Parole chiave: Cinemente, cinema e psicoanalisi, dinamiche familiari
Abitare il troppo: spazio psichico e legami familiari in Vivere di Francesca Archibugi
Cinemente. Rassegna di psicoanalisi e cinema, XII edizione.
Report della terza serata. Di Isabella Marini
E capirai che la vera ambiguità
È la vita che viviamo, il qualcosa che chiamiamo esser uomini
E poi, e poi, che quel vizio che ci ucciderà
Non sarà fumare o bere, ma qualcosa che ti porti dentro
Cioè vivere, vivere e poi, e poi vivere
(Canzone della bambina portoghese, Francesco Guccini)
Il film Vivere di Francesca Archibugi racconta alcuni giorni nella vita della famiglia Attorre, una famiglia romana attraversata da precarietà economica, tensioni affettive e fragili equilibri quotidiani. L’arrivo di Mary Ann, giovane ragazza irlandese alla pari, agisce come elemento rivelatore di conflitti già presenti: tradimenti, angosce, desideri insoddisfatti e difficoltà profonde nella capacità di stare insieme.
La Archibugi costruisce un film corale, domestico e inquieto, dove la vitalità dei corpi e dei legami convive costantemente con una sensazione di saturazione emotiva. Più che raccontare una crisi eccezionale, Vivere mette in scena la micro-traumaticità ordinaria della vita familiare contemporanea: il sovrapporsi di ruoli, l’assenza di confini, la fatica della cura, la difficoltà degli adulti a trasformare l’esperienza emotiva in pensiero condiviso.
Il film evita ogni giudizio morale e ogni soluzione consolatoria. La famiglia non guarisce davvero, ma continua a esistere dentro un equilibrio precario, ambiguo, umano. Ed è forse proprio qui che il titolo acquista il suo significato più profondo: vivere non come armonia raggiunta, ma come forma fragile e intermittente di sopravvivenza psichica.
Nel corso della serata organizzata dalla Società Psicoanalitica Italiana, la proiezione del film è stata seguita dalla lettura e discussione di due testi, proposti dai Colleghi Valeria Condino e Leonardo Spanò (CPdR), centrati sui temi della famiglia, dello spazio psichico e della funzione contenitiva nei legami contemporanei.
Un valore ulteriore è stato dato dalla presenza della regista, Francesca Archibugi, che ha partecipato all’incontro con grande disponibilità e generosità, condividendo osservazioni, ricordi e riflessioni sul processo creativo. Il film è stato assunto non tanto come oggetto culturale da interpretare, quanto come dispositivo capace di attivare interrogativi sul funzionamento familiare, sulla trasmissione inconscia e sulle forme attuali della sofferenza psichica.
Fin dalle prime osservazioni condivise nel dibattito, è emersa una convergenza attorno all’idea che Vivere non rappresenti semplicemente una famiglia disfunzionale, ma una configurazione familiare immersa in una continua condizione di saturazione: economica, affettiva, corporea e mentale in cui proprio la mancanza di spazio può essere considerata uno degli assi organizzatori dell’esperienza.
La famiglia Attorre non appare come semplice somma di individualità al limite, ma come un sistema che produce sofferenza proprio nella misura in cui tenta di conservare il proprio equilibrio. L’infelicità familiare assume così una forma specifica, irripetibile, quasi una patologia del legame che permette comunque alla famiglia di continuare a esistere. L’incipit di Anna Karenina – Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo – è stato evocato da uno degli spettatori come possibile chiave d’accesso all’universo del film.
Valeria Condino ha sottolineato come la casa della famiglia Attorre appaia insieme piena e fragile: un ambiente continuamente attraversato da bisogni, rumori, intrusioni e urgenze, ma povero di luoghi realmente trasformativi. Lo spazio domestico viene così a configurarsi non come contenitore, bensì come superficie esposta, permeabile, senza sufficiente distinzione tra interno ed esterno. In questo senso, la figura del vicino che osserva la famiglia dall’esterno è metafora di uno sguardo solitario e diffuso, incapace però di produrre un’autentica funzione riflessiva.
La discussione si è quindi soffermata sul tema della differenza tra vicinanza e contenimento. La famiglia di Vivere appare costantemente a contatto, ma raramente capace di pensare ciò che accade. È stato richiamato più volte il pensiero di Bion, in particolare l’idea della funzione alfa come capacità di trasformare gli elementi emotivi grezzi in esperienza mentalizzabile. Come ricordava Bion, il pensiero nasce dall’assenza dell’oggetto: una formulazione che mi sembra risuonare profondamente nel film, dove la continua prossimità tra i personaggi non lascia quasi mai spazio alla simbolizzazione. La saturazione dello spazio familiare appare così anche saturazione della possibilità di pensare.
Nel film sembra mancare lo spazio potenziale. Winnicott scriveva che è nel gioco, e soltanto nel gioco, che l’individuo, bambino o adulto, è libero di essere creativo. In Vivere, al contrario, gli spazi separati sembrano assumere quasi sempre la forma del segreto, dell’agito o della clandestinità: non luoghi di trasformazione, ma di fuga dalla saturazione del legame.
Proprio la figura di Susi è stata letta da Leonardo Spanò alla luce del pensiero winnicottiano sulla funzione materna di holding. La sua iperreattività emotiva, i momenti di esplosione angosciosa e la difficoltà a contenere le paure per la salute della figlia sembrano evocare il collasso di una funzione contenitiva che non riesce più a sostenere né l’ambiente familiare né se stessa.
Luca, invece, è una figura narcisisticamente vulnerabile, attraversata da vissuti depressivi e da un senso di insufficienza che cerca compensazione nell’agito erotico. In questo senso, la relazione con Mary Ann non avvia per lui un autentico movimento trasformativo, ma sembra piuttosto tentare di riattivare un senso di vitalità minacciato dall’interno.
