77 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Report di E. Marchiori

Venezia 2020 Cinema e Psicoanalisi

La 77esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – la Biennale di Venezia 2020

 

Report di Elisabetta Marchiori

 

I nugoli di ragazzini ammassati lungo il tappeto rosso, le resse intorno alle celebrità, gli autografi, i selfies, le lunghe file di aspiranti spettatori in attesa di accaparrarsi il posto per la visione del film più ambito del giorno, le code irritate davanti alle biglietterie, gli assembramenti nei bar, le feste, i sorrisi, i baci e abbracci, tutto questo e il resto, inserito nella definizione unica di “assembramento”, gli organizzatori di questa edizione della Mostra lo hanno fatto scomparire. La “cittadella del cinema”, raggiungibile attraversando i posti di blocco – sempre quelli, ma presidiati da un numero maggiore di uomini armati – e gli scanner per la misurazione della temperatura, era popolata da un pubblico composto e ligio alle regole, munito costantemente di mascherina. Non c’era possibilità di sgarrare: si era, per le strade, controllati a vista da ronde armate; all’entrata delle sale sottoposti alla misurazione della temperatura e al lavaggio delle mani; nelle sale, con poltrone legate, una sì e una no, posti prenotati on-line, tenuti a bada da torme di giovani maschere munite di torcia che intimavano, ai più riottosi, di tenere la mascherina rigorosamente a coprire anche il naso durante le proiezioni. Truppe di giovani con disinfettanti e stracci stavano pronte correre a sanificare le sale appena si fossero svuotate.

Il regista Andrea Segre ha definito efficacemente questa 77esima edizione con i tre aggettivi di “vitale, assurda, necessaria”. Io ho pensato: vitale perché ha dimostrato che il cinema resiste, malgrado le paure e le necessarie restrizioni, e che i suoi spettatori sono determinati caparbiamente a farlo vivere; assurda nella sua atmosfera surreale, per cui sembrava di stare in una bolla senza tempo, dentro un romanzo di Philip Dick; necessaria perché primo evento cinematografico coraggiosamente mantenuto in calendario nel tempo della pandemia e che ha dato spazio, per la prima volta, a tante donne, in primis con il Leone d’Oro alla carriera a Tilda Swinton . A proposito, però, sono d’accordo con Susanna Nicchiarelli che ha affermato: “Io sogno il giorno in cui non sarà più interessante parlare di quante donne ci sono in un festival e non le conteremo più”.

In questa sorta di bolla, come dicevo, per tanti come me in astinenza da cinema, da quelle sensazioni ed emozioni che solo il “buio in sala” possono far provare, ogni proiezione, goduta con grande intensità e concentrazione, liberi da distrazioni e da incontri ravvicinati con star e perfetti sconosciuti travestiti da star, è parsa un dono.

Quel tipo di dono, quelle “pepite d’oro” in “questo tempo strano” cui si riferiscono i versi della celebre “Nove marzo duemilaventi”, poesia che l’autrice Mariangela Gualtieri ha recitato (in video) in apertura della cerimonia di Premiazione. E anche una parte di “tutto ciò che avremo” , con la possibilità di “viverlo per davvero”, come dice la canzone “Adesso”, cantata (dal vivo) da Diodato, lo schivo cantautore tarantino meritatamente premiato con ilSoundtrack Stars Award Speciale Musica&Cinema” «per la sua singolare sintonia con il mondo del cinema».

La visione ravvicinata di tanti film induce associazioni, porta lungo traiettorie e, possiamo dire, parlando appunto di pepite d’oro, alla ricerca di filoni aurei la cui lucentezza riflette sia la realtà che ci circonda, che quella del nostro mondo interno; quest’anno più che mai, spettatori isolati e distanziati, soli davanti allo schermo, ognuno immerso dentro i suoi film.

Comincerei da “Nomadland”  vincitore del Leone d’Oro, della giovane regista di origine cinese Chloe Zhao, che coinvolge e affascina lo spettatore forse perché lo fa immedesimare, da una parte, con il bisogno di muoversi liberamente attraverso i confini, di non avere costrizioni, dall’altra, con il vissuto di perdita della protagonista Fern, interpretata da una straordinaria Francis McDorman. In lei si coglie il riverbero dei lutti e delle separazioni che la pandemia ci ha fatto e ci fa vivere. Fern, dopo la morte del marito e la chiusura dell’azienda in cui aveva lavorato e vissuto con lui, intraprende un viaggio down the road da nomade contemporanea. Tra rocce e deserti, a bordo di un furgoncino che diventa la sua casa, si sposta senz’altra meta se non quella di non dimenticare “chi ci ha dovuti lasciare”, incontrando altri nomadi e altre storie di sofferenza da condividere.

