Cultura e Società

78^ Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Report di E. Marchiori

28/09/21
78^ Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia

78^ Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia

Report “78 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica La Biennale di Venezia 2021”

di Elisabetta Marchiori

“La pandemia passerà, il cinema resterà con noi per sempre” ha affermato il Presidente della Giuria della 78esima edizione della Biennale Cinema, Bong Joon Ho. Riguardo la pandemia non ci sono certezze, ma riguardo il cinema siamo convinti che questa previsione sia giusta. La qualità dei film presentati è stata davvero alta, il che ha compensato in parte le difficoltà e le frustrazioni che noi spettatori abbiamo dovuto affrontare per assistere alle proiezioni. È stata dura cimentarsi ogni giorno nella lotta con il sistema di prenotazioni on-line il cui funzionamento sfuggiva alla logica, e non solo a chi non è pratico a destreggiarsi con lo smartphone o appartiene alla generazione dei boomer. Ho avuto nostalgia delle lunghe code pre-pandemia davanti alle sale, sotto il sole, che l’interazione umana rendeva sopportabili, spesso divertenti, e permetteva di scambiare qualche battuta con i tuoi vicini sui film visti. La necessità dei posti contingentati, il distanziamento e le mascherine sempre indossate hanno amplificato la mancanza della condivisione di persona e, dato che si stava sul telefono, tra una prenotazione e l’altra non rimaneva che scriversi messaggi in chat, emoticon e meme. La 78a Mostra d’Arte Cinematografica, la seconda in era pandemica, ha reso evidente che il Cinema “allevia la fatica della realtà”, come ha detto Poalo Sorrentino, ma quando la realtà è così invasiva, la forza della sua magia rischia di indebolirsi.

I film erano lì, proiettati sugli schermi, e noi sempre lì, ma distratti dallo schermo del telefono che doveva rimanere acceso per non rischiare di rimanere esclusi dalla visione dei successivi, compromettendo quello stato pre-iponotico che fa godere appieno la visione. La voglia di cinema comunque era palpabile, fortissimo il desiderio di viverla, dopo quasi due anni di privazione, entusiasmante la partecipazione non solo del pubblico ma anche dell’intero universo artistico e creativo che accompagna i film, comprese le star arrivate da ogni parte del mondo, che sfilavano però su un tappeto rosso protetto da un muro.

Tutti questi elementi hanno sicuramente influito sull’impatto che i film hanno avuto sugli spettatori, certo in modo del tutto personale.

È stata la prima volta che, in uno stato di astinenza ormai insopportabile, mi sono concessa di partecipare all’evento dal primo all’ultimo giorno, e di film ne ho potuti vedere davvero tanti, anche se lo spazio mentale per pensarci era ridotto. Oggi, a qualche giorno di distanza, ampliando quello spazio, sono due i grandi temi che affiorano e mi pare accomunino molti film visti: quello del femminile che ruota intorno alla maternità nelle sue molteplici vicissitudini, e quello del maschile fatto di padri scomparsi, guerra, torture, violenza implacabile. Tra questi, si è insinuata, portando sollievo, la musica, quella di artisti eccezionali, ritratti in film fuori concorso estremamente toccanti e coinvolgenti, che hanno consentito di provare emozioni profonde e una certa quota di sollievo. Sto parlando dei documentari “Hallelujah: Leonard Cohen, a jurney, a song” di Daniel Geller e Dayna Goldfine, “Ennio” di Giuseppe Tornatore, “Ezio Bosso. Le cose che restano” di Giorgio Verdelli e “DeAndré#DeAndré” di Roberta Lena.

Tornando ai due temi individuati, il primo ha senza dubbio prevalso nella rosa dei film vincitori, e non solo, quindi mi voglio soffermare su questo.

Il Leone d’Oro è stato attribuito all’unanimità a “L’évenément”, di Audrey Diwan, tratto dall’omonimo racconto autobiografico di Annie Ernaux, in cui descrive la propria esperienza di aborto clandestino negli anni ’60, quando era un reato. Un’opera che rimanda a un evento che non è affatto “preistoria”, come lo definisce Ferzetti (“Ciak in Mostra”, n. 7, 2021) ma, purtroppo, attualità. Oggi il diritto all’aborto non solo è messo in discussione in diversi Stati americani – e nel Texas è già in vigore dal primo settembre una legge anti-abortista – oltre che in Polonia, ma anche anche in Italia, a causa di una sostanziale inapplicabilità della legge esistente (https://www.spiweb.it/cinema/levenement-di-diwan-recensione-di-e-marchiori/). La protagonista Anne, brillante studentessa di lettere, rifiuta una maternità indesiderata combattendo tenacemente per non lasciarsi travolgere in un destino che non le appartiene e diventare scrittrice. Leda, che è la protagonista di “The lost daughter”, è già una donna matura ed è insegnante di letteratura italiana. Lei le figlie le ha avute, ma le ha abbandonate da bambine: l’incontro, durante una vacanza in solitudine, con una giovane madre in cui si identifica, la induce a ripercorre la propria dolorosa esperienza di “madre snaturata”, incapace ad assumere il ruolo genitoriale. È questo il film d’esordio dietro la macchina da presa dell’attrice Maggie Gyllenhaal, che ha meritato il Premio per la Migliore Sceneggiatura, tratto dal libro di Elena Ferrante “La figlia oscura” e interpretato da Olivia Colman. Un’opera a tratti pesante e didascalica che mostra però, come “L’évenément”, la necessità di esplicitare in immagini questioni che riguardano profondamente l’identità femminile e la maternità con i suoi conflitti, che da sempre sono raccontate ma sono rimaste oscure e oscurate, sospendendo qualsiasi giudizio.

