Parole chiave: riproduzione medicalmente assistita, famiglia, concepimento, triangolazione, infertilità
“Assisted Reproduction: Contemporary Psychoanalytic Perspectives”. COWAP – Hidelberg 2026
Report di Anna Cordioli
Dal 12 al 14 giugno 2026, la storica cornice dell’Istituto Psicoanalitico di Heidelberg, in Germania, ha ospitato la conferenza internazionale intitolata “Assisted Reproduction: Contemporary Psychoanalytic Perspectives”.
L’evento è stato organizzato dal COWAP (Committee on Women and Psychoanalysis – IPA) e si è incentrato sulle sfide poste dalle nuove tecnologie riproduttive. L’obiettivo principale del convegno è stato quello di analizzare l’intersezione tra medicina, etica, diritto e psicoanalisi, cercando di comprendere come il desiderio di un figlio e le pratiche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) stiano trasformando non solo la clinica, ma anche le strutture identitarie e familiari contemporanee.
L’apertura dei lavori, il venerdì pomeriggio, è stata affidata a figure di rilievo come Conceição Tavares de Almeida, Dorothee von Tippelskirch-Eissing, Ceren Doğan, Melis Tanık Sivri ed Eva Reichelt, che hanno sottolineato l’importanza di un dialogo interdisciplinare per affrontare la complessità del “desiderio di genitorialità” in un mondo tecnologicamente avanzato.
Cercherò di tratteggiare i ricchi contenuti portati dai molti colleghi, concentrandomi sui lavori principali di ogni panel.
La prima sessione scientifica è stata introdotta da Ana Teresa Vale, la quale ha tracciato l’evoluzione del pensiero psicoanalitico sul tema. Vale esplora la complessa relazione tra psicoanalisi e riproduzione medicalmente assistita (PMA), evidenziando come l’approccio clinico sia passato da una ricerca moralistica delle cause psichiche dell’infertilità a un’indagine profonda sul suo impatto emotivo. La riproduzione viene oggi intesa come un fenomeno intrinsecamente psicosomatico in cui fattori fisiologici e psicologici si intrecciano costantemente, evocando pensieri magici e fantasie infantili che possono diventare fonte di grande sofferenza in presenza di ostacoli. A livello europeo, le differenze legislative e procedurali riflettono il modo in cui ogni società attribuisce significato a concetti come famiglia, parentela e sessualità, influenzando profondamente l’esperienza dei pazienti che ricorrono a queste tecniche.
I dati mostrano discrepanze significative nell’accesso ai trattamenti: mentre quasi tutti i paesi offrono la fecondazione in vitro alle coppie eterosessuali, solo una minoranza lo permette a coppie dello stesso sesso o a donne single. Inoltre, nonostante circa il 78% dei pazienti avverta il bisogno di supporto psicologico, solo nove paesi ne garantiscono l’accesso gratuito, spesso in forma limitata. La diagnosi di infertilità è descritta come una ferita narcisistica traumatica che può scatenare depressione, ansia e vergogna, riattivando talvolta traumi passati o vissuti di punizione inconscia. All’interno della coppia, il ricorso alla PMA trasforma spesso la sessualità in un atto funzionale orientato allo scopo, riducendo l’intimità e inserendo simbolicamente il medico come un “terzo” nelle dinamiche della scena primaria.
Le procedure tecniche, spesso lunghe, costose e invasive, pongono i pazienti di fronte a decisioni eticamente e psicologicamente gravose, come la donazione di gameti o la riduzione embrionale, che attivano complesse fantasie inconsce sui donatori e sui legami di sangue. L’autrice introduce
inoltre il concetto di “infertilità psichica”, un senso di incompletezza e mancanza che può persistere anche dopo il successo del trattamento e la nascita di un bambino. Questo vissuto richiede un lavoro analitico mirato all’elaborazione dei lutti per i figli mai nati, per la propria fertilità perduta e per la famiglia immaginaria. In conclusione, il compito dell’analista moderno è quello di offrire un ascolto empatico e tollerante, capace di accogliere il dubbio e l’incertezza derivanti dalle nuove sfide poste dall’evoluzione tecnologica nel campo della procreazione.
