“In viaggio con De Martino” di E. Servadio a cura di B. Puma. Recensione di G. Montinari

“In viaggio con De Martino nella Lucania rurale tra magia e medicina popolare”

di Emilio Servadio (Autore), Bianca Puma (a cura di)

Edizioni Alpes, 2019

Recensione a cura di Giovanna Montinari

Nell’affrontare il libro “In viaggio con De Martino, nella Lucania rurale tra magia e medicina popolare”, a cura di Biancamaria Puma ed Emilio Servadio, si ha subito l’impressione di essere chiamati ad abbandonare aspettative tradizionali dei testi scientifici e/o psicoanalitici cui siamo abituati.

Vi compare fin dalla copertina un’ immagine che propone un gesto elegante e allegro di un Emilio Servadio a cavallo di un asino, tenuto da un uomo dal volto sorridente quanto antico, di un contadino o di una ‘guida’ dei paesi esplorati in quel viaggio. Il bianco e nero della foto e lo sfondo, fanno il resto, e si è subito trascinati e affascinati da un’avventura esplorativa che per tutto il libro non smetterà mai di sorprenderci.

Come ben evidenzia Giovanni Pizza nella sua prefazione, questo libro ha l’enorme merito di apportare un contributo molto importante alla storia culturale e politica del nostro paese negli anni ’50. Pizza paragona il lavoro di raccolta dei materiali alle famose  “ lettere dal carcere di Antonio Gramsci”, nel senso di permettere grazie al rigore della raccolta, di capire meglio pensieri e posizioni del celebre politico nonché del tempo a  cui si riferiva. Dice Pizza: “ Pensiamo a cosa può accadere quando, come in questo caso, ad essere sottratto al rischio dell’oblio è la memoria di un Autore come Emilio Servadio (1904-1995), figura di grande calibro scientifico e intellettuale, tra i padri fondatori della psicoanalisi in Italia e non solo….Con questo volume abbiamo la possibilità di ricostruire – se non ancora a tutto tondo, certamente con un ampliamento notevole del quadro documentale- una delle più note “spedizioni” etnografiche del secondo dopoguerra in Italia : quella guidata in Lucania nel 1957,  da Ernesto De Martino (1908-1965), fondatore a sua volta di una nuova e originale antropologia italiana. Lo studio dei materiali di inchiesta inediti, la ricostruzione ampia del punto di vista di un “membro” autorevole di quella “équipe” psico-medica-antropologica, la consultazione dei diari, questionari, carteggi inediti e fotografie, costituiscono momenti di eccezionale interesse per l’elaborazione di una storia filologicamente fondata e rilanciano la straordinaria potenza degli archivi inediti degli studiosi” ( G. Pizza, pag XI).

Il contributo di Servadio a quella spedizione non fu solo scientifico, ma egli si prodigò sia organizzativamente che per trovare finanziamenti. Spese i suoi rapporti con la Parapsycology Foundation di New York, che finanziò generosamente l’impresa. Leggendo le lettere, gli appunti nonché i “piani di lavoro” che Servadio minuziosamente appuntava e organizzava, vi ritroviamo, per chi ha avuto l’occasione di conoscerlo personalmente, il Servadio efficace, puntuale, rigoroso e meticoloso; la sua perspicacia pungente e a volte ironica. Il carteggio con De Martino, sempre rispettoso, non mancava mai tuttavia di porre domande e chiarimenti per lo svolgersi del viaggio.

Per inciso, ma non per questo marginale, il ruolo delle foto nel libro è a mio parere fondamentale: i volti dei ricercatori trasmettono l’euforia e la posizione  “avanguardista” dei partecipanti. Suggestivi i volti dei soggetti intervistati e i loro contesti (pag 147), e l’intensità, direi  caravaggesca, della foto a pag 134. Si potrebbe fare un libro solo con le foto.

Ma dove troviamo lo psicoanalista? Cosa può dare a noi psicoanalisti un libro siffatto?

