“XY” di S. Veronesi. Recensione di M. Pappa

“XY” di S. Veronesi. Recensione di M. Pappa

“XY”

di Sandro Veronesi

(La nave di Teseo, 2020)

Recensione a cura di Maria Pappa

 

“Un fatto non può ‘tornare’ come torna un conto, perché noi non conosciamo tutti i fattori necessari ma soltanto pochi elementi per lo più secondari. E ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile, ha una parte troppo grande”.

Friedrich Dürrenmatt

 

Due volte vincitore del Premio Strega, con “Caos calmo” nel 2006, e con “Il Colibrì” nel 2020, Sandro Veronesi torna a stupirci e a interrogarci con il romanzo “XY”, già pubblicato nel 2010 dalla Fandango e riportato in libreria il 12 novembre 2020 da La nave di Teseo. La lettura di questo romanzo è così intensa e suggestiva, e soprattutto così sorprendentemente attuale, che non ci si può esimere dal considerare che Veronesi sia stato meritatamente premiato, e paragonato a Balzac e a Dostoevskij per la sua capacità di addentrarsi nelle pieghe più nascoste dell’animo umano. Inoltre mi sembra che in “XY”, ancor più che ne “Il Colibrì”, egli renda un particolare tributo alla psicoanalisi, di cui mostra una profonda conoscenza, nutrita sia dallo studio dell’opera di Freud e di Bion, sia dalla stretta collaborazione con il nostro collega Stefano Calamandrei.