A seguire, la ginecologa Kathrin Haßdenteufel ha fornito un quadro tecnico e legale focalizzato sulla situazione in Germania. Ha spiegato le principali tecniche utilizzate, come la FIVET e l’ICSI, sottolineando come la PMA trasformi la sessualità privata in un processo programmato e monitorato dal medico, che diventa simbolicamente un “terzo” nella scena primaria. Ha illustrato le restrizioni della Legge sulla Protezione degli Embrioni del 1990, come la “regola del tre”, e ha discusso il fenomeno del “turismo riproduttivo” causato dai divieti tedeschi su ovodonazione e maternità surrogata.
La giornata di sabato si è aperta con l’intervento di Katy Bogliatto, Vice Presidente IPA, con una ricca presentazione incentrata sulla figura del donatore di gameti. Il lavoro della dottoressa Katy Bogliatto esplora il complesso fenomeno della donazione di gameti in un contesto sociale in rapida evoluzione, dove il ricorso alle tecniche di riproduzione assistita (ART) è diventato una risposta significativa a un’infertilità che colpisce ormai il 17,5% degli adulti a livello mondiale. L’autrice si concentra in particolare sul paradosso dei donatori che, pur non avendo il desiderio di diventare genitori nel presente o nel futuro, decidono di offrire i propri gameti come un “dono della vita” per gli altri. Molte di queste persone collegano esplicitamente il proprio rifiuto della genitorialità alla crisi ecologica, climatica e socio-politica globale, manifestando una forma di “eco-ansia” che toglie la speranza nel futuro, ma al contempo scelgono di non ostacolare la generatività altrui, diventando di fatto genitori genetici “per procura”.
Dal punto di vista psicoanalitico, l’incontro con il donatore durante il protocollo medico non ha solo una funzione informativa, ma rappresenta uno spazio preventivo ed esplorativo per dar voce a fantasie inconsce edipiche e pre-edipiche. L’atto della donazione viene interpretato come un compromesso psichico tra le pulsioni di Eros e Thanatos: se da un lato il donatore esprime una rinuncia alla procreazione personale legata a vissuti di distruttività o timore per l’ambiente, dall’altro l’investimento nel dono permette una riparazione simbolica e una continuità della propria eredità genetica che aiuta a gestire l’angoscia della finitezza umana. In questo senso, la donazione agisce come una “cesura” trasformativa che permette all’individuo di rivisitare il tema delle origini e della trasmissione transgenerazionale in un campo di identificazioni multiple con i potenziali figli e i genitori riceventi.
L’autrice evidenzia inoltre lo statuto polivalente dei gameti, che oscillano tra l’essere semplici cellule biologiche, “bio-oggetti” tecnologici congelati in banche dedicate e oggetti carichi di rappresentazioni simboliche e potenzialità umane. Questa complessità solleva cruciali questioni etiche, specialmente riguardo all’anonimato, oggi messo alla prova dal progresso tecnologico, dalla mappatura del genoma e dall’intelligenza artificiale, che rendono sempre più facile per i nati da donazione rintracciare le proprie origini genetiche. In conclusione, la clinica della donazione di gameti rivela una soggettività postmoderna frammentata, dove il dono diventa uno strumento per negoziare conflitti interni profondi e incertezze esistenziali in un mondo che cambia, conferendo al gesto un valore che va ben oltre la pura materialità biologica.
A discutere il suo lavoro è stata Conceição Tavares de Almeida, attuale Chair Overall del COWAP.
Tavares de Almeida evidenzia il passaggio dal modello tradizionale dell’albero genealogico (verticale e biologico) a quello del rizoma, descrivendo la riproduzione assistita come un sistema di connessioni orizzontali e fluide.
La collega introduce il concetto di “generosità malinconica”: i donatori, influenzati dall’eco-ansia e dal collasso del mondo nell’Antropocene, rifiutano la genitorialità diretta ma scelgono di “seminare vita” per altri. Questo gesto è interpretato come un compromesso psichico tra Eros (altruismo generativo) e Thanatos (rifiuto ontologico di procreare in un mondo danneggiato). Una particolare riflessione va fatta sulla mercificazione dei gameti a cui assistiamo nel capitalismo avanzato, dove il corpo umano viene ridotto a un catalogo di asset curati.
