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Antonio Imbasciati. Il ricercatore della mente e il maestro che ci ha lasciato un metodo. Luisa Laghi

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Antonio Imbasciati. Il ricercatore della mente e il maestro che ci ha lasciato un metodo. Luisa Laghi

Parole chiave: Bodybrainmind, Imbasciati, Psicologia Clinica Perinatale, sviluppo neuromentale

Antonio Imbasciati. Il ricercatore della mente e il maestro che ci ha lasciato un metodo.

di Luisa Laghi

La scomparsa di Antonio Imbasciati ha acceso il ricordo della nostra prima telefonata, tanti anni fa… Cercavo uno psicoanalista per la mia analisi di training e il tono della sua voce, austero ed essenziale ma, al contempo, caldo e accogliente, mi ha fatto pensare a lui come ad una persona in ascolto e su cui poter fare affidamento… Il suo stile comunicativo è sempre stato chiaro, diretto, “senza fronzoli”, ma anche empatico e affettivo.
Ricordare Antonio Imbasciati significa, prima ancora che ricordare uno psicoanalista noto e apprezzato a livello nazionale, ritrovare il volto di un maestro che ha dedicato l’intera esistenza a comprendere come nasce e come si sviluppa la mente umana. Questa domanda lo ha accompagnato fino agli ultimi giorni della sua vita e ha rappresentato il filo rosso di tutta la sua ricerca, del suo insegnamento e del suo modo di incontrare gli altri.
Psicoanalista con funzione di training della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association, Professore Emerito di Psicologia Clinica dell’Università degli Studi di Brescia, autore di oltre settanta volumi e di centinaia di pubblicazioni scientifiche, Antonio Imbasciati ha lasciato un patrimonio di conoscenze che continua a generare domande e nuovi percorsi di ricerca. Ma chi ha avuto il privilegio di conoscerlo e di lavorare accanto a lui ricorda soprattutto la sua inesauribile curiosità, il rigore intellettuale unito a una rara libertà di pensiero e a quella capacità, mai venuta meno, di guardare oltre i confini delle discipline.
Dai suoi numerosi scritti emerge che Imbasciati non concepiva la psicoanalisi come un sapere chiuso in sé stesso: ne riconosceva la profondità e la specificità del metodo, ma riteneva che potesse continuare a crescere solo mantenendosi in dialogo con le altre scienze. Giorgio Mattana, attuale presidente del Centro Milanese di Psicoanalisi, lo ha descritto come una “figura storica del nostro Centro, psicoanalista e ricercatore appassionato, cultore del dialogo della psicoanalisi con le altre discipline, dalle neuroscienze alla psicologia accademica”. Era questa apertura, prima ancora delle sue teorie, a renderlo un autentico ricercatore: non cercava solo conferme alle proprie idee, cercava nuove domande.
La formazione psicoanalitica è stata decisiva nella sua crescita culturale, ma Imbasciati ha ritenuto fin dall’inizio che la psicoanalisi dovesse dialogare con le altre discipline scientifiche. Da questa convinzione è nato un originale lavoro di integrazione tra psicoanalisi, Infant Observation, Infant Research, teoria dell’attaccamento e neuroscienze, che ha portato allo sviluppo della Psicologia Clinica Perinatale.
Il suo contributo più innovativo consiste nell’aver mostrato come le basi della vita mentale si costruiscano fin dalle primissime fasi dell’esistenza. Dal concepimento ai primi mille giorni di vita si formano le strutture fondamentali dello sviluppo neuropsichico attraverso l’esperienza relazionale. Le prime interazioni con i caregiver non costituiscono semplicemente un contesto affettivo, ma rappresentano il terreno sul quale il cervello organizza progressivamente le proprie reti funzionali.
Per Imbasciati il cervello non è una struttura già definita alla nascita, si costruisce attraverso l’esperienza, il corpo e la relazione. Il concetto di Bodybrainmind sintetizza efficacemente questa prospettiva, nella quale corpo, cervello e mente costituiscono un unico sistema dinamico. I primi apprendimenti sono apprendimenti di funzione che organizzano matrici neuronali destinate a influenzare gli apprendimenti successivi in un continuo “effetto cascata”, capace di modificare costantemente il funzionamento mentale dell’individuo.
