Parole chiave: limite, desiderio
Autore: Chiara Napoli
Titolo: “Everest: The Other Side”
Dati sul film: regia di Elizabeth Chai Vasarhelyi e Jimmy Chin; USA, Cina, Nepal; 2026; 115’; presentato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Venice Open – Fuori Concorso; uscita nelle sale prevista nell’autunno 2026.
Genere: documentario
In una sala gremita entrano i protagonisti di “Everest: The Other Side” e la folla quasi spontaneamente si apre al loro passaggio. Poi arriva Jim Morrison e la sala lo acclama. C’è già qualcosa dell’eroe in questa scena: colui che ha compiuto l’impresa eccezionale, che è arrivato là dove gli altri non arrivano e ha attraversato un limite. Quando, quasi due ore dopo, le luci si riaccendono e il pubblico applaude nuovamente Morrison, qualcosa però è cambiato. Non è più soltanto l’uomo dell’Everest: è diventato una figura psichicamente vicina, un uomo che ha attraversato perdite quasi indicibili e tenta, nonostante tutto, di continuare a vivere e a desiderare. Tra questi due applausi si svolge forse il vero viaggio del film.
Il documentario di Elizabeth Chai Vasarhelyi e Jimmy Chin racconta il progetto degli sci-alpinisti Jim Morrison e Hilaree Nelson: scalare la parete nord diretta dell’Everest e discenderla con gli sci. Dietro l’impresa sportiva emerge immediatamente una domanda più radicale: che cosa spinge un essere umano verso un limite sapendo che quel limite potrebbe coincidere con la propria morte? È una domanda che può essere letta attraverso l’antica categoria greca dell’hýbris. Essa non indica soltanto orgoglio o tracotanza, ma l’oltrepassamento della misura che definisce la condizione umana, la tensione verso ciò che eccede il limite assegnato all’uomo (Dodds, 1951; Vernant, Vidal-Naquet, 1972).
L’Everest diventa così una rappresentazione concreta della misura. L’altitudine, il freddo, la rarefazione dell’ossigeno e la possibilità della caduta ricordano continuamente al corpo la propria vulnerabilità. Eppure è proprio là dove il limite diventa più evidente che nasce il desiderio di oltrepassarlo. Morrison e Nelson non vogliono semplicemente raggiungere la vetta: vogliono realizzare qualcosa che nessuno ha ancora compiuto integralmente. In questo “non ancora” si apre lo spazio dell’hýbris. Non perché ignorino il pericolo: al contrario, lo conoscono, lo studiano e lo misurano. La domanda diventa quindi più inquietante: perché conoscere il limite non basta a spegnere il desiderio di attraversarlo?
In questo senso l’alpinista contemporaneo incontra qualcosa dell’eroe tragico. Edipo continua a cercare la verità anche quando essa minaccia di distruggerlo; Aiace non sopravvive alla frattura della propria identità eroica; Prometeo attraversa deliberatamente il confine imposto dagli dèi. L’eroe tragico non è sempre colui che non vede il limite: talvolta è colui che lo vede e, tuttavia, continua.
Nel corso del film, però, la montagna cambia significato. Hilaree Nelson muore nel 2022 durante una discesa con gli sci dal Manaslu. Il progetto, nato come sogno condiviso da una coppia, viene attraversato dalla realtà della perdita. Morrison rimane solo davanti a ciò che era stato immaginato in due e decide di continuare. L’hýbris assume allora un secondo significato: non riguarda più soltanto il rapporto fra l’uomo e la natura, ma quello fra l’uomo e la morte. La vicenda acquista una profondità ancora maggiore perché Morrison aveva già perduto, nel 2011, la moglie e i due figli in un incidente aereo.
In “Lutto e melanconia”, Freud descrive il lutto come il doloroso confronto con la realtà della perdita dell’oggetto amato (Freud, 1915). Ma il lavoro del lutto non coincide semplicemente con la cancellazione del legame: l’oggetto perduto può continuare a vivere nel mondo interno attraverso processi di interiorizzazione e trasformazione (Klein, 1940). È precisamente questa ambivalenza che il film lascia aperta. Portare a termine l’impresa significa separarsi da Hilaree o continuare a tenerla psichicamente accanto a sé? È elaborazione della perdita o impossibilità di rinunciare? Fedeltà all’oggetto perduto o sfida alla morte?
Il film non scioglie questa tensione. L’Everest diventa uno spazio psichico nel quale Morrison può trasformare il rapporto con ciò che ha perduto. La montagna non è più semplicemente qualcosa da conquistare: diventa qualcosa attraverso cui passare. Anche l’espressione “the top of the world” acquista allora una particolare densità: indica il punto più alto della Terra, ma richiama anche la fantasia di trovarsi al culmine di sé, quasi invulnerabili. Proprio sulla cima del mondo, tuttavia, il corpo ricorda all’uomo che nessuna altezza può sottrarlo alla propria finitezza.
Qui l’antica hýbris incontra ciò che, in termini psicoanalitici, possiamo pensare come principio di realtà (Freud, 1911). Sull’Everest non ci sono dèi offesi: c’è la realtà. La montagna è indifferente al desiderio umano e oppone alla fantasia onnipotente il corpo, alla fantasia d’immortalità la vulnerabilità, all’illusione del controllo l’imprevedibilità.
Eppure il film non è un’apologia del limite contro il desiderio. Una certa capacità di oltrepassare ciò che è dato appartiene alla creatività umana. Crescere e trasformarsi significa anche immaginare che il limite presente non sia necessariamente quello definitivo; vivere creativamente implica poter incontrare la realtà senza esserne semplicemente schiacciati (Winnicott, 1971). La questione diventa allora non eliminare l’hýbris, ma trasformarla.
Il film sembra mostrare due modi differenti di andare oltre. Nel primo si sale per vincere il limite: arrivare dove nessuno è arrivato, conquistare l’impossibile, essere “on top of the world”. Nel secondo si continua a salire sapendo che esistono realtà — la morte, la perdita, la finitezza — che non possono essere sconfitte. I due gesti esteriormente coincidono, ma psichicamente sono diversi: nel primo si può salire per negare la finitezza; nel secondo si può continuare a salire proprio perché la finitezza è stata riconosciuta.
Forse la vera “other side”, l’altra parte evocata dal titolo, non si trova dietro la montagna. Si trova oltre la fantasia di poterla conquistare: nel luogo psichico in cui riconoscere il limite non significa rinunciare al desiderio, ma rinunciare all’onnipotenza. E continuare, nonostante tutto, a desiderare.
Bibliografia
Dodds E.R. (1951). I Greci e l’irrazionale. Firenze, La Nuova Italia, 1959.
Freud S. (1911). Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico. O.S.F., 6. Torino, Boringhieri.
Freud S. (1915). Lutto e melanconia. O.S.F., 8. Torino, Boringhieri.
Klein M. (1940). Il lutto e la sua connessione con gli stati maniaco-depressivi. In Scritti 1921-1958. Torino, Boringhieri, 1978.
Vernant J.-P., Vidal-Naquet P. (1972). Mito e tragedia nell’antica Grecia. Torino, Einaudi, 1976.
Winnicott D.W. (1971). Gioco e realtà. Roma, Armando, 1974.