Il ruolo dello psicoanalista è quello di creare uno spazio di conversazione per sottrarre il donatore alla pura logica clinica, restituendo alla cellula il suo valore di traccia sacra, carica di fantasie e storie transgenerazionali. Per Tavares de Almeida, la psicoanalisi mira a trasformare il destino ereditato in una scelta consapevole, reinventando il passato anziché negarlo
Successivamente, Patricia Alkolombre, ex chair overall del COWAP, ha spostato l’attenzione sul desiderio di un figlio negli uomini, un tema storicamente trascurato dalla teoria classica. Attraverso una ricerca qualitativa, Alkolombre ha mostrato come il desiderio paterno sia una costruzione complessa legata alla mascolinità contemporanea.
Nel suo discorso, la Alkolombre analizza il desiderio di un figlio negli uomini, un tema storicamente trascurato dalla psicoanalisi classica che ha tradizionalmente associato tale desiderio quasi esclusivamente alla risoluzione del complesso di Edipo nelle donne. L’autrice evidenzia come la sofferenza maschile legata all’infertilità sia rimasta a lungo silenziosa e priva di supporto sociale, ma sia diventata progressivamente visibile a partire dagli anni ’80 grazie all’avvento delle biotecnologie riproduttive (come la FIVET e la ICSI) e ai cambiamenti sociali portati dal femminismo e dagli studi sulle mascolinità. Questo scenario ha permesso di superare le logiche binarie tradizionali, in cui il desiderio maschile era visto come sussidiario a quello materno o legato principalmente all’angoscia di castrazione, aprendo la strada a una visione della paternità come una costruzione complessa e plurale.
Attraverso una ricerca qualitativa condotta su uomini di diverse generazioni a Buenos Aires, il lavoro identifica nella figura del “padre presente” (caring father) l’elemento più significativo del desiderio contemporaneo: un ruolo non più basato sul potere o sulla pura linea di sangue, ma sul legame affettivo, fisico e quotidiano con il figlio. Questo modello emerge spesso in contrapposizione critica con la figura del proprio padre, frequentemente percepito come distante o limitato al ruolo di “fornitore”. La ricerca mette in luce anche l’importanza del confronto tra pari per rompere il silenzio emotivo tipico della mascolinità tradizionale e l’esistenza di un “orologio biologico” maschile, legato alla preoccupazione per il tempo che passa rispetto al progetto di genitorialità.
Un risultato centrale dello studio rivela che il desiderio di paternità può avere radici profonde già nell’infanzia, manifestandosi attraverso il gioco e l’identificazione precoce con il desiderio attivo della madre, piuttosto che come un semplice ripudio della femminilità. Altri aspetti rilevanti includono il vissuto di vuoto in assenza di figli, l’impatto emotivo dell’aborto anche sugli uomini e la tendenza narcisistica a vedere il figlio come una sorta di “mini-me” che garantisce continuità. In conclusione, il desiderio di un figlio nell’uomo viene descritto come un territorio soggettivo plurale, modellato da una complessa interazione tra aspetti intrasoggettivi, relazioni intersoggettive e l’evoluzione dei modelli culturali di mascolinità.
Heribert Blass, attuale presidente IPA, ha risposto con un contributo di grande interesse. In questo intervento, Heribert Blass analizza il lavoro di Patricia Alkolombre sul desiderio di paternità,
sottolineando come questo tema sia stato a lungo trascurato dalla psicoanalisi classica. Blass osserva che Freud, pur essendo stato un padre affettuoso e orgoglioso nella vita privata, non ha mai teorizzato formalmente il desiderio dell’uomo di avere un figlio nelle sue opere, preferendo concentrarsi sul conflitto edipico o sulla prospettiva del bambino. L’autore evidenzia che, sebbene la medicina moderna e i test del DNA rendano oggi la paternità biologica più certa rispetto al passato, la vera sfida risiede nello sviluppo di una “attitudine paterna” consapevole, un costrutto psichico che va oltre il semplice dato biologico.