Per cominciare vi ritroviamo il modo di Servadio[1] (ma non solo suo) di concepire la psicoanalisi. Novelletto[2]ci aveva già segnalato a suo tempo che: “Si percepisce chiaramente la tendenza (inaugurata da Freud per fondate necessità di difesa della sua creatura nascente e poi largamente echeggiata dalle Società europee nei primi decenni del secolo) ad applicare il pensiero e l’indagine psicoanalitica a svariati campi della cultura, per lo più umanistici o, come si preferisce dire oggi, propri delle scienze umane. In Italia la distinzione teorica, pubblicistica ed organizzativa, fra psicoanalisi clinica e psicoanalisi applicata, che era ormai acquisita nelle Società di più antica fondazione, tardava a stabilirsi. Anche altri analisti italiani amavano affiancare la loro attività ad indagini psicoanalitiche di problemi politico-sociali, letterari o filosofici, ma Servadio in particolare con la sua prodigiosa attività pubblicistica, si esprimeva oserei dire, a 360° gradi.

Questa apertura scientifica sembrava  rispondere al profondo bisogno di perseguire una meta che per lui s’identificava con il principale scopo della psicoanalisi dei tempi pioneristici: il cambiamento innanzi tutto, magari anche mediante l’intervento attivo, nella relazione psicoanalitica. Questo obiettivo, questo miraggio mi sembra rappresentare quel comune denominatore in nome del quale Servadio non trovava affatto scandaloso, e nemmeno azzardato sul piano metodologico, considerare come contigue, se non addirittura apparentate, aree dottrinarie diverse come le religioni orientali, lo yoga e il fachirismo, il pensiero e i riti magici, i fenomeni del misticismo religioso (con particolare riguardo alle guarigioni miracolose), lo spiritismo, l’esoterismo, l’uso guidato delle droghe psichedeliche, l’ipnosi, la parapsicologia ed altro ancora. La validità delle sue scoperte, ad esempio in tema di percezioni extrasensoriali nell’ambito della relazione analitica, dovrebbe bastare a scoraggiare giudizi sommari, e lo stesso si potrebbe dire dell’interesse, sia clinico che di ricerca, delle sedute psicodiagnostiche con farmaci psichedelici da lui condotte con grande perizia.”( A. Novelletto)

Tornando al libro della Puma, viene ben documentato come lo stesso De Martino non mancasse di  esprimere gratitudine verso l’apporto e la presenza di Servadio. Nei diversi lavori intorno a questo antropologo, nello studio critico degli inediti, curato da Adelina  Talamonti e introdotto da un saggio di Gallini, l’antropologa  demartiniana  chiariva il carattere esemplare del paragrafo Vita magica di Albano, segnalando un passaggio del libro che le apparve “cruciale”, in quanto fondato su una specifica descrizione etnografica centrata sulla soggettività ( corsivo mio) delle persone incontrate nel paese lucano, che diventavano ora i veri protagonisti della scena dialogica ( Gallini 2008:7-8).

Emerge che si trattava di una ricerca del tutto nuova, per quella fase storica, su quelle che furono chiamate “le vie oscure” dei processi di guarigione, che imponevano un ripensamento profondo delle teorizzazioni fin lì perseguite, una ridefinizione  che cercava di coniugare  il soggetto nella sua sofferenza a “un patrimonio collettivo simbolico e materiale e la letteratura antropologica a una sorta di verifica psichica e medica dei fatti osservati”( Pizza 2013).

In questi passaggi, nei resoconti scritti di suo pugno, troviamo lo psicoanalista, il suo rigore e la sua modernità di pensiero e approccio. Il saggio “ le oscure vie della guarigione” comparso nel ’59 sulla Rivista di Psicoanalisi n.2, contiene , a rileggerlo oggi, acutissime considerazioni sul tema della psicosomatica, della importanza della relazione transfert-controtransfert fra paziente e guaritore/psicoanalista: “Signori e signori, desterà forse qualche sorpresa che alcuni problemi inerenti al fenomeno della guarigione siano presi occasionalmente in esame da uno psicoanalista, piuttosto che da un internista o da un patologo. Il fatto è che come vedremo, il processo globale della guarigione di un essere umano coinvolge alcuni valori, e pone quesiti, che non sono di stretta pertinenza del medico generico, e che attingono invece ai piani profondi della personalità psichica, ossia a ciò di cui si occupano proprio gli psicologi e gli psicoanalisti” (Puma e Servadio pag.336). Il saggio ci accompagna agli albori ma allo stesso tempo alla attualità del pensiero psicoanalitico e alle sue declinazioni, l’affondo di Servadio ci lascia imperterriti di fronte alla sua verità: “ Ma se a questo punto, allora, cerchiamo nei testi più seri e ufficiali, una teoria moderna della guarigione, semplicemente non la troviamo! Così è signore e signori. Esiste, come tutti sanno, una scienza delle malattie – la patologia; ma non esiste una scienza della guarigione” (ibidem pag 338).

