Parole chiave: cura, adolescenza
Autore: Simona Pesce
Titolo: “15/18. A place to heal”
Dati sul film: Regia di Cédric Khan, produzione Francia, 2026, durata 104’, In concorso alla 83 esima edizione del Festival dell’arte cinematografica della Biennale di Venezia.
Genere: Drammatico
Cosa succede a un luogo di cura quando insieme a un gruppo di adolescenti sofferenti che hanno bisogno di essere accolti e che, come ci dice il titolo di questo toccante film, sono in un luogo per guarire: “A place to heal”, entra una presenza violenta che non ha alcun desiderio di curarsi? Come può un ambiente di cura contenere e favorire i percorsi terapeutici adatti a ogni singolo individuo che porta con sé il suo dramma, e il suo bisogno di metterlo in scena? Cédric Khan, regista francofono che spesso si è occupato dei temi del condizionamento giovanile da parte della società e della famiglia, riesce nel compito di condurre lo spettatore nella vita di un reparto di neuropsichiatria infantile e racconta la vitalità della micro-comunità che si può costituire in ambito sanitario e la grazia che serve per arrivare a creare un luogo che pur avendo molte regole, a scopo terapeutico, garantisce uno spazio in un equilibrio delicato e precario, che deve accogliere e contenere le numerose crisi che lo inondano. Quello che vediamo in questo bel film è il buon funzionamento di un sistema di cura. Ma vediamo anche molto di più: come si costituisce un gruppo e come l’inconscio gruppale (Kaës 1994) agisce. Kaës sviluppa il concetto di inconscio gruppale soprattutto attraverso la nozione di apparato psichico gruppale in cui sostiene che il gruppo non costituisce soltanto il contesto nel quale si manifesta l’inconscio individuale, ma possiede una realtà psichica inconscia propria, prodotta dall’intreccio fra gli spazi psichici dei suoi membri. Il gruppo è quindi, al tempo stesso, luogo di formazione dell’inconscio e realtà fondata sulle gruppalità interne dei singoli. Mi piace pensare che il protagonista di questo film sia la cura, che attraversa tutti i personaggi, che viene in qualche modo osservata e appresa dallo sguardo appassionato dello specializzando in psichiatria che, inesperto e giovane, entra in reparto proprio come entrano i nuovi pazienti, e che vorrei proporre come lo sguardo del regista che si appresta a raccontarci questa storia. Del resto, nel film i curanti non parlano quasi mai di diagnosi e non definiscono i ragazzi in base ai loro disturbi, si mantiene l’attenzione principalmente alla sofferenza da alleviare. Lo sviluppo della trama del film ci descrive bene come la cura si componga di tanti atti, da quello più raccolto dei colloqui individuali con gli psichiatri a quello dello psicodramma, che nel film ha un’importanza cruciale almeno per qualcuno dei ragazzi ricoverati ed è un ottimo esempio della potenza dell’inconscio di gruppo, ai momenti conviviali dove si mangia tutti insieme o si può giocare nella palestra del reparto e dove ognuno porta se stesso come può.
Prendiamo ad esempio la storia di Éloïse, ragazza di 16 anni che vive in reparto da molti mesi e ha una lunga storia di sofferenza ma ancora non è riuscita a toccare il nucleo della sua esperienza traumatica. Riuscirà a farlo grazie al legame con la psichiatra, che non rinuncia alla speranza di poterla aiutare, ma soprattutto grazie alla relazione con un ragazzo che interpreta un ruolo cruciale nella messa in atto dello psicodramma e che la avvicina alla sua esperienza di abuso. Solo dopo che Éloïse si lega a lui e si apre per lei la possibilità di amare una persona si possono trovare parole per raccontare l’abuso della sua prima adolescenza e si può assumere una posizione più attiva rispetto all’accaduto arrivando alla coraggiosa scelta di sporgere denuncia nella stanza di una gendarmeria, scena di chiusura del film e atto fondamentale del suo percorso di cura.
Il rapporto tra delinquenza, tendenza antisociale e patologia viene appena sfiorato nello sviluppo del racconto filmico ma vorrei ricordare la tesi di Donald Winnicott, (1966) psicoanalista e pediatra britannico, che definiva “la tendenza antisociale come intrinsecamente legata alla deprivazione nell’infanzia”. Per tendenza antisociale si intendono manifestazioni cliniche con un ampio ventaglio di comportamenti, tra cui il rubare, il rifugio sistematico nella bugia, il comportamento impulsivo violento, l’agire in modo distruttivo e crudele e l’avere atteggiamenti perversi. Se la deprivazione infantile dura troppo a lungo, al di sopra delle capacità del giovane di mantenere viva una presenza interna buona, l’Io del soggetto si riorganizza e “nel bambino una reazione prende il posto della semplice crescita. Il processo maturativo si è ostruito” (1963). Ma l’originalità del pensiero di questo fine conoscitore della mente infantile stava nel ritenere che l’organizzazione degli atti antisociali indicasse inconsciamente “speranza”. Nella sua visione gli atti antisociali andavano intesi come espressione della rivendicazione dei diritti del giovane allo scopo di provocare un forte intervento da parte dell’ambiente (1965). Winnicott riteneva che, se il ragazzo non avesse ricevuto aiuto nel momento in cui avanzava le richieste sotto forma di comportamenti antisociali con un fondo di speranza, avrebbe sviluppato un vantaggio secondario dal suo comportamento distruttivo. “Gli utili secondari hanno rapidamente il sopravvento, riducono la sofferenza o ostacolano la spinta dell’individuo a ricercare aiuto o accettarlo quando gli si offre” (1963). Il risultato è che il ragazzo ha un comportamento recidivo e può sviluppare una psicopatia che Winnicott definisce “delinquenza non curata”.
Possiamo proprio dire che in “15-18. A place to heal” questa speranza ha ricevuto ascolto in uno spazio psichico sicuro.
Riferimenti bibliografici
Kaës, R. (1994), Il gruppo e il soggetto del gruppo. Elementi per una teoria psicoanalitica del gruppo, Roma, Borla.
Winnicott D.W. (1963). La psicoterapia dei disturbi del carattere. In Sviluppo affettivo e ambiente, Roma, Armando, 1970
Winnicott D.W. (1965). Studi sulla teoria dello sviluppo affettivo in Sviluppo affettivo e ambiente. Roma, Armando, 1970
Winnicott D.W. (1966). Le origini della tendenza antisociale. In Il bambino deprivato, Milano, Cortina, 1986