Nella Sezione Orizzonti, una diversa Giuria ha premiato come Miglior Film un’opera che, seppure in modo completamente diverso, tratta le stesse tematiche: Dashte Khamoush (“The Wasteland”), dell’iraniano Ahmad Bahrami, la cui traduzione è “La terra desolata”. La storia è incentrata sulla disperazione di un uomo, Lotfollah (Ali Bagheri), che ha lavorato una vita come custode in una fabbrica di mattoni e che, come accade a Fern, la vede chiudere e abbandonare dagli operai e dal padrone, che gli porta via la donna di cui è innamorato. Rimasto completamente solo, impotente di fronte al vuoto, trova una soluzione opposta e più tragica rispetto a Fern. Lotfollah si mura dentro il luogo in cui ha speso i suoi anni: da quelle lande, rocciose e sterili, rappresentazione di un mondo interno desertificato, non c’è via d’uscita o strada da percorrere. Anche questo film è dedicato a una persona che “ci ha dovuti lasciare”: il padre del regista.

I paesaggi che ci mostrano entrambi i film rimandano ai territori di frontiera, quelle terre e quelle acque di nessuno in cui ci immergono le meravigliose immagini di “Notturno” di Gianfranco Rosi , ingiustamente ignorato dalla Giuria. Girato nel corso di tre anni di esplorazione lungo le zone di confine tra il Libano, la Siria, l’Iraq e il Kurdistan, ci porta alle soglie delle zone di guerra, alle porte dei conflitti, seguendo il bordo che separa l’umanità dall’orrore, in una sorta di terra desolata della sopravvivenza, alla ricerca di squarci di vita, di bagliori di vitalità residua. Rosi, soffermandosi su confini, soglie, porte, aperture, ci invita a considerare l’importanza dei passaggi che dividono o mettono in comunicazione, chiusi durante i conflitti e le situazioni di pericolo (come le pandemie), aperti o socchiusi in condizioni di pace, integrazioni e ricongiungimenti. L’elaborazione, individuale e collettiva, degli eventi traumatici deve passare attraverso l’ apertura, l’esposizione personale, la condivisione, l’ascolto.

Da qui si può prendere un altro sentiero, quello della memoria, in cui si immette il film del maestro russo Andrei Konchalovsky “Dear Comrades” (“Cari compagni”), Premio Speciale della Giuria, dedicato alla generazione dei suoi genitori, che aveva combattuto la Seconda Guerra Mondiale “per la Patria, per Stalin”, sperimentando sulla propria pelle il divario tra gli ideali comunisti, che avevano compattato il Popolo Russo, e la drammaticità della realtà, fatta di soprusi, menzogne, insabbiamenti. Una memoria necessaria perché, come ha scritto Primo Levi nel saggio “I sommersi e i salvati” (1986): “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto, può ritornare”. Questo lo dimostra in modo drammatico il documentario Final account”, Fuori Concorso, del regista inglese Luke Holland, scomparso lo scorso luglio, aperto da un’altra citazione di Levi (“I sommersi e i salvati”, 1986): “I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi. Più pericolosi sono gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e ad agire senza fare domande”. Il film è il frutto di un lavoro iniziato una decina di anni fa, quando il documentarista ha saputo di avere origini ebraiche e che i nonni materni erano stati uccisi nei campi di sterminio. Holland ha raccolto più di trecento interviste non solo a ex membri delle SS, a soldati della Wehrmacht e a guardie dei campi, ma anche a testimoni civili, tutti dell’ultima generazione vivente di tedeschi che parteciparono al Terzo Reich. I loro racconti, mentre intorno a noi crescono con preoccupante intensità segnali di odio, pregiudizio e simpatie neofasciste, fanno comprendere da dove essi originino e come le persone possano essere indotte a perdere la loro umanità.