C’è una madre sofferente anche nel film di Jane Campion “The power of the dog”, che ha ricevuto il Leone d’Argento. Pur non essendo la protagonista principale, ha un ruolo chiave nel determinare il comportamento di un figlio adolescente “gender fluid” che, per una storia ambientata nel far west, non ha, come si può immaginare, vita facile.

Sempre in tema, andiamo alla Coppa Volpi con cui è stata premiata come Miglior attrice la magnifica Penelope Cruz, una delle due “madri parallele” del film di Almodovar, recensito da Flavia Salierno (https://www.spiweb.it/cinema/madres-paralelas-di-p-almodovar-recensione-di-f-salierno), che si muove tra un registro intimo, personale, e uno collettivo, del recupero della memoria storica relativo alla “madre terra”, che accoglie e restituisce i padri “desaparesidos”. Cruz è protagonista anche della spumeggiante commedia “Competentia oficial” di Gastón Duprat e Mariano Cohn, dove interpreta una “directora” lesbica che deve dirigere due attori particolarmente narcisisti e in competizione, e dichiara candidamente che avere un figlio non è un suo desiderio.

La Miglior Regia per la Sezione Orizzonti è stata assegnata a un’altra opera che ha come protagonista una madre. “Á plein temps”, di Eric Gravel, ha fatto vincere alla simpatica e vivacissima Laure Calamy il Premio come migliore attrice. Calamy interpreta Julie, una donna che corre sempre: madre divorziata di due figli piccoli, con cui abita in periferia, lavora come cameriera ai piani in un Hotel di Lusso a Parigi, difficile da raggiungere soprattutto con gli scioperi dei mezzi pubblici. Deve arrivare puntuale al lavoro, accompagnare i figli dalla baby-sitter, fare la spesa, organizzare le feste di compleanno oltre che acquistare i regali, senza rinunciare a presentarsi ai colloqui per ricollocarsi lavorativamente in un ruolo più dignitoso. È sola, ha poca disponibilità economica, il padre dei bambini è completamente assente, eppure nella sua corsa frenetica e affannosa non c’è spazio per lamentarsi, ma piuttosto la spinta verso una vita migliore anche per loro.

E ancora la Migliore Sceneggiatura per Orizzonti è stata assegnata a “Cenzorka” (“107 madri”) di Peter Kerekes, un film girato in un penitenziario di Odessa (Ucraina), che ospita detenute che hanno partorito in carcere o vi sono state recluse con figli di meno di tre anni. Al compimento del terzo anno di età, infatti, i bambini vengono loro tolti per essere dati in affidatamento o portati in orfanotrofio. Con queste madri il regista ha trascorso molto tempo tra il 2015 e il 2020, e alcune di loro sono state scelte per raccontare la loro storia,  solo la protagonista è un’attrice professionista, Maryna Klimova, riuscendo a calarsi nella parte tanto da apparire una di loro. I sentimenti di solitudine, disperazione, rassegnazione, colpa e pentimento, l’altalena emotiva della maternità, l’attaccamento tra madri e figli, il dolore per il distacco, emergono con forza dalle immagini e colpiscono profondamente lo spettatore, senza bisogno di alcuna spiegazione (https://www.spiweb.it/cinema/107-madri-di-p-kerekes-recensione-di-e-marchiori/).

In Concorso Orizzonti c’era anche “El otro Tom” di Laura Santullo e Rodrigo Plà, recensito da Simona Pesce (https://www.spiweb.it/cinema/el-otro-tom-di-r-pla-e-l-santullo-recensione-di-s-pesce/). La storia mette in luce la profonda incompetenza di una madre con un disturbo borderline di personalità, assolutamente incapace di prendersi cura del suo bambino che ha una diagnosi di Disturbo da Deficit dell’Attenzione e si può prevedere che, senza cure appropriate, sia destinato a sviluppare un grave disturbo psichiatrico. Il film si sviluppa sul registro di una ambiguità che rischia di far passare il messaggio che “l’amore” della madre possa essere “curativo”, anche se pericolosamente patologico.