I temi trattati in “XY” sono di vasta portata da un punto di vista psicoanalitico, con al centro le dinamiche inconsce intrapsichiche, intersoggettive e gruppali che portano alla follia, con una particolare attenzione alla dimensione della caducità e del lutto, e al potenziale trasformativo della relazione interpersonale. Ciò che rende speciale il romanzo è il suo poter essere concepito come una sorta di metafora della pandemia, che si è abbattuta traumaticamente sulla collettività umana. Il romanzo narra di un paesino del Trentino, più in particolare di un villaggio, di settantaquattro case, di cui più della metà abbandonate. Ci sono solo un bar, uno spaccio di alimentari e la chiesa, mentre mancano un barbiere, un pronto soccorso e una scuola elementare, così come altri ‘frutti della civiltà’, per trovare i quali bisogna andare oltre il bosco. È un luogo della fantasia, rappresentativo di una condizione di grande isolamento: c’è una comunità, in cui quarantadue abitanti sono raggruppati in quattro famiglie, che si sono incrociate tra loro, tutti chiusi in se stessi, senza aperture e senza futuro. Ad un certo punto, in modo inaspettato e improvviso, accade qualcosa di terribilmente spaventoso e angoscioso: si scopre che nel bosco, ai piedi di un albero, ghiacciato, intriso di sangue, si è consumata una strage indicibile, con undici vite strappate da undici cause di morte diverse, avvenute contemporaneamente. Si scopre infine che una bambina di 3 anni è scomparsa. Gli abitanti di Borgo San Giuda vengono così travolti dall’onda d’urto del trauma e contemporaneamente si ritrovano al centro dell’attenzione mediatica, del Grande Mondo, che deve cercare di dire la sua. Semplici testimoni del male e della sua inesplicabilità, precipitano nella follia. Gli effetti del trauma sono devastanti, a partire da una massiccia negazione della realtà, in primis da parte del procuratore, che anziché indagare, falsifica la verità, con il depistaggio e la manomissione dei reperti, in modo da poter attribuire la strage a un attacco terroristico di fondamentalisti islamici. Per quanto riguarda la bambina scomparsa, “quasi si preferisce non ritrovarla” (p. 117).  Il paese si divide, si scatena una feroce caccia al colpevole e l’odio e la persecutorietà si propagano a dismisura, mentre le ferite e le cicatrici di ognuno si aprono, e il passato nascosto e dimenticato irrompe con violenza. Osserviamo tali effetti attraverso gli occhi dei due protagonisti, un sacerdote e una giovane psichiatra, che simboli della fede e della scienza, cercano di obiettivare la realtà, di capire la dinamica dei fatti, e di porre un argine alla follia. Come lettori del romanzo, ci troviamo immediatamente coinvolti nella storia, alla quale partecipiamo allo stesso modo in cui vi partecipano i due protagonisti, don Ermete e la psichiatra Giovanna Gassion, alternativamente narratori interni. Veronesi spinge al massimo l’identificazione tra protagonista, narratore e lettore: il narratore è in prima persona, e si esprime attraverso il monologo interiore e il flusso di coscienza; personaggio e narratore coincidono, così come il tempo di eventi e lettura coincidono, visto che il tempo della narrazione è il presente. La tensione narrativa cresce progressivamente nel corso della lettura, avvalendosi di un’atmosfera di suspense, legata alla ricerca della verità, attraverso un lungo lavoro di messa in discussione e di elaborazione. I conflitti, gli interrogativi e i dubbi posti all’inizio, hanno come soluzione ultima il mistero, per cui il romanzo non è un thriller, anche se ne vengono utilizzati gli stilemi. È proprio questo che rende “XY” oggi più attuale di dieci anni fa, esprimendo in modo vivido quel senso di incertezza e di paura, di fronte a un male incontrollabile e misterioso come la pandemia, che può farci impazzire, soprattutto se ci dividiamo fra noi e se rinneghiamo la realtà. Veronesi propone una visione del mondo, della realtà esterna e interna degli esseri umani, molto fine e complessa, che richiede lo svilupparsi di un’attività di pensiero. È una realtà per certi versi accostabile a quella concepita da Gadda in “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” (1957): un aggrovigliatissimo “garbuglio”, tragicamente impossibile da dipanare per giungere a possederne un qualsiasi bandolo. È una realtà con la quale siamo chiamati a confrontarci costantemente nell’esperienza dell’analisi e dell’autoanalisi. In “XY” la relazione tra don Ermete e la dottoressa Gassion è sin dall’inizio in un certo senso assimilabile a quella della situazione analitica, essendo tesa allo sviluppo di una “funzione psicoanalitica della mente” (Hautmann, 1999): quella disposizione mentale che ha per fine la realizzazione del lavoro analitico nella sua specificità. Tale “funzione psicoanalitica”, in termini bioniani, ha come fattori la capacità di ascolto, la capacità di aggiustare la distanza, la capacità di tradurre in parole e di fare silenzio, la capacità di richiamare il pensiero teorico e di lasciarlo scolorire (Hautmann e Marzi, 2020). Sempre in termini bioniani, don Ermete e la dottoressa Gassion sembrano rappresentare “vertici diversi”, rispettivamente un “vertice religioso” e un “vertice scientifico”. Bion (1973; 1974) nota come sia indispensabile utilizzare vertici multipli per comprendere i fenomeni mentali, ponendo il significato centrale del vertice in relazione con i processi di trasformazione. Nel romanzo i due protagonisti promuovono una serie di trasformazioni in tutti i personaggi, oltre che in se stessi. Essi si addentrano nel bosco della strage, metafora di un “cambiamento catastrofico”, fronteggiando il terrore e i sentimenti persecutori propri e altrui, maturando la possibilità di accettare, come parte di sé, fenomeni perturbanti ed “estranei”. Veronesi descrive in modo poetico la tensione emotiva di Giovanna, che incontra l’Ignoto nel bosco, arrivando a realizzare una “trasformazione in O” (Bion, 1965; 1966): “l’Ignoto si era manifestato proprio in quel bosco, e io lo stavo