Interno Esterno. Sguardi psicoanalitici su architettura e urbanistica. Di Cosimo Schinaia (2016). Recensione di Andrea Sabbadini

SCHINAIA, C.: INTERNO ESTERNO. SGUARDI PSICOANALITICI SU ARCHITETTURA E URBANISTICA.Alpes Italia, 2016.

Trad Ingl. Psychoanalysis and Architecture: The Inside and the Outside. Karnac, 2016.

Il titolo Psychoanalysis and Architecture della traduzione inglese del libro di Cosimo Schinaia, pubblicato in Italia nello stesso anno, è da considerarsi in un certo senso riduttivo, in quanto il volume non si limita a considerare il rapporto fra psicoanalisi ed architettura, ma affronta anche molte altre tematiche, sempre comunque in relazione a quelle due discipline.

Ritengo che questo libro possa interessare tutti coloro per i quali la psicoanalisi è qualcosa di più (come del resto lo era anche per Freud) di una professione terapeutica, cioè anche un metodo di ricerca sugli aspetti sempre sorprendenti del funzionamento mentale – uno strumento, insomma, per interpretare un grande numero di attività umane, e soprattutto quelle legate alla creatività fra le quali, posta qui in posizione di prominenza, anche l’architettura (“mestiere di frontiera” secondo Renzo Piano, p. 21).

In tutte le pagine del libro Schinaia sottolinea la propria ‘continua, impellente, inderogabile necessità di collegare l’interno con l’esterno, la realtà psichica con la realtà materiale’ (p. XXI). Cornici teoriche prese a prestito dalla storia dell’arte, dalla linguistica, dalla filosofia, dalla letteratura e, naturalmente, dalla psicoanalisi e dall’architettura sono presenti dovunque nel libro, in cui viene offerto un numero elevato di citazioni di autori provenienti dai campi più disparati.

Il Capitolo 1 (Le radici di un incontro) considera le conseguenze pratiche ed emotive dell’emigrazione, fra cui quella dello stesso autore da Taranto a Genova (una città che definisce, con riferimento ad una celebre poesia di Kafavis, “la mia Itaca”) dove da molti anni abita e lavora come psichiatra e psicoanalista.

Altrove Schinaia concentra l’attenzione su quelle che descrive come “connessioni produttive e contaminazioni feconde” (p. 15) fra discipline differenti – le metafore, analogie, corrispondenze o, con un termine più generico, i “ponti”, che si propongono di superare le barriere artificiali la cui funzione convenzionale è quella di fornire cornici epistemologiche a gruppi specifici di idee e di attività – isolandoli però così l’uno dall’altro. Come osserva Esther Sperber nella Prefazione, “è nelle aree di confine di ciascun campo che possiamo trovare idee nomadi in grado di destabilizzarci e, quindi, di aprirci a una nuova comprensione delle cose” (p. XV).

Nel corso del suo argomentare, un processo questo ovviamente mai lineare, Schinaia fa riferimento a metafore, ben note al pensiero psicoanalitico, come quella dell’archeologia (ciò che dapprima resta nascosto e poi viene svelato dalle viscere della storia sepolta e dell’inconscio rimosso); come l’idea del “perturbante” (in tedesco Unheimlich contiene ambivalentemente la parola Heim che significa “casa”) – concetto che, secondo l’architetto Anthony Vidler, “riesce a cogliere la difficile condizione della prassi teorica architettonica dei tempi moderni” (p. 114); come varie concezioni riguardanti il tempo, specie in relazione agli aspetti di continuità e discontinuità all’interno dello sviluppo stesso della psicoanalisi, e a quello di “fretta’ in quanto caratteristica della cultura tecnologica contemporanea. Ma soprattutto l’autore considera la fenomenologia dello spazio: in che modo i suoi confini definiscono cosa appartiene al suo interno e cosa no, in quanto modalità per valutare il complesso significato dei luoghi che progettiamo, disegnamo e costruiamo.