Blass amplia la riflessione citando diversi autori che hanno cercato di superare i limiti freudiani, come Georg Groddeck e Melanie Klein, e valorizzando il contributo della psicoanalisi latinoamericana, in particolare di Arminda Aberastury, per la comprensione del desiderio precoce dei bambini di avere figli. Egli sostiene una visione “ottimistica” della trasmissione intergenerazionale, secondo la quale il desiderio di diventare padre non nasce necessariamente da una mancanza o dall’invidia del grembo materno, ma è un atto generativo legato alla sfera di Eros, che deriva dall’identificazione con il desiderio procreativo trasmesso dai propri genitori.
Un punto centrale della discussione riguarda l’emergere del modello del “padre presente” o “padre che cura”, riscontrato dalla Alkolombre soprattutto nelle generazioni più giovani, in contrapposizione al modello del padre distante o autoritario del passato. Blass approfondisce questo concetto proponendo la definizione di “padre impegnato”, una figura capace di coniugare la tenerezza e la ricettività emotiva con la fermezza necessaria a proteggere i confini psichici e corporei del bambino, mantenendo quella che definisce una posizione “anti-incestuosa”.
Infine, l’autore sottolinea l’importanza dei nuovi spazi di scambio tra pari, che permettono agli uomini di condividere emozioni e fragilità, e riconosce la profondità del dolore maschile legato alla mancanza di figli o all’esperienza dell’aborto, vissuti che possono scatenare stati depressivi significativi. La radice del desiderio paterno viene infine rintracciata nell’infanzia e nell’identificazione con il desiderio dei propri genitori, un processo che trova riscontro persino in cambiamenti biologici ormonali dopo la nascita, confermando che la paternità è una costruzione soggettiva e plurale che arricchisce l’identità maschile contemporanea.
Nel pomeriggio, Renata Viola Vives, Co-Chair COWAP per l’America Latina, ha condiviso riflessioni sulla clinica con i bambini nati da PMA. Il suo saggio esplora la complessità della clinica psicoanalitica con i bambini nati tramite tecniche di riproduzione assistita (PMA), evidenziando il passaggio dal concetto tradizionale di famiglia a una pluralità di modelli dove la volontà procreativa assume un ruolo centrale, talvolta oscurando i desideri inconsci sottostanti. L’autrice sottolinea come il progresso tecnologico si inserisca come un “terzo elemento” che sostituisce l’incontro sessuale, introducendo nel vissuto dei genitori e dei figli un insieme di scene mediche, esami e figure esterne (donatori, medici) che popolano l’universo delle fantasie e delle ansie infantili in modo diverso rispetto alla riproduzione naturale. Sebbene la tecnica abbia ridotto alcuni rischi fisici, permangono preoccupazioni sulla salute a lungo termine e sulle conseguenze psichiche di percorsi spesso carichi di stress e aspettative narcisistiche.
Attraverso l’analisi di diversi casi clinici, il lavoro mette in luce come il segreto sulle origini o la difficoltà dei genitori a elaborare la propria infertilità possano manifestarsi nei bambini sotto forma di sintomi come difficoltà di apprendimento, depressione o aggressività. Nel caso di João, ad esempio, il segreto sull’ovodonazione e il rifiuto materno impediscono al bambino di costruire una propria narrazione, portando a un blocco della capacità creativa e simbolica. Altre dinamiche riguardano la creazione di legami simbiotici esclusivi, come nel caso di Alice, dove la procreazione assistita viene utilizzata per negare la necessità di un “terzo” (il padre o il donatore), rendendo difficile per la bambina differenziarsi dalla madre. Viene inoltre analizzato il peso dei traumi
transgenerazionali, dove i figli nati da PMA possono diventare contenitori delle proiezioni di colpa e morte dei genitori, come illustrato nel caso di Ana e della “fantasia condivisa” di distruttività legata alla perdita di un gemello o di un precedente fratello mai nato.
L’autrice integra queste riflessioni con i contributi di Freud e Klein sulla vita intrauterina e le fantasie precoci, suggerendo che l’ambiente emotivo materno e lo stress durante la gravidanza possano lasciare una “memoria cellulare” nel feto. In conclusione, viene sottolineato che, sebbene il desiderio genuino di avere figli sia l’elemento fondamentale per il benessere familiare, è cruciale che i bambini possano conoscere la verità sulle proprie origini per poter scrivere la propria storia. La genitorialità viene definita come un atto che va ben oltre il processo biologico o tecnologico: essa consiste nella capacità di includere il bambino in una catena generazionale simbolica, agendo come un “albero della vita” che offre radici e narrazione ai propri figli, indipendentemente dalla provenienza genetica dei gameti.