Particolarmente intensa è stata la riflessione su Lucilla, punto di condensazione di un eccesso ambientale non mentalizzato. Il suo corpo, attraverso l’asma, sembra esprimere ciò che l’ambiente familiare non riesce a trasformare in pensiero: pressione, saturazione, impossibilità di respirare psichicamente. Ho pensato alle riflessioni di André Green sul lavoro del negativo e all’emergere del sintomo laddove il legame non riesce più a produrre spazi di rappresentazione interna.
Particolarmente ricca è stata inoltre la riflessione sulla figura di Mary Ann la quale, più che essere causa del disordine familiare, è un elemento rivelatore di qualcosa che era già presente. Facendo riferimento al perturbante freudiano, possiamo dire che la ragazza straniera non introduce il caos, ma rende visibile ciò che la famiglia riusciva a tenere silenziosamente organizzato. Leonardo Spanò ci ha ricordato come già nei film Mignon è partita e Teorema l’arrivo di una figura esterna agiva come catalizzatore delle tensioni latenti del sistema familiare. Tuttavia, mentre in Pasolini lo straniero assume una dimensione quasi metafisica, nella Archibugi il perturbante resta radicalmente quotidiano, umano.
La discussione promossa da Valeria Condino ha inoltre toccato il tema delle alleanze inconsce e dei funzionamenti condivisi. A questo proposito è stato evocato il contributo di Kaës, soprattutto nella sua riflessione sui patti inconsci che organizzano il legame familiare. In Vivere, i personaggi sembrano tenuti insieme da accordi silenziosi, omissioni reciproche e adattamenti continui che consentono alla famiglia di sopravvivere pur senza trasformarsi realmente.
Un momento particolarmente vivo della discussione ha riguardato il tema della menzogna e della quota di falso nei legami familiari. I Colleghi hanno sottolineato come il film proponga una visione non moralistica del falso: non semplice ipocrisia, ma talvolta condizione di sopravvivenza del legame stesso. È emersa l’idea che la verità, nel film, non abbia una funzione liberatoria. Le rivelazioni non producono autentica trasformazione; vengono piuttosto assorbite dal sistema familiare, quasi neutralizzate. In questo passaggio, è sembrato risuonare implicitamente il pensiero di Freud quando osserva che il soggetto non desidera soltanto conoscere, ma anche continuare a non sapere.
Il titolo stesso del film è stato discusso a lungo: un verbo all’infinito, senza aggettivi né approdi. Più che indicare una pienezza vitale, sembra alludere a una forma di sopravvivenza psichica quotidiana, fragile e ostinata. In questo passaggio sono stati evocati sia Freud sia Didi-Huberman. Da una parte, la celebre formulazione freudiana secondo cui il lavoro analitico non promette felicità assoluta ma la possibilità di trasformare la miseria nevrotica in infelicità comune; dall’altra, la riflessione di Didi-Huberman sulle lucciole come piccoli bagliori di sopravvivenza dentro il buio della storia, in dialogo critico con Pasolini e il suo celebre articolo sulla scomparsa delle lucciole.
Entrambi i discussant hanno concluso i loro interventi con un controcanto poetico, leggendo alcuni versi tratti da Ogni giorno tenere di Mariangela Gualtieri e Pare che il paradiso di Tiziano Rossi – che riporto integralmente in calce – che rimandano ad un vivere fondato sull’intervallo e sulla possibilità di fare spazio, dimensioni quasi antitetiche alla domesticità congestionata rappresentata dalla Archibugi.
La regista non ci consegna una trasformazione compiuta, ma qualcosa di più fragile e umano, che sembra restituire bene l’ambiguità profonda del titolo Vivere: non promessa di armonia, ma possibilità intermittente di attraversare il caos senza esserne completamente distrutti.
Da questo punto di vista, la famiglia Attorre sembra continuare a vivere non per trovare una soluzione ai propri conflitti, ma perché riesce – in qualche modo – a sopravvivere al proprio stesso disordine.
Mi torna alla mente il pensiero di Derrida sulla survivance: la sopravvivenza non ciò che viene dopo la vita, ma la struttura stessa del vivere. La vita è sopravvivenza.
Ogni giorno tenere
un po’ di fame.
Stare seduti a non far niente
almeno una manciata di minuti.
Dare alla terra un sorso d’acqua
un ossicino una foglia
– lei prende e centuplica e scatena –
guardare bene una faccia
nutrire un animale, almeno uno.
Guardare spesso il cielo.
Leggere una poesia sola.
Dire grazie.
Abitare un silenzio
con il corpo pregare – coi passi con le braccia.
A questo aggiungere la tua legge grande.
E può bastare.
(Ogni giorno tenere, Mariangela Gualtieri)
Pare che il paradiso sia il presente
con i suoi comunque e i pressappoco; e infatti
anche questo tuo malandare
manda chiarore.
Ora ascolti la palla che rimbomba contro un muro
e mentre il naso ti cola ‒ roba da bambini ‒
vai gorgogliando anche qualche suono oscuro.
Però numerosi
sono gli strati del pensare
e sai riconoscere almeno la grandezza
di quel trapassato polverone,
quell’allungare il ritmo, il mantenere
l’andatura degli anni; e adesso
come soldato di ossa sull’attenti
saluti tanti volti che furono rispettabili,
custodi di notizie seppellite (quante
te ne racconteranno con un soffio!). Certo
la questione rimane irrisolta, ma fantastica
ti si prospetta la schiera dei defunti.
Si spera in una nuova storia, nuove doglie.
(Pare che il paradiso, Tiziano Rossi)
XII Edizione Cinemente: Rinascite. Roma, 07/05/2026 – 25/06/2026