Da questa prospettiva deriva anche una conseguenza di grande rilevanza clinica: la qualità dello sviluppo neuromentale del bambino dipende dalla qualità della mente dei suoi caregiver. Le relazioni precoci trasmettono, infatti, contenuti non soltanto verbali, ma soprattutto emotivi e impliciti, che vengono depositati nella memoria e contribuiscono alla costruzione del Sé. In questa visione si ritrovano importanti consonanze con il pensiero di Mauro Mancia e con tutta quella tradizione psicoanalitica che ha riconosciuto nelle esperienze emozionali precoci il nucleo originario della vita psichica.
Non sorprende che la Psicologia Clinica Perinatale abbia orientato la propria attenzione verso la prevenzione. Promuovere la salute mentale dei futuri genitori significa favorire lo sviluppo delle future generazioni, grazie agli interventi precoci e allo sguardo accurato alla depressione e all’ansia perinatale, alla nascita pretermine, ai fattori di rischio durante la gravidanza e il post-partum e ai modelli di consultazione rivolti alla coppia genitoriale.
I suoi libri ci parlano del suo interesse per le prime fasi dello sviluppo e rappresentano il suo prezioso contributo nel campo dell’evoluzione e della clinica neonatale, vista in stretta relazione con l’ambiente.
Nell’ambito dell’iniziativa milanese “libri al Centro” ho avuto il privilegio di presentare al suo fianco, in quella che sarebbe stata la sua ultima apparizione in pubblico, i suoi ultimi due libri, Psicologia Clinica Perinatale. Promozione della salute mentale dei genitori per lo sviluppo neuromentale del bambino e Coscienza, inconscio, memoria. Cinque saggi tra psicoanalisi e neuroscienze.
Questi ultimi volumi rappresentano il compimento di un percorso iniziato molti decenni prima e possono essere letti come il suo ultimo dialogo con la comunità scientifica. In essi convivono, con grande naturalezza, le due anime che hanno sempre caratterizzato il suo lavoro: quella dello psicoanalista e quella dello psicologo clinico sperimentale. Due prospettive che egli non ha mai vissuto come alternative, ma come parti di un unico progetto di conoscenza.
Rileggendo oggi queste pagine si ha l’impressione che Antonio Imbasciati abbia voluto consegnare non soltanto i risultati delle sue ricerche, ma anche il metodo che ha guidato tutta la sua vita: continuare a interrogarsi, non smettere mai di studiare, attraversare i confini tra i saperi senza rinunciare al rigore scientifico e mantenere intatta la fiducia che comprendere più profondamente la mente umana significhi anche contribuire a prevenirne la sofferenza.
Nelle ultime pagine di Coscienza, inconscio, memoria, Antonio Imbasciati scrive con particolare discrezione: «Lascio allora questi miei scritti a chi potrà fare di più». In questa frase non c’è soltanto il congedo di uno studioso. C’è la modestia di un ricercatore che non ha mai considerato la conoscenza come un possesso, ma come un cammino da consegnare ad altri. È forse questa la sua eredità più profonda. Non solo una teoria, non solo un metodo di ricerca, ma uno stile di pensiero fondato sulla curiosità, sul dialogo e sulla responsabilità verso le generazioni future. Chi lo ha conosciuto continuerà a riconoscere in lui non soltanto l’autore di opere importanti, ma una presenza capace di suscitare domande, di trasmettere passione e di insegnare che la ricerca non termina mai.

Ed è proprio in questo invito a proseguire a cercare, comprendere e pensare che Antonio Imbasciati
continuerà ad essere presente tra noi.

Antonio Imbasciati. Il ricercatore della mente e il maestro che ci ha lasciato un metodo. Luisa Laghi Monica Castellini

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