La discussant del lavoro di Vives è stata Petra Heymanns della German Psychoanalytic Association. La esplora come i segreti sulla concezione agiscano come “fantasmi nella nursery” che ne bloccano lo sviluppo simbolico. Attraverso i tre casi clinici, emerge come il silenzio dei genitori — spesso legato a ferite narcisistiche o lutti non elaborati — impedisca ai figli di narrare la propria storia. Joao, ad esempio, manifesta l’incapacità di creare racconti a causa dell’ovodonazione taciuta, mentre Ana riflette traumi transgenerazionali legati alla perdita di un gemello.
L’autrice sottolinea una frequente carenza di “triangolazione” e della funzione paterna nella mente dei genitori, notando come i donatori (“Birth Others”) vengano spesso cancellati psichicamente anziché essere integrati simbolicamente nel “reverie” familiare. In conclusione, Heymanns sostiene che il benessere dei bambini dipenda dal superamento della vergogna sociale e dal loro diritto a conoscere le origini biologiche, permettendo così una reale “adozione simbolica” e una crescita psichica sana.
Un momento particolarmente toccante è stato il dialogo immaginario presentato da Rita Marx e Ann-Kathrin Scheerer, basato su interviste a persone concepite tramite donazione di sperma negli anni ’70. Il racconto ha messo in luce l’effetto tossico della segretezza imposta dai medici dell’epoca e il bisogno vitale di questi adulti di rintracciare le proprie radici genetiche attraverso i moderni test del DNA per completare il proprio senso di sé.
Il lavoro presenta un dialogo immaginario tra due donne, Rebecca e Karen, entrambe nate da una donazione anonima di sperma, che riflettono sulle profonde implicazioni emotive e identitarie della loro origine. Attraverso il confronto delle loro storie, emerge una netta distinzione nelle modalità di scoperta: Karen viene a conoscenza della verità solo a venticinque anni a causa di una rivelazione accidentale della madre, vivendo inizialmente un senso di profonda destabilizzazione e la conferma di un antico sentimento di “diversità”. Al contrario, Rebecca viene informata all’età di dieci anni, grazie a una scelta di maggiore trasparenza dei genitori che le permette di vivere la notizia come una sorta di “storia investigativa”. Entrambe le testimonianze mettono in luce come il segreto, spesso imposto dai medici dell’epoca per tutelare l’anonimato del donatore e la reputazione del padre sociale, abbia agito come un elemento tossico all’interno delle dinamiche familiari, ostacolando la coesione e costringendo i figli a farsi inconsapevoli custodi di verità non dette.
La domenica mattina è stata dedicata alle nuove configurazioni familiari.
Yifat Eitan-Persico ha presentato una ricerca sulle famiglie dello stesso sesso in Israele, sfidando l’idea che la differenza sessuale biologica sia necessaria per lo sviluppo edipico.
Il saggio di Eitan-Persico esplora la complessità delle dinamiche edipiche nelle famiglie composte da genitori dello stesso sesso. L’autrice propone una lettura contemporanea del concetto psicoanalitico di “scena primaria”, osservando che nelle famiglie nate tramite donazione di gameti o surrogazione, la sessualità dei genitori e l’origine biologica del bambino non sono più unite in un unico evento. Emerge così la figura del cosiddetto “altro della nascita” (donatore o portatrice), che nel mondo fantastico del bambino non appare come un partner sessuale del genitore, ma come un’estensione narcisistica o un’alternativa simbolica alla coppia genitoriale.
Attraverso una ricerca qualitativa condotta su bambini tra i quattro e i sei anni, lo studio dimostra che crescere con genitori dello stesso sesso non preclude affatto lo sviluppo di una configurazione edipica. Il caso della piccola Abby, che vive con due padri, illustra come i desideri di amore, la gelosia e le fantasie di esclusione del “terzo” si manifestino in modo analogo alla famiglia tradizionale. L’autrice osserva che la scelta dell’oggetto d’amore edipico non segue necessariamente categorie di genere binarie o legami biologici, ma tende a rivolgersi al genitore che è stato più presente fisicamente ed emotivamente nei primi anni di vita.