attraversando -, ma alla fine era meno paura di quella che provavo ieri, di quella che provo tutti i giorni a casa mia. Era paura fresca, vitale, provata mentre facevo qualcosa di attivo e intenzionale – e questa paura non paralizza e non deprime come quella melmosa e febbricitante nella quale stagnavo fino a ieri, quando ero solo spettatrice, lontana, passiva, inebetita… Sono come Darwin quando arriva alle Galapagos a bordo del Beagle” (p. 165). Nel bosco della strage don Ermete e Giovanna devono fare i conti con gli abitanti di Borgo San Giuda, che hanno acquisito la qualità di una “massa psicologica”, in cui “il senso di responsabilità, che raffrena sempre gli individui, scompare del tutto” (Freud, 1921, p. 265). In un primo momento lo scenario della narrazione è pervaso da una “colpa persecutoria” (Speziale Bagliacca, 1997), in cui ciascuno è preoccupato esclusivamente per se stesso, per quello che gli capita e gli potrebbe capitare addosso. Solo successivamente, nel corso di un lungo e lento processo di elaborazione, avviato dai protagonisti, si intravede il passaggio a un diverso tipo di colpa, una “colpa depressiva” (Speziale Bagliacca, 1997), in cui l’attenzione non è più centrata su di sé e la preoccupazione si sposta sull’oggetto, e sugli altri, oltre che su se stessi. Si tratta di un processo di transizione laborioso, che implica la necessità di arrivare a tollerare la sofferenza e i sentimenti di perdita, e soprattutto la presa di coscienza dei propri impulsi aggressivi. È questo che favorisce la nascita del desiderio di riparare il danno arrecato, laddove per Melanie Klein la riparazione sarebbe l’elemento più forte degli impulsi creativi. Attraverso i personaggi di “XY” – soprattutto attraverso il giovane Zeno, che mostra una particolare recettività in tal senso – vediamo come avere attraversato un processo di lutto significhi essere passati attraverso un profondo mutamento, che ha investito tanto se stessi quanto un oggetto amato, perduto e infine ritrovato dentro di sé. Qui, così come ne “Il Colibrì” (Veronesi, 2019), la questione nodale è quella dell’accettazione della propria stessa caducità e della realtà del lutto: “Quanto alla bellezza della natura, essa ritorna, dopo la distruzione dell’inverno, nell’anno nuovo, e questo ritorno in rapporto alla durata della nostra vita, lo si può dire un ritorno eterno […]. Se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò la sua fioritura ci appare meno splendida” (Freud, 1915, p. 174). Di fronte al possibile rischio di evitamento del lutto, Freud oppone la proposta di riparare e ricreare il mondo danneggiato, sia quello interno che quello esterno: “Una volta superato il lutto si scoprirà che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non ha sofferto per l’esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto, forse su un fondamento più solido e duraturo di prima” (Freud, 1915, p.176). Come sottolinea Cosimo Schinaia (2020), Freud, nel saggio del 1929 Il disagio della civiltà (1929), getta le basi di un’etica della collaborazione e della solidarietà, in cui ognuno rinuncia a qualcosa, in nome del bene comune. Di fronte agli effetti traumatici della pandemia, Schinaia suggerisce la necessità di coltivare la “capacità negativa”, delineata da Bion (1970) come “la qualità essenziale dell’Uomo dell’Effettività”: “Quella capacità che un uomo possiede di perseverare nelle incertezze attraverso i misteri e i dubbi, senza lasciarsi andare a un’agitata ricerca di fatti e ragioni”. La “capacità negativa”, concetto ampiamente valorizzato in campo psicoanalitico, viene apprezzato e finemente esplorato da Veronesi in “XY”, così come ne “Il Colibrì”, rivelandosi come lo strumento principale attraverso cui poter accettare l’enigmaticità del lutto, e il mistero di tutto ciò che non ci è noto, della propria e dell’altrui Alterità. Al termine del romanzo c’è un dialogo lunghissimo tra i due protagonisti, don Ermete e la psichiatra, che è peraltro un’allieva della SPI, in cui entrambi arrivano a riconoscersi inadeguati per spiegare cosa sia successo e cosa succeda, in senso metaforico, nel bosco che ciascuno porta dentro di sé, ma inclini ad accettare l’ignoto: “…affidarsi anziché padroneggiare… farsi avvolgere dal mistero… senza memoria né desiderio… è la capacità negativa… questa attitudine a tollerare l’insaturo.. il vuoto, l’assenza di senso – senza preoccuparsi di pervenire alla comprensione (p. 352-3). Il finale di “XY”, in cui Giovanna ripensa in modo suggestivo alla propria analisi e alla storiella del viandante e del contadino, risuona come una sorta di “cadenza musicale”: “è bellissimo sto rinascendo l’ho detto che è il giorno zero e insomma o si è il viandante che sono sempre stata che accusa il contadino di non sapere niente o si è il contadino che sarò da ora in poi e che gentilmente e continuando a zappare gli risponde sì signore è vero signore io non so niente signore ma quello che si è perso è lei” (p. 412). Ho trovato ugualmente significativo il binomio riproposto da Veronesi in coda alla nuova edizione di “XY” di un racconto altrui, “L’alfier nero”, di Arrigo Boito, come a voler testimoniare la speranza di un umanesimo futuro, come uno spazio della mente, fondato su un senso etico, di solidarietà e di responsabilità, soprattutto verso le nuove generazioni. Non a caso nelle pagine finali del romanzo riappare la bambina che all’inizio era scomparsa. Nel concludere vorrei notare che con “XY” mi sembra che Veronesi risponda alla recente proposta avanzata da Alessandro Baricco (2021), di provare a comprendere la pandemia come “creatura mitica”, il modo con cui gli umani “pronunciano a se stessi qualcosa di urgente e vitale”: “Il mito è ciò che aggrega un pulviscolo di fatti nel profilo di una figura leggibile. In un certo senso è ciò che porta l’indistinto di ciò che accade alla forma compiuta di ciò che è reale… È un libro mastro dove dare e avere non producono un risultato finale, ma tanti risultati possibili”.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

