Parole Chiave: rinascita, relazione, cinema e psicoanalisi, Cinemente
CINEMENTE – Gioia Mia
Report di di Valeria D’Angelo
L’ultimo appuntamento di Cinemente è con Gioia Mia di Margherita Spampiato, esordiente alla regia di un lungometraggio, di cui è anche sceneggiatrice.
Nico è un bambino di dieci anni che viene mandato dai genitori a trascorrere un mese d’estate in Sicilia, da un’anziana parente di nome Gela. La casa che lo ospita è un appartamento spazioso e silenzioso, immobile nel tempo, ricco di immagini sacre alle pareti che incutono sin da subito soggezione e timore al nuovo arrivato. È un ambiente fermo, appesantito da un mobilio massiccio e antico, sempre in ombra per limitare la calura estiva e al contempo per impedire che il mondo esterno contamini e crei scompiglio. Le tende mosse dal vento sembrano essere l’unico movimento possibile in quel luogo dove la modernità non è mai arrivata e che, introdotta dal suono del cellulare di Nico, sembra disturbare e ledere una quiete eterna. “Mi hai spedito nel Medioevo”, dice il bambino al telefono alla madre: non c’è wi-fi da Gela, non c’è alcuna sorta di divertimento, solo un’educazione rigida da rispettare che vede i due protagonisti in costante tensione. Gela non risparmia a Nico un trattamento severo, apostrofandolo con parole poco accoglienti, piuttosto offese, e rimandi al suo essere figlio unico imbranato e nullafacente: rimuove anche le tracce di un’identità di bambino maschio fuori dai propri canoni, levandogli via lo smalto colorato delle unghie poco dopo il suo ingresso a casa.
L’incubo di un’estate sembra avere tutti gli ingredienti per poter prendere forma: tra questi non mancano le storie raccontate dalle donne anziane del palazzo sugli spiriti che abiterebbero il piano superiore, le cui tracce sono evidenziate da un abbaio deciso del vecchio cane Frank non appena ne avverte la presenza.
Le giornate si scandiscono sempre uguali, tra faccende domestiche e appuntamenti in chiesa, tra l’insegnamento dei fondamentali della cucina siciliana e i forzati riposini pomeridiani, in una noia che paralizza il piccolo Nico ma che presto si rivelerà motore di una curiosità che rimette in vita un’umanità sepolta nella storia di Gela. Il delicato interessamento di Nico ad alcune foto ritrovate, permette all’anziana donna di svelare la storia del suo grande amore segreto ed osteggiato, aprendo un varco di tenerezza e cauta vicinanza tra due mondi che pur non avendo nulla in comune, sanno soffrire dello stesso dolore, la perdita per una persona amata.
Anche Nico è triste per il recente addio a Violetta, la sua baby-sitter trasferitasi a Parigi e prossima al matrimonio, evento simbolico che unitamente all’incontro con Rosa, una delle bimbe del palazzo, e alle sfide a cui lei lo sottopone, lo catapulterà nel tempo della prima adolescenza.
Il film, come introduce Alexandro Fortunato all’avvio della discussione, evoca memorie infantili e riflessioni su un tempo non saturato, che offre al bambino la possibilità di scoprire ciò che prova, ciò che desidera e ciò che può sperimentare. Fortunato mette in luce il vero dono che Gela offre a Nico: la possibilità di annoiarsi e, proprio attraverso la noia, di creare uno spazio transizionale in cui immaginare nuove narrazioni e aprirsi a incontri capaci di accompagnarlo nell’attraversamento di paure sconosciute, celate, come gli spiriti, dietro una porta rimasta chiusa troppo a lungo. L’estraneità di Nico, che oltre alla sua giovane età porta anche un nome non ereditato, in contrasto con la tradizione familiare, incrina gradualmente l’austerità di Gela. Pur senza accoglierlo in un mondo costruito a sua misura, la donna gli offre un’autentica educazione sentimentale, riconoscendo il valore del suo innamoramento per Violetta e la sincerità del dolore per la sua perdita.
«Sono due persone affette da mal d’amore», osserva Alice Piacentini, interrogandosi su quanto quegli spiriti, tanto temuti quanto continuamente evocati, rappresentino i nodi irrisolti dell’esistenza, le voci rimaste inascoltate e gli enigmi che, grazie a questo incontro, possono finalmente trovare parola. Come ricorda Piacentini, il tema di Cinemente di quest’anno è «Rinascite». Richiamando le parole di Gabriel García Márquez (1986) – «Gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma la vita li costringe ancora molte altre volte a partorirsi da sé» – sottolinea come in realtà sia proprio la relazione, la cura reciproca, che nasce dall’incontro tra due personalità insieme tenere e testarde, a rendere possibile per entrambi una nuova nascita, un nuovo modo di venire al mondo. La tenerezza che lentamente si fa strada tra loro appare come un antidoto agli aspetti più duri del dolore psichico, che spesso si nasconde dietro solitudini trasformate in roccaforti, luoghi della mente inaccessibili all’altro, dove le voci non ascoltate si tramutano in spiriti destinati ad abitare rumorosamente gli spazi senza mai trovare accoglienza.
Per la regista, lo svelamento del segreto rappresenta per Gela il ponte verso un contatto profondo con Nico, destinato a diventare ancora più intimo quando i due condivideranno la morte del cane Frank. Le cure spontanee e sincere del bambino trovano un rispecchiamento nel dono di una giornata al mare: finalmente uno spazio aperto, oltre i confini del severo appartamento, in cui Nico può giocare con i suoi coetanei e assaporare i fremiti e la vitalità di un’adolescenza alle porte. Fabio Castriota riprende così il valore della relazione, che, come quella tra i protagonisti del film, si rivela un motore creativo capace di condurre ciascuno alla scoperta della propria autenticità. Come scrive Franco Arminio, «le persone si incontrano per rinascere, nascere non basta mai a nessuno».
Bibliografia
García Márquez, G. (1986). L’amore ai tempi del colera. Milano: Mondadori.