Nell’opera di Persico, l’immagine dell’Altro della nascita viene interpretata attraverso le parole stesse dei bambini.
In primo luogo, l’autrice ci spiega come questi bambini formulino fantasie riguardanti l’Altro della nascita, ricorrendo a ciò che Freud definiva «romanzo familiare». Questa narrazione inventata funge da meccanismo di difesa utilizzato dai bambini per rendere concepibili determinati processi di disidentificazione dai propri genitori.
In particolare, nei bambini provenienti da famiglie omosessuali, l’Altro della nascita si manifesta come un elemento fantasmatico che facilita l’esplorazione dell’identità. Ciò è importante soprattutto nelle famiglie caratterizzate da una solitudine di genere, ma dobbiamo ricordare che questo processo andrà a beneficio anche dei bambini nelle famiglie eterosessuali.
Eitan Persico osserva che, nelle narrazioni dei bambini, il donatore o la madre surrogata non vengono rappresentati come potenziali partner sessuali del genitore (cioè non compaiono nella scena edipica). Sono invece concettualizzati come estensioni narcisistiche con cui giocare e difendersi dalla minaccia di esclusione dalla coppia.
L’autrice suggerisce che la curiosità dei bambini riguardo all’“altro della nascita” sia spesso accompagnata da sentimenti di colpa e ansia, quando temono che i propri pensieri possano ferire i genitori su una questione che potrebbe suscitare in loro sentimenti di vulnerabilità.
Nel tentativo di proteggere i propri genitori, questi bambini possono scegliere di reprimere la propria curiosità o di evitare di parlare del donatore o della madre surrogata in presenza dei genitori. Nei casi di ansia estrema, esiste il rischio di un crollo della rappresentazione simbolica, che può manifestarsi con reazioni paranoiche alle immagini che evocano la terza parte mancante. La misura in cui l’«altro della nascita» viene indagato dipende dalla capacità dei genitori di concettualizzare questa terza entità e di incorporarla nella loro narrazione della nascita. Per questo motivo, Eitan-Persico sottolinea tutti gli aspetti che possono rendere difficile per i genitori accettare con serenità la presenza fantasmatica dell’altro della nascita.
La discussant del lavoro di Eitan-Persico è stata Anna Cordioli, Co-Chair Europea del Sexual and Gender Diversity Studies dell’IPA.
Il suo intervento crea una cornice contestuale al lavoro di Yifat Eitan-Persico sulla genitorialità queer.
Cordioli evidenzia le forti disparità legislative in Europa: mentre l’accesso alle tecniche riproduttive è quasi universale per gli eterosessuali, solo 16 paesi lo consentono alle coppie lesbiche e solo 4 a quelle composte da uomini. Questa esclusione alimenta il “turismo procreativo”, in particolare
verso paesi come Spagna o Regno Unito. In Italia, mentre i nati da coppie eterosessuali (anche con donazione di ovulo e sperma) hanno diritto ad entrambi i genitori, lo stesso non vale per i figli di coppie same-sex.
L’autrice invita la psicoanalisi a una “neutralità dello sguardo”, superando i pregiudizi patologizzanti che ancora circolano in alcuni ambiti scientifici. Nonostante decenni di ricerche confermino il normale sviluppo dei figli di coppie queer, persiste un sospetto sociale che ostacola l’esplorazione delle reali dinamiche interne di queste famiglie.
Un punto centrale del commento di Cordioli riguarda la riformulazione del complesso di Edipo, nelle forme osservate da Eitan Persico nel suo libro del 2024. Alcuni dati portati dalla studiosa israeliana farebbero infatti riflettere sul fatto che l’edipo si struttura in maniera più piena al di là dal genere dei genitori ma una variabile importante è la loro capacità di tollerare le angosce e gelosie del bambino senza simmetrizzarsi. È interessante esplorare la ferita che la fase edipica induce nella coppia e questo è particolarmente rilevante se i genitori si sentono narcisisticamente fragili: essi possono sentirsi insufficienti perché hanno dovuto ricorrere alla PMA o perché sentono il peso dello stigma in quanto famiglie omosessuali. È interessante notare come in questo speciale tipo di famiglie si possano osservare meglio alcuni elementi ai quali si presta poca attenzione nelle famiglie eterosessuali: come la solitudine di genere e le dinamiche di trasformazione dell’Edipo in caso di asimmetrie nella coppia. Questi sono fenomeni presenti in ogni famiglia, e particolarmente delicati nelle famiglie che hanno ricorso alla Riproduzione medicalmente assistita.