Uno squarcio di dis-umanità più recente lo sbatte in faccia allo spettatore il drammatico e commovente “Quo vadis, Aida?, da Jasmila Zbanić, sopravvissuta alla guerra di Bosnia, con la sua visione del massacro di Srebrenica, colto attraverso le vicissitudini di Aida, la protagonista, una straordinaria Jasna Duričić, che avrebbe senza dubbio meritato la Coppa Volpi. Aida è un’interprete che lavora alle Nazioni Unite, e cerca di salvare il marito e i figli dalla ferocia dell’esercito serbo. Un film terribile e commovente, che dovrebbe essere portato, come “Final account”, in tutte le scuole. La regista, facendo eco a Levi, ci ricorda: “Solo perché riteniamo che alcune cose siano inimmaginabili, non significa che non possano accadere”.

“Nuevo Order”, del messicano Michel Franco, Gran Premio della Giuria (Leone d’Argento) ci proietta dalla dis-umanità del passato a quella di un ipotetico futuro che però – come afferma il regista – “non si discosta molto dalla realtà attuale del mio paese”. Il film si può vedere come una sorta di terribile minaccia di fronte al pericolo che l’onda populista e nazionalista contemporanea cavalchi il disagio sociale e soffochi nella violenza e nelle prevaricazioni dittatoriali le voci di dissenso, come peraltro sta accadendo in Bielorussia e in Turchia, e non solo. Le immagini proposte da Franco sono impregnate di una crudezza che rasenta l’oscenità e che è dura da tollerare emotivamente. La stessa tematica, trattata con una estetica diametralmente opposta, è presente nel film “Lahi, Hayop” (“Genus Pan”) del filippino Lav Diaz (Leone d’Oro nel 2014), Premio Orizzonti per la Miglior Regia. Girato in bianco e nero, avvolge lo spettatore in una sorta di incubo in cui i personaggi sono intrisi di quella violenza primordiale che è insita nell’uomo, in assenza di moralità e di legge. Il titolo si riferisce al termine scientifico con cui è indicato lo scimpanzé, stadio evolutivo antecedente all’homo sapiens, dominato dall’aggressività istintiva dell’animale, che l’uomo, “la più temibile delle cose temibili” secondo Sofocle, mantiene dentro di sé.

Mi son chiesta se la Giuria abbia voluto attutire i colpi attribuendo il Premio alla Regia (Leone d’Argento) all’eclettico e prolifico regista Kiyoshi Kurosawa per Supai no tsuma (“Wife of a Spy”). In questo melodramma di impostazione squisitamente classica, nato come film per la televisione (e lo si capisce), la denuncia dei massacri in Manciuria avvenuti negli anni ’40 diventa lo spunto per una spy story patinata, che appare un innocuo esercizio di stile.

Lungo la traiettoria tracciata sino ad ora si può fare una prima deviazione che conduce ai temi della genitorialità e dell’infanzia negata, trattati da diversi film, di cui cito qui  solo quelli premiati. Il primo è “Pieces of woman”, in Concorso, dell’ungherese Kornél Mundruczó, che ha valso la Coppa Volpi a Vanessa Kirby, nell’impegnativo ruolo di una madre che perde il figlio subito dopo il parto. Un lavoro che prende avvio dall’esperienza personale del regista, e affronta la sfida a sopravvivere a un dolore tanto devastante; è possibile che il suo eccessivo coinvolgimento gli abbia impedito di fare un film autentico e coinvolgente, portandolo a  scivolare difensivamente in stereotipi retorici e in uno svolgimento prevedibile.

“Listen” della portoghese Ana Rocha de Sousa si è aggiudicato il Leone del Futuro per la Miglior Opera Prima, come anche il Premio Speciale della Giuria nella Sezione Orizzonti (questa doppietta, con i tanti film interessanti in questa Sezione, è quantomeno curiosa). La storia è quella di una coppia di immigrati portoghesi a Londra con tre figli, di cui una affetta da sordità, impegnata quotidianamente a trovare di che sfamarli. Oltre a vivere in questa situazione di precarietà la coppia viene ingiustamente accusata di maltrattare i bambini e per questo sono perseguitati dai servizi sociali, determinati a farli adottare. Un tema scottante e attuale, trattato con sensibilità e recitato in modo convincente, che richiama purtroppo alla mente le vicende del caso di Bibbiano.

