Parole chiave: Neutralità, Astinenza, Acting out, controtransfert.
39ª Conferenza Annuale della FEP – Oslo, 25–28 marzo 2026
Neutrality – Neutralität – Neutralité
Oslo, 27-28 marzo 2026
Report di Antonino Sorce
La 39ª Conferenza Annuale della Federazione Europea di Psicoanalisi (FEP) si è tenuta a Oslo dal 25 al 28 marzo 2026, ospitata per la prima volta dalla Società Psicoanalitica Norvegese. La città ha offerto una cornice straordinaria: il fiordo, il Museo Munch, la visita al municipio che ha accolto l’intera assemblea dei partecipanti con una cerimonia di benvenuto particolarmente sentita. Le giornate di fine marzo hanno regalato una luce nordica insolitamente generosa, e la dimensione conviviale del convegno — gli scambi informali, i legami di colleganza rinnovati e approfonditi — ha arricchito in modo significativo l’esperienza complessiva. L’affluenza è stata notevole, circa mille partecipanti, tanto da mettere a tratti a dura prova la capienza delle sale, a testimonianza del vivo interesse che il tema scelto ha suscitato nella comunità psicoanalitica europea.
Il tema del convegno — Neutrality – Neutralität – Neutralité — è stato presentato dal presidente FEP Jan Abram, dal vicepresidente Udo Hock e dal presidente della Società Norvegese di Psicoanalisi Mette Hvalstad. In particolare Jan Abram ha sottolineato quanto il concetto di Neutralità sia declinato in molti campi del sapere come nel diritto, in filosofia e in ambito climatico. In particolare, si è chiesta Jan Abram, introducendo il tema del convegno e l’inizio dei lavori, quali le possibili influenze tra i vari ambiti e quali le declinazioni nel corso dello sviluppo della psicoanalisi.
Le plenarie
“Poche tra le idee psicoanalitiche sono state più fraintese della neutralità. Essa è stata descritta come sinonimo di non empatico, freddo, inerte (Gelso, 2017).” La prima plenaria è stata affidata a Siri Erika Gullestad (Norvegia), con un contributo intitolato “Neutrality: the essence of the psychoanalytic cure”, che ha proposto una rilettura di Freud capace di restituire alla neutralità un ruolo di rilievo. Gullestad difende la neutralità come ideale guida irrinunciabile, messa a rischio da due prospettive opposte: la critica relazionale alla posizione osservativa dell’analista, e la sopravvalutazione della teoria consolidata come base per le interpretazioni.
Al cuore della sua riflessione vi è un’idea di neutralità come messa al servizio dell’analista nei confronti del compito analitico:
“Subordinare la propria personalità al compito significa che, idealmente, non valutiamo, non giudichiamo, non prendiamo partito. La neutralità incarna un ideale secondo cui tutto può essere espresso e ascoltato senza diventare oggetto di valutazione – un atteggiamento non giudicante è al cuore del nostro metodo.
La relatrice seguendo Laplanche ha inteso la Neutralità come una posizione di rispetto per la radicale alterità dell’Altro.
“Come sottolineato da Laplanche (1987), il rispetto per l’“alterità” interiore del paziente è essenziale nella neutralità. L’analisi offre la possibilità di conoscere ciò che è estraneo in se stessi.”
Gullestad si è rivolta quindi alla critica della posizione relazionale:
“Certamente, non siamo neutrali o oggettivi in senso assoluto; tutti abbiamo un valore stimolo personale come individui psicosociali specifici che portiamo nelle sedute. Tuttavia, Freud non sostenne mai che fossimo neutrali in questo senso. La neutralità esprime l’idea di un ascolto aperto con un atteggiamento non giudicante, di non prendere partito nei conflitti interiori del paziente, e designa una posizione per gestire il transfert — non descrive l’analista come persona. In quanto tale, la critica relazionale all’analista classico e neutrale è, a mio avviso, un attacco a uno spaventapasseri — almeno a livello teorico.”
Difendendo l’osservazione come pietra angolare del progetto analitico, Gullestad distingue tra soggettività psicologica — la componente emotiva e personale della risposta dell’analista, compatibile con una certa oggettività — e soggettivismo epistemologico, la posizione estrema secondo cui l’osservatore modifica radicalmente la natura di ciò che osserva, invalidando la possibilità stessa di una percezione ragionevolmente indipendente.
