Parole chiave: Tardogotico, Rinascimento, ricomposizione, polittici, Cosimo il Vecchio, relazione
Beato Angelico
Firenze
Palazzo Strozzi – Museo di San Marco 26/9/2025-25/1/2026
di Pierluigi Moressa
“Frate Giovanni Angelico da Fiesole, il quale fu al secolo chiamato Guido, essendo non meno stato eccellente pittore e miniatore che ottimo religioso, merita per l’una e per l’altra cagione che di lui sia fatta onoratissima memoria” (Vasari 1568, 358). La mostra di Firenze, città che vide e conserva la piena espressione dell’arte di Beato Angelico (1395-1455), rende omaggio al pittore, monaco osservante domenicano, che in vita godette di chiara fama. Chiamato “Angelico” per la delicata devozione espressa in pittura e, dopo la morte, “Beato” per la purezza tramandata dei costumi, è autore di opere che parlano il linguaggio del Tardogotico prossimo a trasfondersi nel Rinascimento. In mostra, è possibile assistere alla ricomposizione di alcuni polittici smembrati la cui recuperata completezza consente non solo la visione integrale dell’opera, ma anche la ricostruzione storica e ispirativa dei dipinti.
Angelico è in contatto col mondo delle idee, si specchia nella trascendenza divina, trae ispirazione dalle Scritture e dall’agiografia, raffigurando un mondo delicato, dove anche il martirio e la morte sono narrati coi toni incantati di una favola antica. Il dramma diviene mistero, l’incarnazione si ambienta nello spazio privato della Vergine. L’accurata grazia del miniatore ci porta nelle piazze animate di un Medioevo luminoso, all’ombra di palazzi dall’eleganza squadrata. Sulle pale, invece, il colore e la luce si dispongono in campiture definite, spazi che saturano la visione e immergono lo spettatore nella piena sensorialità del racconto.
È a proprio agio Angelico mentre impiega gli sfondi dorati del tempo gotico, intonati al carisma prezioso dei suoi santi dalla fissità trasognata, alle Vergini col Bambino ieraticamente intente a trasmettere il senso immutabile del divino. La transizione verso la complessità rinascimentale si fa evidente in una graduale modulazione che consente al pittore di infondere pathos ai personaggi, certamente santi e dichiaratamente umani. Maria esce dalla postura dell’icona e diviene una mamma che si specchia nel proprio bambino e ne accoglie la tenerezza. Si coglie un passaggio leggibile anche in senso psichico. La concezione gotica della coppia Vergine e Bambino fa pensare all’“antedipo immutabile”: stato caratterizzato dalla fissità indifferenziata dell’infante alla madre primitiva. È questa una condizione accostabile allo “iato originario”, che cristallizza la “dualità” e non prevede un terzo regolatore. Il Rinascimento, invece, ci pone di fronte a “un Edipo in cammino” (Racamier 1995, 23), che apre alla profondità prospettica della relazione e rende possibile la presenza paterna.
I modelli della formazione di Angelico sono Masaccio, Masolino e Lorenzo Monaco. La critica è concorde nell’ascrivere al 1428 (anno in cui muore Masaccio) la svolta di Angelico verso l’autonomia espressiva: si avvicina a Lorenzo Ghiberti che gli fornisce spunti architettonici più definiti per pale e polittici.
Uno squarcio di luce chiara e cromie delicate accoglie il visitatore, lasciandolo senza parole: la mostra si apre con la pala Strozzi la cui esecuzione, intrapresa da Lorenzo Monaco tra il 1421 e il 1424, fu completata (1430-32) da Angelico dopo la morte del maestro. Dipinta per la cappella (oggi sacrestia) di Santa Trinita e collocata in sequenza all’Adorazione dei Magi (1423) di Gentile da Fabriano, porta in scena gli esponenti principali di casa Strozzi (Palla e Lorenzo) accostati ai personaggi evangelici. La cappella, destinata a divenire il mausoleo della famiglia, ospita l’imponenza di Gentile da Fabriano, nella piena espressione del gotico internazionale. Angelico vi entra, proponendo un linguaggio nuovo: sovverte l’impianto del trittico e organizza la narrazione in unica sequenza con una rivoluzione iconografica, prospettica e narrativa in cui si avvertono i palpiti del Rinascimento. Sullo sfondo di una città turrita e murata che richiama il profilo della Firenze quattrocentesca, personaggi dall’aureola dorata escono dall’evo gotico e incarnano l’umanità di un tempo percorso dalle emozioni e dai sentimenti. Il pathos trattenuto e composto si intona alla scena in cui le figure dialogano, si interrogano, si pongono in relazione, mentre il figlio di Dio, delicatamente fatto discendere dalla croce, assume una postura che taglia in diagonale la pala. La scala a pioli poggiata alla croce ha gli stessi gradini di quella che immette alla cripta sepolcrale degli Strozzi, mentre gli angeli che percorrono i cieli sono i medesimi messaggeri delle Natività.