Baricco A. (2021), Quel che stavamo cercando. 33 frammenti. Feltrinelli.

Bion, W. R. (1965), Trasformazioni. Il passaggio dall’apprendimento alla crescita”. Armando, Roma, 1973.

Bion, W. R. (1966), Il cambiamento catastrofico. In Il cambiamento catastrofico, Loescher, Torino, 1981.

Bion, W. R. (1970), Attenzione e interpretazione. Una prospettiva scientifica sulla psicoanalisi e sui gruppi. Armando, Roma, 1973.

Bion, W. R. (1973), Seminari Brasiliani, 1. In Il cambiamento catastrofico. Loescher, Torino, 1981.

Bion, W. R. (1974), Seminari Brasiliani, 2. In Il cambiamento catastrofico. Loescher, Torino, 1981.

Freud, S. (1915), Caducità. OSF, Vol. 8.

Freud, S. (1921), Psicologia delle masse e analisi dell’Io. OSF, Vol. 9.

Freud, S. (1929), Il disagio della civiltà. OSF, Vol. 10.

Gadda, C. E. (1957), Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Garzanti.

Hautmann, G., (1999), Il mio debito con Bion. Borla.

Hautmann, G. Marzi, A. (2020), Gli elementi fondamentali del pensiero teorico-clinico di Giovanni Hautmann. In Giovanni Hautmann e la passione del pensiero. (A cura di Gabriela Gabriellini, Arianna Luperini e Simona Nissim). Mimesis editore.

Schinaia, C. La psicoanalisi all’epoca del coronavirus. C. Schinaia

Speziale-Bagliacca, R. (1997), Colpa. Considerazioni su rimorso, vendetta e responsabilità. Casa editrice Astrolabio.

Veronesi, S. (2005), Caos calmo. Bompiani.

Veronesi, S. (2019), Il Colibrì. La Nave di Teseo.

 

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