L’autrice ha continuato sostenendo che “il soggetto percipiente non è prigioniero del soggettivo”. Quali sarebbero quindi i rischi dell’abbandono del concetto di neutralità come sguardo terzo?
Una possibile conseguenza epistemologica, secondo la relatrice, comporterebbe un indebolimento della posizione osservante del terapeuta: se si abbandona l’osservazione, la comprensione del materiale del paziente non ha alcuna validità al di là della diade, e i resoconti clinici psicoanalitici avranno uno scarso peso come conoscenza — con implicazioni profonde per la psicoanalisi come disciplina scientifica. Il rischio di questo soggettivismo epistemologico è radicale: se tutti i dati sono costruiti e co-creati in una situazione intersoggettiva, il concetto di transfert perde il suo significato — il transfert presuppone per definizione che sia possibile analizzare e identificare ciò che appartiene al paziente, ciò che nella sua esperienza è colorato dalla proiezione. E se abbandoniamo il concetto di transfert, restiamo con un’idea del trattamento psicoanalitico come interazione “reale” tra le due parti in una relazione simmetrica — perdendo ciò che distingue la psicoanalisi da ogni altra forma di dialogo. Gullestad ha riconosciuto l’apporto positivo della prospettiva relazionale: essa ha comportato una “decostruzione” della conoscenza e dell’autorità del terapeuta, acuendo l’attenzione alla relazione terapeutica come interazione e legittimando l’interesse per la soggettività dell’analista. Così facendo, ha contribuito a renderci più consapevoli della nostra influenza sul materiale — non da ultimo l’impatto del linguaggio, dello stile, del modo di essere e dei segnali corporei comunicati subliminalmente, al di fuori del nostro controllo. La sfida, allora, è articolare come noi analisti gestiamo la nostra influenza soggettiva — non negarla, ma regolarla consapevolmente al servizio del processo. In questo senso, Gullestad valorizza il concetto di enactment non come fallimento della neutralità, ma come occasione per riguadagnarla: l’enactment segnala la consapevolezza che possiamo essere “intrappolati” in un ruolo che il paziente vuole inconsciamente che assumiamo, perdendo temporaneamente la nostra posizione analitica. Ma questo implica l’esistenza di una terza posizione da cui l’agire della propria soggettività può essere osservato e identificato. Sebbene partecipiamo a un’interazione emotiva, possiamo osservare questa interazione e il nostro ruolo in essa: siamo osservatori partecipanti. Questo assetto genera nel paziente un paradosso fecondo: la neutralità del terapeuta lo espone “sia a una potenziale libertà sia a una vissuta mancanza di libertà”
Henrik Enckell (Finlandia), discussant di Gullestad, ha proposto una differenziazione concettuale tra neutralità e regola dell’astinenza, che Freud non aveva distinto chiaramente. Secondo Enckell, la neutralità ci mette in guardia dai rischi che provengono dall’analista — la tendenza a orientare, giudicare, scegliere al posto del paziente — mentre la regola dell’astinenza ci mette in guardia dalle pressioni che originano nel paziente, nelle sue richieste transferali. La neutralità è fondamentalmente:
“Uno strumento per creare spazio per un paesaggio interiore in espansione — spazio per una storia che non è ancora stata raccontata. Nella neutralità, la scelta viene restituita al paziente: nel scegliere, il paziente si mostra e si costruisce.”
Adela Abella (Svizzera/Spagna) col suo lavoro dal titolo The psycoanalyst and their patient facing the ecological crisis – what neutrality may mean, ha portato la riflessione sulla neutralità in un territorio inedito: la crisi ecologica come banco di prova clinico e controtransferale. La domanda che apre il suo contributo è stata formulata con nettezza:
“La psicoanalisi può — e deve — occuparsi contemporaneamente di due tipi di questioni? Da un lato, delle proprie questioni interne, che agli occhi di chi è esterno possono apparire astratte e inaccessibili quanto le dispute sul sesso degli angeli, ma che sono vitali per la nostra disciplina sul piano teorico e profondamente intrecciate, su un piano più mondano, alle dinamiche della politica istituzionale; e, dall’altro lato, possiamo — e dobbiamo — anche ascoltare e tenere conto dell’ambiente socioculturale e politico nel quale siamo immersi? In altre parole, crediamo che la psicoanalisi si collochi al di sopra della società, osservandola da lontano — forse persino con un senso di superiorità? Oppure crediamo che sia la nostra teoria sia la nostra pratica siano strettamente legate all’orizzonte socioculturale di un’epoca?”