Infine, la nostra collega Laura Porzio Giusto ha discusso l’ascolto analitico delle diverse costellazioni familiari, utilizzando il caso di una coppia di madri e quello di una donna che ricorre all’ovodonazione nell’ambito di una coppia eterosessuale. Il delicato e profondo saggio di Porzio Giusto inizia esplorando la complessità delle nuove costellazioni familiari nate attraverso la riproduzione medicalmente assistita (PMA), analizzando come la psicoanalisi contemporanea debba confrontarsi con l’incontro tra cultura, corpo e desiderio. Le evidenze scientifiche attuali indicano che lo sviluppo dei bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso non presenta differenze significative rispetto a quelli di coppie eterosessuali; ciò che conta davvero per il benessere del bambino è la qualità delle relazioni familiari e il livello di accettazione sociale. Attraverso il caso clinico di Silvia e Sara, l’autrice mette in luce come queste famiglie debba spesso affrontare vissuti di illegittimità legati all’omofobia interiorizzata e a quadri legislativi restrittivi, come quello italiano, che negano il riconoscimento giuridico immediato dei legami.
Un punto centrale della riflessione riguarda la distinzione tra le figure del “padre” e del “donatore”: mentre il primo è definito dalla scelta di assumersi la responsabilità e la cura del figlio, il secondo è colui che offre il materiale genetico senza desiderare la genitorialità. Il lavoro terapeutico permette alle coppie di integrare la figura del donatore come parte della storia delle origini, evitando segreti che potrebbero risultare dannosi. Il lavoro propone inoltre una riformulazione del complesso di Edipo e della scena primaria: la triangolazione non avviene necessariamente tra corpi di sesso diverso, ma tra i due genitori e un “terzo generativo” (il donatore, la clinica o il medico), mentre la scena primaria viene intesa simbolicamente come il mistero delle proprie origini.
L’autrice evidenzia come l’ansia legata al legame biologico e genetico sia un tema trasversale, presente sia nelle coppie dello stesso sesso sia in quelle eterosessuali che ricorrono all’eterologa, come dimostrato dal caso di Lucia. Inizialmente, l’assenza di un legame genetico può essere vissuta come una ferita alla propria identità, ma l’elaborazione analitica permette di comprendere che le funzioni genitoriali (accudimento e differenziazione) sono funzioni mentali che prescindono dai
ruoli biologici. In conclusione, il saggio invita la psicoanalisi a superare i pregiudizi e a ripensare le proprie teorie per offrire uno spazio di ascolto autentico, dove la storia del bambino possa essere narrata non solo come un processo tecnico, ma come una vera e propria storia d’amore.
Tutti i lavori sono stati fonte di interessanti scambi con il pubblico che ha sempre partecipato, sia in presenza che online, con vivo interesse.
Tra coloro che sono intervenuti dando gli spunti più significativi vanno sicuramente ricordate Joan Raphael-Leff, considerata una delle massime esperte mondiali di psicoanalisi del periodo perinatale e prima Chair over all del Cowap dal 1998 al 2001, e Maria Anna Tallandini fondatrice e referente del gruppo di studio della SPI dedicato alla Procreazione Medicalmente Assistita(PMA).
Attraverso i lavori dei relatori e la discussione plenaria, durante questo importante convegno si è ribadita la necessità per la psicoanalisi di confrontarsi con continuità con la scienza e i cambiamenti sociali, offrendo spazi di riflessione in cui la tecnica non oscuri mai il desiderio umano e la singolarità di ogni storia di nascita.
Le giornate di Heidelberg hanno riaffermato che, indipendentemente da come un bambino venga concepito — se “dal freddo” di una provetta o attraverso l’incontro naturale — ciò che rimane fondamentale è la qualità evolutiva del legame, la trasparenza della narrazione e il lavoro psichico sul desiderio che lo ha chiamato alla vita.
Vedi anche, dal Dossier di Spiweb Maternità Surrogate:
