Dopo la prima morte

La vicenda si apre con immagini inquietanti. Le strade lastricate nello storico quartiere della Città Vecchia di Praga sono come il «dorso di scagliosi serpenti arrotolati sotto le case […]. Tra un momento si sarebbero svegliati, avrebbero cominciato a scivolare in direzioni diverse, come il Drago Rosso e il Drago Bianco sotto le torri di Vertiger, nella leggenda di Merlino» (p. 9). Le tre moto d’epoca, collocate nel deposito sotterraneo di un banditore d’aste, assomigliano ad « un grosso insetto» (p. 12), con tutto ciò che hanno di mostruoso gli insetti ingigantiti. I fanali sono gli occhi. (Apotropaici?) Collezionare moto rientra nei rituali superstiziosi con cui il protagonista esorcizza la sua angoscia persecutoria. Poi quel nido di serpi incomincia a muoversi, l’insetto ad agitare le antenne.
Nel corpo del romanzo l’immagine dominante è quella del labirinto in cui un uomo e una donna mettono in campo tecniche di seduzione, si tendono trappole, si tendono la mano. Naturalmente anche il lettore è invitato a entrarvi. A un certo punto si insinuano il sospetto, il dubbio (quel tipo di suspense che nei romanzi ottocenteschi era costituito dall’eventualità dell’errore giudiziario), il venir meno delle certezze, di «precarie certezze». I percorsi del labirinto conducono alla resa dei conti: i protagonisti metteranno a nudo, senza più difese, i contrapposti sensi di colpa di cui sono vittime, nel buio di una notte interminabile che li lascia spossati, «come ci si può sentire dopo essere stati pestati a sangue […]. O dopo una seduta analitica particolarmente ben riuscita» (p. 142). L’immagine conclusiva è invece quella di un groviglio vegetale di rampicanti attorno a un palo, in modo che «non si sa più quali siano i rami e le foglie d’una pianta o dell’altra, o dell’altra ancora» (p. 140).
Impossibile reciderne una, o districarsi nel viluppo in cui si intrecciano i fili di diverse verità. Uno di questi è collegato addirittura alla figura del tenente colonnello Thomas Edward Lawrence, noto come Lawrence d’Arabia (1888-1935), rievocato qui non per le sue avventurose campagne militari in Medio Oriente, ma per le circostanze misteriose della sua morte. Nella postfazione l’autrice dichiara le fonti sulle quali si è documentata e che non le hanno impedito di ricostruire in modo fantastico l’incidente in cui perse la vita l’ufficiale inglese, in sella a un prototipo da competizione.