Attraverso il richiamo storico alla caduta di Costantinopoli — i vescovi ortodossi che discutono del sesso degli angeli mentre i Turchi assediano la città — Abella ha interrogato il rischio di autoreferenzialità della psicoanalisi di fronte alle grandi crisi del presente. Il caso clinico di Maria, una paziente in lutto che pianifica un viaggio in Colombia temendo il giudizio dell’analista non meno di quello del figlio ecologista, ha mostrato come le ansie del mondo esterno si infiltrino nel campo analitico in modi sottili e potenti influenzando direttamente le risposte controtransferali dell’analista.
Abella ha richiamato la posizione di Hanna Segal:
“Se comprendiamo i meccanismi della negazione e della proiezione, non abbiamo alcuna scusa per colludere con essi attraverso il silenzio.”
Thomas Jung (Austria) con un lavoro dal titolo Acting out, testing Neutrality infine ha portato un contributo clinicamente denso sull’acting out come banco di prova della neutralità, con due casi emblematici: Jan-Matthias, un paziente adulto la cui madre chiama allarmata l’analista per l’appartamento allagato — un acting out che si rivela estensione inconsapevole del conflitto transferale — e Quique, un bambino di nove anni le cui esplosioni fisiche nella stanza mettono alla prova ogni principio di attenzione uniformemente sospesa. Jung ha ricordato come Freud descrivesse la professione analitica come una delle tre “professioni impossibili”: non un invito alla resa, ma il riconoscimento dell’inevitabilità di essere coinvolti e perturbati, “affinché qualcosa che non può ancora essere messo in parole possa comunque essere ripetuto”. Il caso Quique ha offerto anche una riflessione sulla specificità dell’analisi infantile: quando il corpo entra in gioco e il setting fisico viene messo alla prova, la neutralità si trasforma in un equilibrio continuamente negoziato tra contenimento e apertura.
Uno sguardo ai contributi post plenarie
Interessante tra gli altri il lavoro di Magdalini Georgiakou (Grecia) dal titolo Wilfred Bion and the question of Neutrality ha offerto una ricognizione sistematica della neutralità attraverso il pensiero di Bion. Per Bion, la neutralità non è una postura di astinenza ma una condizione epistemologica: la sospensione di ciò che già si conosce per permettere l’emergenza di ciò che non è ancora stato pensato. L’autrice ha posto le basi per articolare il concetto di Neutralità a partire da quella condizione di assenza di memoria e desiderio come capacità dell’analista di sostenere l’ignoto. Il concetto di O — la verità ultima, irraggiungibile nella sua interezza — fonda una neutralità come fede nell’esistenza di un significato che non si potrà mai afferrare completamente. La metafora è quella di Bion stesso: “La psicoanalisi è solo una striscia sul mantello della tigre. Alla fine potrebbe incontrare la Tigre — La Cosa Stessa — O.” Essere neutrale, in questa prospettiva, significa tollerare i propri limiti e la consapevolezza che la posizione neutrale è sempre, per definizione, irraggiungibile nella sua pienezza.
Una nota filologica
Vale la pena soffermarsi su un filo che ha attraversato largamente il convegno: Freud non usò mai il termine “neutralità” in relazione alle questioni di tecnica. Fu James Strachey a introdurlo, traducendo il termine freudiano Indifferenz. Tale concetto, mutuato dal linguaggio della chimica (Picht) indicherebbe l’incapacità degli elementi di legarsi tra loro. La distanza semantica tra i due termini non è banale: l’indifferenza evoca passività e disinteresse, mentre la neutralità implica un ascolto attivo e una sospensione del giudizio tutt’altro che inerte.