Anche nella Sezione Orizzonti Extra c’è una madre, la giovanissima protagonista del film di Wilma Abate “La ragazza ha volato”, sceneggiato insieme ai fratelli D’Innocenzo. Nadia è un’adolescente carina, solitaria, imbronciata e cupa, interpretata dalla convincente Alma Noce. La sua esistenza è piatta e solitaria, l’atmosfera in cui vive è grigia, pare senza parole né tanto meno pensieri. Sullo sfondo la città di Trieste, porto ventoso confine di tante culture. Subisce uno stupro e si ritrova incinta, non sa trovare il modo di raccontare quanto le è accaduto, ma i genitori, che sembrano totalmente incapaci di relazionarsi tra loro e con lei, si trovano d’accordo a sbarazzarsi del bambino, “è facile”. Eppure, quell’ospite inatteso viene accolto da Nadia come qualcosa di vivo e vitalizzante dentro di lei che la fa “volare”, diventa l’occasione per muovere un’affettività congelata e sconosciuta fino ad allora. È un film duro, spigoloso, essenziale, dove la cupa angoscia iniziale si stempera nella definizione progressiva dell’identità di Nadia come giovane madre e finalmente anche figlia.

Quindi, tanti film che aprono squarci sorprendenti e anche dolorosi sulla complessità dei vissuti che caratterizzano l’esperienza della maternità, l’altalenarsi delle emozioni e degli affetti che muove, dall’odio all’amore, dal rifiuto all’attaccamento, dalla rabbia alla tenerezza, dalla dedizione alla trascuratezza? Quante sfumature di questi si potrebbero ancora elencare? E cosa vuol dire essere madre e fare la madre? Un elemento che accomuna tutte queste donne è la solitudine, l’assenza del compagno e del padre, e qui si apre un’altra questione amplissima.

Per libera associazione mi viene in mente il film che ha vinto il Premio Speciale della Giuria, “Il buco”, di Michelangelo Frammartino, che ricostruisce l’esplorazione, da parte di un gruppo di giovani speleologi, della grotta più profonda d’Europa, l’Abisso del Bifurto, in Calabria, avvenuta negli anni ’60. “Una esplorazione attraverso le profondità sconosciute della vita e della natura”, si legge nella sinossi del film. Queste profondità che illuminate appaiono come mucose umide, scivolose, dalla consistenza molle, evocano non solo l’idea della madre terra ma anche quella dell’utero, della fertilità, della sterilità, della vita e della morte. Questi elementi sono tutti presenti nel film di Frammartino, in sala in questi giorni, che, parallelamente all’esplorazione della grotta, segue l’ultima fase della vita di un vecchio pastore che parla solo il linguaggio dei suoi animali. Ma l’incipit del film mostra immagini di repertorio che riprendono la costruzione di imponenti grattacieli, avvenuta negli stessi anni. La simbologia può sembrare scontata, ma le immagini sono meravigliose, e permettono allo spettatore di proiettare in quegli anfratti da esplorare, illuminando ora questo ora quello, tutto ciò che gli passa per la mente. È il regista stesso a ricordarci che nel 1895 Freud e Breuer pubblichino “Studi sull’isteria”, i fratelli Lumiére propongano le loro prime proiezioni e venga fondata la Società Francese di Speleologia.

Prima di concludere, vorrei comunque ricordare brevemente gli altri film premiati, perché lo meritano.

Il primo è quello di Paolo Sorrentino, Gran Premio della Giuria per “È stata la mano di Dio”: io non l’ho visto e consiglio di leggere la recensione di Flavia Salierno (https://www.spiweb.it/cinema/e-stata-la-mano-di-dio-di-p-sorrentino-recensione-di-f-salierno/). Il suo giovane protagonista Filippo Scotti ha vinto il Premio Marcello Mastroianni.

A conquistare la Coppa Volpi come migliore attore è stato John Arcilla, per la sua interpretazione in “On the Job: The missing 8”, premio ritirato dal regista filippino Erik Matti. Arcilla, ha ringraziato attraverso un video nel quale dice una frase che mi ha molto colpita: “Questo è il più bel premio e il più prestigioso, perché abbiamo lingue e culture diverse  ma sento che voi mi capite e che noi ci capiamo”.

La Sezione Orizzonti ha premiato come Miglior Film il lituano “Piligrimai” (“Pellegrini”) di Laurynas Bareša, che racconta il viaggio di due giovani nei luoghi dove si è consumato un delitto: la vittima era il fratello dell’uno e il fidanzato dell’altra. Pur essendo un caso “risolto” e sia stato trovato e condannato il colpevole, la sofferenza dei sopravvissuti non è altrettanto risolta. Ripercorrere le tappe delle ultime ore del loro caro, cercare di immedesimarsi completamente in lui, appare un estremo tentativo di elaborazione del trauma e della perdita, che risulta perturbante e angoscioso allo spettatore, poiché non c’è catarsi.

Non deve essere stato facile per le Giurie assegnare i premi, c’erano tanti film che li avrebbero meritati. Quindi, per concludere, vorrei menzionare uno di quelli che ho preferito “La Caja”, di Lorenzo Vigas, per il quale rimando alla mia recensione (https://www.spiweb.it/cinema/la-caja-di-l-vigas-recensione-di-e-marchiori/). e a quella del collega psichiatra Stefano Marino https://multicultiblog.org/2021/09/10/biennale-cinema-2021-la-caja/). Questo è il film da cui inizierei per parlare dell’altro grande tema della Mostra.

Settembre 2021

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