Il tema dell’adozione è al centro del film della Sezione Orizzonti “Nowhere special” scritto, diretto e prodotto da Uberto Pasolini. È tratto dalla storia vera di un giovane padre di un bambino di quattro anni, che non solo è single, ma anche malato terminale, quindi deve trovare una nuova famiglia al figlio che presto resterà solo. In questo caso gli operatori dei servizi sociali (siamo in Irlanda del Nord) mostrano infinita pazienza, grande comprensione e sensibilità. Il film risulta stucchevole e privo della poeticità del precedente “Still Life”, nonostante la sapiente regia e una discreta prova attoriale del bel James Norton e del piccolo Daniel Lamort, che mettono in scena un bellissimo rapporto tra padre e figlio. Invece in “Padrenostro”, film autobiografico di Claudio Noce, in Concorso, il rapporto tra il giovane protagonista, un bambino in età scolare, e il padre magistrato vittima di un attentato, è rappresentato molto negativamente. Anche qui, come in “Pieces of woman”, il coinvolgimento diretto nella storia da parte del regista fa pensare al tentativo di auto-cura di un vissuto estremamente traumatico non sufficientemente elaborato, che arriva allo spettatore sotto forma di un film irrisolto e dispersivo, stile fiction all’italiana. Tuttavia quest’opera ha fatto vincere la Coppa Volpi a un poco convincente Pierfrancesco Favino (che lo ha co-prodotto), forse per mancanza di competitors.

Mentre Favino è un padre che non pare nemmeno vedere il figlio, se non quando si sta per lanciare da una scogliera a picco sul mare, quello che vediamo in “The Disciple”  del regista indiano Chaitanya Tamhane, premiato incomprensibilmente con l’Osella per la Miglior Sceneggiatura è, invece, intrusivo. Cantante di poco talento e scrittore di biografie su musicisti famosi, proietta sul figlio Sharad la sua frustrazione e sin da piccolo lo spinge ad esercitarsi, a seguire le lezioni di famosi maestri e a partecipare a esibizioni. Il film conduce lo spettatore del tutto ignorante – come me – di musica indiana, in una full-immersion di suoni e voci che risulta a tratti ipnotizzante e a tratti sgradevole, seguendo le vicissitudini che portano Sharad ad accettare quei limiti che il padre desiderava superasse e a adeguarsi alla realtà.

Ci son luoghi come l’Iran, in cui tanti bambini sono costretti a lavorare per sostenere le proprie famiglie, maltrattati e privati del diritto all’istruzione, abbandonati a un futuro senza speranza. Uno di questi è Rouhuholla Zhamani, che ha ricevuto il Premio Marcello Mastroianni come miglior attore emergente per Korshid (“Sun children”), in Concorso, storia di una banda di ragazzini che, ingannati da un boss locale, si mettono alla ricerca di un fantomatico tesoro.

Nel seguire il filo delle libere associazioni, mi accorgo che son rimasti fuori tre premi della Sezione Orizzonti da citare. Il primo è quello per la Miglior Interpretazione Maschile a Yahya Mahayni, protagonista di “The man who sold his skin” della regista tunisina Kaouther Ben Hania, che affronta il problema dei rifugiati siriani ambientando il lungometraggio nel mondo del mercato dell’arte. Il protagonista Sam Alì vende letteralmente la pelle della propria schiena a un artista contemporaneo molto quotato che ci tatua un passaporto, rendendolo un’opera d’arte, quindi un oggetto che può attraversare, fornito dei dovuti documenti, qualsiasi frontiera.

Il secondo è il Premio per la Miglior Interpretazione Femminile a Khansa Batma, in Zanka Contact, di Ismaël El Iraki, ambientato a Casablanca. La storia d’amore tra la focosa Rajae, una giovane prostituta e Larsen (Ahmed Hammoud), un ex rocker dipendente da eroina, è il pretesto per un film che è una miscela di generi piuttosto confusa, infarcito di citazioni, ma che ha il merito di sorprendere e divertire, diversamente dalla tradizionale cinematografia africana, più politicamente impegnata. Per finire, il Premio per la Miglior Sceneggiatura a Pietro Castellitto per I predatori”, un film corale, in cui si intersecano le storie di tanti personaggi: ambizioso, e che, a detta del giovane regista, catalizza nel protagonista principale “un carico di frustrazione enorme, che nasce dalla differenza che c’è tra quello che sei e quello che gli altri pensano che tu sia”.

Dopo questo deragliamento finale, si potrebbe ripartire, con altri film e altre associazioni , un’altra raccolta di pepite, di altre immagini e di altrettanti pensieri, nomadi per le lande delle psiche. Intanto ricominciamo ad andare al cinema, le sale sono riaperte, e i film aspettano i loro spettatori, come “pensieri in cerca di pensatori”: senza il loro sguardo non esistono.

 

Settembre 2020