In questa direzione è andata Jeanne Wolff Bernstein (USA) con un lavoro dal titolo Tracing the Origins of Neutrality: An Investigation of the Concept Never Formulated by Freud Through its English and French Translations ha ripercorso la storia del termine “neutralità” nelle traduzioni inglese e francese, approfondendo le implicazioni della scelta di Strachey e il percorso degli psicologi dell’Io americani che hanno trasformato la neutralità in una maschera dietro cui nascondere le proprie difficoltà di adattamento. Susie Godsil (Regno Unito), nel suo intervento come discussant, ha aperto con un’immagine toccante: i girasoli ucraini coltivati nel giardino di una collega britannica da semi inviati da Kiev — un gesto concreto di scambio che evoca l’impossibilità della vera neutralità di fronte al trauma collettivo, e la necessità di una presenza umana che non si nasconda dietro una maschera analitica. L’immagine conclusiva del suo intervento è quella di Ulisse legato all’albero della nave: l’analista che ascolta il canto delle sirene senza tapparsi le orecchie, pienamente esposto all’impatto emotivo del paziente, ma trattenuto dalla propria funzione.
Il contributo italiano: Spiweb e la neutralità nella comunicazione digitale
Nella pre-conferenza del 25–26 marzo, un panel del gruppo della redazione di Spiweb ha proposto una riflessione originale sulla neutralità nella comunicazione digitale, a partire dall’esperienza di Spiweb. Coadiuvati a stimolare la riflessione da Anna Maria Nicolò come discussant, Maria Antoncecchi ha esaminato la transizione dal formato cartaceo al digitale, individuando nel pensiero di Byung-Chul Han una cornice teorica per comprendere come la logica della rete — la trasparenza, l’accelerazione, la compressione del contesto — rischi di distorcere la trasmissione del sapere psicoanalitico; Stefania Pandolfo, direttrice della redazione di Spiweb, ha sviluppato la riflessione sulla temporalità: la neutralità come ritmo alternativo, più lento e stabile, che permette agli affetti di trovare la propria forma senza essere compressi dall’urgenza digitale; Ilaria Sarmiento ha affrontato la questione della presenza istituzionale sui social network, proponendo un modello in cui la società psicoanalitica agisca come una “funzione alfa” nel contesto digitale: intercettare le emozioni grezze che circolano nella “piazza social” per offrire un’opportunità di espansione della pensabilità; Antonino Sorce, responsabile dell’Area Internazionale di Spiweb, ha proposto il concetto di neutralità curatoriale come pratica di restituzione dell’esperienza congressuale: non la negazione della soggettività dell’autore, ma la sua messa consapevole al servizio del campo, in modo da non sciogliere prematuramente le tensioni e permettere alle voci del convegno di dialogare tra loro senza che nessuna venga sacrificata.
Numerosa e attiva la partecipazione italiana al convegno, con contributi di Chiara Berrini, Sara Boffito, Stefano Bolognini, Monica Bomba, Davide Bruno, Maria Pia Conte, Anna Cordioli, Massimo De Mari, Andrea Gaddini, Salvatore Giannone, Sandra Maestro, Simona Nissim, Laura Ravaioli, Giuseppe Riefolo, presenti in qualità di relatori, chair e discussant nelle diverse sessioni e nei gruppi di apertura al convegno.
Conclusione
Il convegno di Oslo ha confermato che la neutralità è un concetto vivo, capace di generare tensioni feconde senza risolverle prematuramente. Come ha scritto Enckell, essa è un concetto-ombrello abbastanza ampio da ospitare la pluralià delle voci tanto nella clinica quanto nella teoria senza appiattirle in una sintesi che ne tradisca la complessità. Ricchissima la proposta dei lavori presentati al convegno tanto da rendere impossibile dar conto dei numerosi contributi. La speranza è quella di aver dato una idea della complessità e articolazione del tema, che ha mostrato una capacità di espansione che è essa stessa una forma di neutralità: accogliere senza chiudere, contenere senza prematuramente risolvere.
L’appuntamento quindi è fissato per il 2027 a Siviglia, dove il prossimo tema — la seduzione — promette di portare il dibattito europeo su un terreno altrettanto affascinante e complesso.