’opinione pubblica avesse preso corpo una maggiore preoccupazione (una cura in senso latino, cfr. Marchetti, 2025) per l’integrità dell’oggetto-paziente psichiatrico. Il processo elaborativo dell’angoscia depressiva (in senso kleiniano) è per definizione interminabile: questa legge francese, come molti anni fa la 180 in Italia, ne rivela un potenziale innesco.

Bibliografia

Barbion S. (2017). 12 jours.

Brody R. (2018). 12 Days.

Crespo G. (2017). 12 Jours.

Ide W. (2017). 12 Jours, Review – A Devastating Glimpse into Broken Souls.

Lemercier F. (2017). 12 Days: The Judge and the ‘Madman’.

Macheret M. (2017). «12 jours»: une chambre d’écho aux détresses contemporaines. Le Monde, 29 novembre 2017.

Marchetti M. (2025). Al di là dei principi della Corte Costituzionale. Brevi note a margine della sentenza 76/2025.  

Renaud (2018). 12 jours, de Raymond Depardon (2017).

Romney J. (2018). Film of the Week: 12 Days.

Scoffier A. (2017). Paroles contre paroles. 12 jours de Raymond Depardon.

Thibaut G. (2017). «12 jours»: un film de Raymond Depardon.

Trenteum C. (2017). «12 jours» de Raymond Depardon.


Note

[1] Depardon si è già cimentato col mondo psichiatrico attraverso due documentari di grande interesse: San Clemente (1981) sull’ospedale psichiatrico di Venezia; Urgences (1988), girato presso il servizio psichiatrico all’Hôtel-Dieu di Parigi. Va, inoltre, segnalato che i veri nomi dei pazienti di 12 jours sono sostituiti da pseudonimi.

[2] Prima dell’inizio c’è un’epigrafe di Foucault: “Il percorso dall’uomo all’uomo vero passa per l’uomo folle”. A sottolineare la precarietà della distinzione tra salute e malattia mentale. Secondo Romney (2018), il film si muove in una prospettiva foucaultiana: in particolare, nel caso del paziente Said, la cui ossessione per immaginari terroristi islamici è “un esempio del modo in cui il discorso politico contemporaneo fornisce un copione coerente all’espressività di varie forme di follia”.

[3] Romney (2018) parla dei giudici come ascoltatori empatici più che figure d’autorità, benché, poi, sottolinei la calma con cui emettono i loro verdetti di convalida al ricovero coatto; Scoffier (2017) nota che, contrariamente a una certa tradizione cinematografica, i giudici “sembrano pazienti, premurosi, preoccupati di cogliere la complessità delle situazioni”.

Per la tutela del paziente psichiatrico. Un rigoroso documentario di Raymond Depardon. Cesare Secchi Monica Castellini

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