L’intero libro è ricco di riferimenti all’architettura, come quando Schinaia osserva provocatoriamente che “L’architetto trasforma le sue emozioni in forme, mentre l’analista pratica la trasformazione delle emozioni in linguaggio’ (p. 33). È tuttavia soltanto dal Capitolo 9 (Psicoanalisi e architettura: la necessità di un confronto) in poi, che Schinaia cerca di fare in maniera più esplicita quello che descrive come “un confronto fra due linguaggi, quello psicoanalitico e quello architettonico. I loro fini, le rispettive metodologie di lavoro e di ricerca, e specificamente la continua osmosi tra teoria e prassi… Il confronto avviene nel rispetto dei rispettivi statuti epistemologici” (pp. XXVIII-XXIX).

I capitoli successivi riguardano lo spazio, tanto ricco dal punto di vista culturale e di significati emotivi, della casa, qui analizzata anche come rappresentazione simbolica del mondo interiore; i luoghi terapeutici, quali le istituzioni psichiatriche vecchie e nuove; e la stessa stanza d’analisi, a partire da quella di Freud inventata e costruita, ci dice Schinaia, ‘a immagine e somiglianza della camera da letto del suo tempo’ (p. 182). I lettori troveranno in questo capitolo numerose fotografie di stanze analitiche provenienti da vari paesi: alcune descritte come arredate e decorate in modo eccessivamente frugale, mentre altre troppo piene e ornate – caratteristiche queste che rifletterebbero l’atteggiamento degli analisti in questione nei confronti del loro lavoro.

Riguardo al fallimento dei vecchi ospedali psichiatrici, la cui funzione avrebbe dovuto essere quella di curare, o per lo meno di contenere, la follia, qui brevemente considerati da una prospettiva storica (dai panapticon di Bentham alle strutture monolitiche di Esquirol, fino a quelle istituzioni moderne strutturate come piccoli villaggi), Schinaia giustamente osserva come lo “spazio esterno possa non solo favorire, ma addirittura determinare l’insorgenza o la cronicizzazione della soffernza psicotica, attraverso la negazione o la perversione dei bisogni comunicativi” (p. 164). Lamenta che anche oggi, come ha potuto constatare per esperienza diretta, “si assiste…alla totale mancanza di studio e progettazione di spazi adibiti alla cura della malattia mentale” (p. 165), e ci sorprende nel proporre l’architettura dei monasteri (con le loro celle, i loro chiostri, le sale capitolari, le chiese, le biblioteche e i refettori) come “un possible modello di riferimento per le comunità di riabilitazione psichiatrica” (p. 168).

Quando discute del ruolo di urbanisti ed architetti nel dare forma ai nostri spazi – siano questi città, case o luoghi di lavoro – Schinaia non esita a ricordarci l’importanza cruciale dei bisogni personali e comunitari specifici di coloro che dovranno abitarci e della necessità di renderli partecipi di ogni decisione al riguardo, dalla pianificazione alla costruzione fino all’arredamento, nel rispetto del loro diritto democratico a incidere sulle scelte, a influenzare le soluzioni architettoniche.

Nell’ultimo capitolo Spunti per una collaborazione tra psicoanalisti e architetti Schinaia fa questa importante osservazione: “Costruire in inglese si dice building, la desinenza ing indica un’attività progressiva. Le case non sono solo costruite, ma costruende … Lo stesso si può affermare – aggiunge –  a proposito dei modelli teorici e delle tecniche terapeutiche, psicoanalisi compresa” (p. 197). Sarà utile notare quanto in tutto il libro l’autore si curi di evitare i rischi derivanti da una semplicistica “applicazione” delle idee psicoanalitiche all’architettura.

Come osserva Stephen Sonnenberg nella Postfazione, ritroviamo qui “una sinergia tra le parole ed elementi materiali dell’ambiente costruito”, ed una “fondamentale somiglianza fra coloro che usano le parole e coloro che disegnano immagini” (p. 222).

Questo è un libro ricco e stimolante che soddisferà la curiosità intellettuale di psicoanalisti ed architetti. Concluderò con un’altra citazione che mi pare possa riassumere la filosofia di Schinaia: “L’incontro tra architetti e psicoanalisti ha lo scopo di pensare a luoghi che riunifichino…il soma e la psiche, l’individuale e il collettivo, l’interno e l’esterno, il passato e il presente” (p. 80).

Andrea Sabbadini, British Psychoanalytical Society

a.sabbadini@gmail.com

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