Viene alla mente un racconto contemporaneo in cui a frate Angelico, ortolano in convento, giunge la visita di tre volatili, umanizzati nella parola e nel sentimento, desiderosi di essere ritratti. Il monaco li asseconda e li inserisce nella sacra narrazione, ritrovandovi sembianti femminei e caratteri angelici, al confine tra umano e divino: “Così passò quella settimana, Fra’ Giovanni, dipingendo e dimenticandosi persino di mangiare. Aggiunse un’altra figura … La pittura sembrava già completa … però trovò un angolino sopra gli alberi … e lì dipinse il libellulone che aveva il volto della Nerina, con le sue ali traslucide e dorate; e in mano gli mise un calice, affinché lo offrisse al Cristo” (Tabucchi 1987, 21).
La pittura di Angelico è fuori dal tempo; in essa, gli eventi contemporanei trovano accenni percepibili attraverso simboli e allegorie. Forte è la presenza monastica francescana accanto a quella domenicana con la sottolineatura della concordia tra i due ordini. Il ritorno dall’esilio di Cosimo il Vecchio nel 1434 muta il clima politico cittadino e imprime un nuovo corso alle committenze. Palla Strozzi conosce l’esilio definitivo a Padova, mentre il convento di San Marco diviene il luogo che annuncia, attraverso una sorta di manifesto estetico, la criptosignoria medicea. A San Marco, dove dispone di una cella, Cosimo incentiva l’arte di Angelico, che, grazie a un linguaggio innovativo e insieme rigoroso, pare gettare un ponte fra le tradizioni repubblicane e il più recente assetto politico. Lo stesso convento, rinnovato da Michelozzo, risponde ai canoni rinascimentali e presenta come fulcro la biblioteca ricca di testi umanistici rari. Lo spirito quattrocentesco trova rimandi sulle pareti delle celle affrescate da Angelico con stile originale, dove Cristo e i personaggi neotestamentari, spesso liberati da fondali e inquadrature, trovano luce di racconto e libertà di espressione. Grandiosa è la pala di San Marco (1438-42) ove spiccano, tra la folla dei santi, i due taumaturghi, Cosma e Damiano, patroni di casa Medici, di cui sono illustrate con minuzia agiografica le virtù salutari in vita e in morte.
Lasciamo la mostra con una duplice visione. Nella sezione di San Marco, il Tabernacolo dei Linaioli (1432-33), frutto della collaborazione tra Angelico e Ghiberti, è dominato dall’imponenza di Vergine e Bambino in maestà, gotico indiscutibile, adatto alla cultura e al pensiero del committente. Fronteggia il Tabernacolo, all’estremo opposto, la Pala di Fiesole (1424-25), dipinta da Angelico per la chiesa del convento domenicano e modificata nel 1501 da Lorenzo di Credi, che, tolte le cuspidi e abolita la doratura, aggiornò il fondale alla visione aperta sull’infinito che al Rinascimento era cara.
Accompagniamo Angelico nell’ultimo viaggio a Roma. Dopo aver affrescato gli ambienti papali, è convocato nell’Urbe, questa volta dai confratelli di Santa Maria sopra Minerva. La morte lo coglie in convento col pennello in mano.
L’epitaffio consegna il suo ricordo agli occhi umani, lo spirito ai cori angelici: “Altera nam terris opera extant, altera coelo” (“Alcune opere restano sulla terra, altre nel cielo”).





Bibliografia
Racamier P.-C. (1995). Edipo e prospettiva ne “Incesto e incestuale”, 52-53. Franco Angeli, Milano, 2008.
Tabucchi A. (1987). I volatili del Beato Angelico. Sellerio, Palermo, 2025.
Vasari G. Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori et architettori. Firenze, Giunti, 1568.