Parole: trauma, transgenerazionale
Autrice: Mirella Montemurro
Titolo: “Diane in the Loop” (“Un détour par Diane”)
Dati sul film: regia di Ann Sirot e Raphaël Balboni, Belgio e Francia, 2026, 92 minuti
Genere: commedia drammatica
Presentato nella sezione Orizzonti dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, “Un détour par Diane” — titolo internazionale “Diane in the Loop” — è il terzo lungometraggio scritto e diretto da Ann Sirot e Raphaël Balboni.
Il détour del titolo è una deviazione concreta, ma anche esistenziale e psichica.
Diane è convinta che lo stupro subito dalla madre abbia deviato irreversibilmente il corso della sua vita, inducendola a interrompere gli studi e a scegliere il matrimonio e la maternità. Allo stesso tempo, è la stessa protagonista a muoversi in una sorta di circuito chiuso — il loop evocato dal titolo internazionale — nel quale il passato materno continua a ripetersi dentro di lei, orientandone le relazioni e il modo di guardare gli uomini. Sarà proprio una deviazione dalla strada prevista ad aprire una breccia nelle sue certezze.
Diane è una giovane donna impulsiva e imprevedibile, sospesa in un rapporto contraddittorio con il maschile: desidera gli uomini, ma nello stesso tempo li disprezza; li cerca e subito li respinge, soprattutto quando avverte il rischio di dipendere da loro o di essere umiliata. Quando scopre che, tre anni prima della sua nascita, la madre ha subito uno stupro, sente di avere finalmente individuato l’origine del proprio malessere. Decide allora di raggiungere il luogo in cui è avvenuta la violenza, animata dal bisogno di ottenere una riparazione che la madre, invece, non sembra desiderare. Quest’ultima vorrebbe dimenticare e provare finalmente a diventare la donna che sente di non essere riuscita a essere.
È nello scarto tra il bisogno della figlia di ricordare e quello della madre di dimenticare che il film colloca il suo nucleo più profondo. Diane rilegge retrospettivamente l’intera vita materna alla luce dello stupro: nella sua fantasia, la famiglia non sarebbe nata da un desiderio, ma rappresenterebbe la conseguenza indiretta di quella violenza. Anche la propria esistenza finisce così per essere inscritta nella frattura, sebbene Diane sia venuta al mondo tre anni dopo l’accaduto.
Il trauma, infatti, non appartiene mai soltanto al passato. Quando non può essere pensato e trasformato, continua a vivere nelle generazioni successive attraverso silenzi, identificazioni e fantasie inconsce. La psicoanalista Faimberg ha descritto questo fenomeno come un “telescopage delle generazioni”: nella vita psichica dei figli possono depositarsi vicende che appartengono alla storia dei genitori, ma che vengono percepite come intimamente proprie (Faimberg, 1988). Diane sembra assumersi l’offesa subita dalla madre, trasformandola in una missione personale. Vuole vendicarla, ma anche restituirle la vita che immagina le sia stata sottratta.
In questa prospettiva, persino l’odio di Diane verso gli uomini appare come un’eredità transgenerazionale. La giovane non ha vissuto l’evento traumatico, ma sembra averne assorbito la rappresentazione del maschile come minaccioso, prevaricatore e inaffidabile. Ogni incontro viene filtrato attraverso questa lente: il desiderio espone al pericolo e avvicinarsi significa rischiare di farsi ferire. Per questo Diane cerca di dominare preventivamente la relazione, attaccando l’altro prima che possa deluderla o umiliarla.
Il suo modo di rapportarsi agli uomini dà origine ad alcune delle scene più divertenti del film. Diane non sembra capace di abitare la seduzione con gradualità: passa dall’attrazione all’attacco, dalla provocazione al rifiuto, come se ogni incontro dovesse stabilire immediatamente chi detiene il controllo. Ridiamo delle sue reazioni sproporzionate, ma avvertiamo anche la fragilità che cerca di proteggere.
Ad accompagnarla nel viaggio compare inoltre la nonna, morta da tempo, che le si manifesta con la familiarità insistente di un grillo parlante. È una presenza buffa e insieme significativa: una voce interiore che commenta, ammonisce e provoca, restituendo a Diane ciò che lei non vorrebbe ascoltare. Il film rende così visibile il modo in cui i legami continuano ad abitarci anche dopo la morte, trasformandosi in presenze interne dalle quali cerchiamo approvazione o contro le quali continuiamo a ribellarci.
L’incontro lungo la strada con un giovane rimasto in difficoltà con la bicicletta introduce una prima incrinatura nel mondo chiuso della protagonista. Diane gli si avvicina con la consueta miscela di curiosità, diffidenza e aggressività, tentando ancora una volta di governare il rapporto prima che possa coinvolgerla. Ma il ragazzo non corrisponde del tutto all’immagine maschile che lei porta dentro di sé. La relazione con lui e, soprattutto, una scoperta inattesa costringono Diane a riconsiderare le proprie certezze.
Senza rivelare ciò che accade, si può dire che il viaggio iniziato come ricerca di un colpevole divenga progressivamente un percorso dentro l’ambivalenza. Diane parte pensando che esistano vittime e carnefici, innocenti e colpevoli, donne da salvare e uomini da combattere. Ciò che incontra, però, non si lascia ordinare con altrettanta facilità. La realtà affettiva non obbedisce alla logica rassicurante del bianco e del nero: è attraversata da contraddizioni, responsabilità, desideri e verità differenti, talvolta incompatibili eppure simultaneamente autentiche.
Anche il rapporto tra Diane e sua madre sfugge a ogni lettura univoca. La figlia vorrebbe liberarla, ma rischia di imprigionarla nuovamente nel trauma, riducendo tutta la sua esistenza a ciò che ha subìto. Pretende che ricordi perché lei non tollera il silenzio; vorrebbe restituirle la donna che avrebbe potuto essere, ma finisce per decidere al suo posto chi quella donna avrebbe dovuto diventare. La madre, al contrario, rivendica il diritto di dimenticare, o almeno di non fare della violenza il centro permanente della propria identità.
Il film pone così una domanda delicata: a chi appartiene un trauma? Alla persona che lo ha subito oppure anche a chi, senza averlo vissuto, ne ha ereditato le tracce? Diane deve lentamente comprendere che riconoscere l’eredità materna non significa appropriarsene, né trasformarsi nella vendicatrice di un dolore che la madre desidera elaborare in modo diverso.
Riferimento bibliografico
Faimberg, H. (1988), “The Telescoping of Generations: Genealogy of Certain Identifications”, Contemporary Psychoanalysis, 24, pp. 99-117.