Parole chiave: trauma, colpa
Autore: Amedeo Falci
Film: “The Odyssey”
Dati del film: regia di Christopher Nolan , USA, 2026, durata 172’
Genere: drammatico, fantasy
PTWD. POST-TRAUMATIC WAR DISORDER.
Il primo indizio è proprio nell’incipit del film, nelle prime parole del rapsodo, che scandendo con il bastone il ritmo dei brani epici, declama: “A man, a war, a trick, in a time of apparent magic…“. Ma se è magic allora è fantasy, ma se è fantasy dunque non è mith. Il fantasy è genere narrativo epico incentrato su contrapposizioni etiche semplificate (Bene e Male), su mondi immaginari, elementi magici, e riferimenti mitici costruiti ex-novo per l’opera (vedi Tolkien). I miti sono tutt’altro: si tratta di narrazioni tramandate oralmente, anch’esse di fantasia, ma costruzioni culturali e simboliche rappresentative di civiltà realmente esistite, tentativi allegorici di spiegazioni naturali o sociali attraverso la creazione di cosmogonie, di eroi e divinità immaginarie. Dunque, l’operazione di Nolan si dirige verso qualche forma di rielaborazione dei miti, ovvero cede alla tentazione fantasy?
Qui entra in gioco, nel film, come in tutte le costruzioni narrative, il meccanismo generativo della sospensione di incredulità (suspension of disbelief, Colerigde, 1817),quel patto tacito tra autori e lettori per cui questi ultimi si astengono temporaneamente da qualsiasi posizione critica realistica e logica in un’esperienza di totale abbandono poetico alla narrazione dei mondi e dei personaggi. Naturalmente la regola di sospensione dell’incredulità, per cui i lettori, gli spettatori, credano ai mondi rappresentati, implica che il testo non possa sottrarsi a implicite regole di coerenza interna. Ad es. Athena può comparire e scomparire alla vista, in quanto le riconosciamo i poteri di una dea, ma se lo facesse Odisseo, uomo mortale, qualcosa non tornerebbe.
Il punto critico essenziale verso questa ultima opera di Nolan riguarda il suo districarsi tra intenzioni intellettuali ed artistiche — che cosa voglia dirci attraverso la ricucitura molto personale solo di alcuni elementi scelti del poema — e la scommessa in un’operazione da 250 milioni di dollari. La questione è fino a che punto il regista porti avanti una coerente reinterpretazione del testo omerico, in un discorso di drammatica attualità contro l’orrore delle guerre. O se, invece, utilizzando la sospensione di incredulità dell’opera filmica, in qualche modo non ci “imbrogli” infiltrando, attraverso l’inclinazione al fantasy, altri elementi spuri di ideologia contemporanea. Generiche narrazioni “politicamente corrette” connesse all’indignazione contro le guerre, ma anche legate alla vaghezza di una mentalità woke di vigilanza critica contro le discriminazioni razziali, le disuguaglianze sociali, le emarginazioni delle minoranze. Ecco, forse, il senso di un cast multietnico, su cui si è discusso molto e forse a sproposito. Ma, come ha scritto qualcuno prima di me sui social, il cast di questo film è più rappresentativo della composizione etnica di Manhattan o di Londra, che non delle varietà etniche mediterranee del primo millennio a.C. A che cosa è servita dunque la scelta di un cast etnicamente multicomposito e la marginale, e forse solo iconica, presenza di Lupita Nyong’o, se non ad un’ostentazione di inclusività? Questi, ed altri elementi, più che a reinterpretare il testo, tenderebbero ad un riadattamento a certo canoni della cultura attuale Usa ed occidentale, in un percepibile stridore con la filologica ricostruzione delle culture del mondo arcaico.
Riguardo alla reinterpretazione del personaggio eroico, l’Odisseo di Nolan non ha nulla a che fare con il personaggio “dal multiforme (polýtropos) ingegno” di Omero. Nessuna arguzia, nessuna tracotanza, nessuna arte di inganni, nessuna arroganza, e, se ci fate caso, nessuna inclinazione poligamico-sessuale con Circe e Calipso. Odisseo non è più quell’intrigante costruttore di inganni del testo omerico, ma solo un pentito della guerra, il veterano che ne porta inciso il trauma (Liotti, Farina, 2011; van Der Kolk, 2015), ossessionato dai ricordi e dalla colpa, pensoso, triste, depresso, il cui unico desiderio è il ritorno a casa. Un personaggio epocale che porta il peso della distruzione di una città, Troia, e quindi — gli fa dire Nolan — del peso della distruzione del mondo intero. Un reduce oppresso dai ricordi che cerca solo l’oblio delle droghe. Calipso qui è insieme la sua pusher (gli amministra i fiori del loto) e la sua psicoterapeuta: vorrebbe riconsegnarlo ai suoi ricordi. Certo, sette anni di terapia non sono pochi; ma alla fina la ninfa lo disassuefà, e lo congeda. In quest’angoscia di sentire tutto il peso della fine del mondo, Odisseo è apertamente correlato all’Oppenheimer (2023) dello stesso Nolan: come lo scienziato, anche il greco è stato il geniale ideatore di un mezzo di distruzione di massa — il cavallo — per porre fine alla guerra, ma al prezzo di un massacro. L’eroe omerico è qui insieme the guilty e the tragic man (Kohut, 1982, 1984; Droga, Kaufmann, 1995) che porta i pesi delle sue responsabilità personali, e non sa più come agire, giacché in questa Odyssey atea, non sono più gli dei che ordiscano trame per mandare in rovina gli uomini (tranne che non siano provocati: se vi capita, non accecate mai il figlio di un dio), ma sono questi ultimi con le loro scellerate azioni a decretare la fine di essi stessi e delle civiltà. Una rilettura politica del testo che ci pare sensibilmente attuale.
Ma, l’intento di una lettura politico-contemporanea dell’Odissea va di pari passo con la consapevolezza della massiccia blockbusterizzazione del prodotto. Da un anno e più, si è assistito ad un’impressionante omerica (è proprio il caso di dire) operazione hype di costruzione di una massiccia campagna informativa finalizzata al marketing, con aggiunta moltiplicativa di passaparola sui social, che, anche se di carattere critico, sono servite ad amplificare esponenzialmente il volume propagandistico dell’evento. Le esigenze di mercato hanno evidentemente fatto pressione sulla preponderanza degli elementi fantasy, piùin grado di attirare gli spettatori. Ecco l’imponente elmo di Agamennone come ammiccante citazione di Batman, ma anche palese omaggio al Darth Vader di Star wars (1977). Ecco le magnifiche scene navali e le tempeste. Il ciclope. Le splendide armature rinascimentali (!?) dei Lestrigoni. I troiani come ne Il signore degli anelli. Gli scontri armati. Le vistose corazze e gli elmi fantasiosi. L’originale cavallo. La suspence per i greci che nottetempo aprono le porte di Troia. La sua violenta conquista. Le non poche scene horror. Gli zombie dell’Ade. Gli stupefacenti contesti naturali. Ed altro ancora.
Ma, in tanto splendore, alcune imperdonabili sviste contrastano con il respiro alto dell’opera. Si possono fare parlare personaggi mitologici in angloamericano, con dad e mum? Mel Gibson ha utilizzato nei dialoghi, l’aramaico ed il latino per La passione di Cristo (2004), e un dialetto mesoamericano antico per Apocalipto (2006)! E non è un grossolano svarione logico che i protagonisti parlino di sé stessi dicendo di essere alla fine di un’epoca? Intanto non vi era una concezione della storia nel tempo antico, e poi, come avrebbero potuto saperlo? È lo stesso paradosso della storiella in cui un tizio incontra Franz Schubert e gli chiede: caro Maestro, come va la sua “Incompiuta”? E ancora, non è iconico di un certo stile di vita occidentale e benestante che una coppia di amanti (re e regina) dica: lasciamo tutto, noi due e il bambino, saliamo su una barca (magari con i rematori) e andiamo verso occidente. E questa legge di Zeus, di cui si (stra)parla per tutto il film, che altro non è che la xenia, l’ospitalità sacra per lo straniero presente nella mitologia e cultura greca antica, appare mescolata con scarsa accuratezza critica al principio cristiano di “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te!”. Come se il film spacciasse un’ideologia costituita da una mescolanza sincretica dei grandi testi dell’occidente: Iliade, Odissea, Bibbia e Vangeli! E perché presentare anche la guerra come violazione della legge di Zeus mentre è tutta un’altra logica? Lo dice Odisseo stesso a Penelope spiegando le vere ragioni della guerra, al di là di Elena.
Insomma, il lato meritevole di Odyssey è il suo essere un tentativo di reintepretazione del poema in chiave politica e antimilitarista, contro la feroce cultura di guerra e di annientamento del mondo antico greco. Ferocia bellica oscurata da una declinazione “apollinea” nella nostra divulgazione scolastica, la quale ha sempre scotomizzato gli aspetti spietati, brutali, violenti e sanguinari di quella cultura (il trascinamento del corpo di Ettore per tre giri intorno alla città, lo scaraventare il piccolo Astianatte giù dalle mura di Troia, come ci pare?). Nondimeno la cifra dell’opera, alla fine, è quella di uno straordinario fantasy mitologico: un prodotto di un altissimo livello registico, tecnico, realizzativo ed attoriale, che garantisce il successo di un film maestoso, possente ed avvincente, che ti porta fin troppo dentro le immagini (ed il frastuono). Un film probabilmente da rivedere ancora e di cui certamente continueremo a discutere.
Certo, per chi poi volesse confrontarsi con rappresentazioni del mondo greco arcaico attraverso immagini, linguaggi e silenzi cinematografici più rispettosi della sacralità, della enigmaticità, ma anche della crudeltà di quel mondo, allora occorrerebbe magari ripensare a Medea di P.P. Pasolini (1969). Ma non era un fantasy.
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Coleridge, S. T. (1817). Biographia literaria. On-line in University of Pennsylvania.
Droga, J. T., Kaufmann, P. J. (1995). Chapter 16 The Guilt of Tragic Man. Progress in Self-Psychology. 11:259-276
Kohut, H. (1982). Introspection, empathy, and the semicircle of mental health. Int. J. Psycho-Anal., 63: 395-407.
Kohut, H. (1984). La cura psicoanalitica. Bollati Boringhieri, Torino 1986.
Liotti, G., Farina, B. (2011). Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Cortina, Milano.
van der Kolk, B. (2015). Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Cortina, Milano.