Il lavoro di Puma ci accompagna dalla parte più propriamente documentale, che affascina per la sua mole e precisione, e la si legge come un diario. Giustamente definito anche nel titolo “di viaggio”, per arrivare nelle parti finali ai temi più psicoanalitici in cui , a partire dal transfert/controtransfert, gli scritti di Servadio affrontano il tema del come un paziente e una psicoterapeuta , intimamente legati, rappresentino un terreno profondamente favorevole ai fenomeni cosiddetti paranormali, così come i vari guaritori e i vari “ malati” erano legati dalla condivisione profonda di culture e affetti delle relazioni tali per cui non si trattava di “ miracoli” ma di veri e propri “ casi clinici”.

Nel libro vengono riportati molti casi clinici di grande interesse per noi psicoanalisti e ben analizzati da Servadio sulla base del modello freudiano, come il caso di  Isabella D., solo per citarne uno, o della “ divinatrice-guaritrice” Paolina C. Si propone in modo coraggioso una revisione totale del concetto di malattia psicosomatica , che per l’epoca in cui si svolgeva, rappresentava una vera e propria rivoluzione dei paradigmi fin lì utilizzati.

Si coglie la profonda dimensione affettiva della curatrice Bianca Puma verso il suo Maestro, ma anche l’intento documentaristico scientifico di testimoniare un  lavoro pioneristico sia nella modalità della ricerca, nella composizione dell’équipe ( che oggi diremmo pluridisciplinare), nonché il lavoro del gruppo nel suo insieme. Emerge un Servadio “al servizio” del gruppo, della passione per l’esplorazione con un’intensa partecipazione e un coinvolgimento personale, come nella cura e sostegno dedicato negli anni alla bambina Teresina, che per tutta la sua  vita ha avuto il supporto concreto e affettivo di un padre “ putativo” come  Servadio.

 

Riferimenti bibliografici

Errera G., Emilio Servadio, dall’ipnosi alle psicoanalisi, Nardini, Firenze 1980.

Montinari G., Emilio Servadio “ Un uomo del secolo scorso

Novelletto A.,L’italia nella psicoanalisi, in Rivista di Psicoanalisi, 56,1992,pp.735-751

Novelletto A., Necrologio, in Rivista di Psicoanalisi, 1.95, pp. 171-179

Puma B., in www.emilioservadio.it/jomia/index.php?artcle&id, 2007

E.Servadio,Psicoanalisi e telepatia, in Imago, n.4,1935

 

Note

[1] Molte tappe della vita e dell’attività psicoanalitica di Servadio sono già state rievocate nel testo celebrativo che Gaddini gli dedicò nella Rivista di Psicoanalisi nel 1974 in occasione del suo 70° compleanno. Il fascicolo “Le due Gradive”, curato nel 1982 da Piero e Anna Bellanova, riesume dall’Archivio di Stato i documenti relativi agli anni della persecuzione fascista contro la psicoanalisi, che allora s’identificava tutta con i fondatori della SPI e quindi anche con Servadio. Il catalogo della mostra ‘L’Italia nella psicoanalisi” aggiunse nel 1989 qualche altro elemento tra cui un cenno autobiografico di Servadio. Inoltre, nelle molteplici interviste giornalistiche e televisive che gli sono state dedicate, Servadio ha avuto modo di fornire al pubblico molte altre notizie spicciole su di sé, come per esempio quelle poi raccolte nei volume di Giovanni Errera (Emilio Servadio, dall’ipnosi alle psicoanalisi, Nardini ed.).

[2] A. Novelletto Necrologio

 

Vedi anche in Spiweb:

CdPR. Psicoanalisi italiana. Da N. Perrotti e E. Servadio ai nostri giorni. Roma, 14 aprile 2018

Vedi anche: