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“Ink” di Danny Boyle. Recensione di Mirella Montemurro

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"Ink" di Danny Boyle. Recensione di Mirella Montemurro

Parole chiave: onnipotenza, pulsione di morte

Autrice: Mirella Montemurro
Titolo: “Ink”
Dati sul film: regia di Danny Boyle, 2026, Francia, GB, USA, 116’
Genere: drammatico, storico

Chi, che cosa, dove, quando e perché. “Ink” si apre evocando le cinque W del giornalismo,
le domande che dovrebbero guidare ogni racconto dei fatti. Ma è proprio sull’ultima, why,
che il dialogo iniziale tra Rupert Murdoch e Larry Lamb introduce una crepa: il perché, a
volte, rimane oscuro. E forse è questa la domanda intorno alla quale ruota davvero il film
di Danny Boyle. Perché desiderare tanto? Perché spingersi oltre ogni limite? Perché
sacrificare principi e relazioni pur di conquistare il successo?
Il perché di Larry Lamb è oscuro perché è, prima di tutto, inconscio.
Film d’apertura dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, “Ink”
racconta l’acquisto del Sun da parte di Rupert Murdoch e la sua vertiginosa
trasformazione, sotto la direzione di Lamb, da quotidiano sull’orlo del fallimento a giornale
capace di raggiungere milioni di lettori. Boyle adatta l’omonima pièce teatrale del 2017 di
James Graham, qui anche sceneggiatore, conservandone la forza dialettica e la struttura
fondata sul confronto tra i personaggi, ma imprimendole il ritmo febbrile e irriverente del
proprio cinema.
Il titolo significa letteralmente “inchiostro”, la materia concreta di cui è fatto il giornale. Ma
l’inchiostro è anche ciò che lascia un segno: trasforma un avvenimento in racconto e
imprime una determinata rappresentazione della realtà nella mente di chi legge. In “Ink”,
l’inchiostro, non serve più soltanto a registrare il mondo, ma diventa lo strumento con cui il
mondo può essere riscritto, orientato e infine posseduto. Vince chi occupa più spazio e
riesce a impadronirsi dell’attenzione del pubblico.
Al centro della vicenda, più ancora di Murdoch, c’è Larry Lamb, interpretato da Jack
O’Connell con un’energia corporea quasi incontenibile. Figlio di un operaio dello Yorkshire
e proveniente da un ambiente proletario, Lamb porta dentro di sé la memoria di un’origine
vissuta come una condanna. La sua ambizione non sembra nascere soltanto dal desiderio
professionale di dirigere un grande quotidiano. È soprattutto una domanda di
riconoscimento, un tentativo di riscatto sociale e, più profondamente, identitario.
Lamb vuole diventare qualcuno perché teme di non essere nessuno. Cerca nel successo
una nuova immagine di sé, abbastanza potente da cancellare quella del bambino
cresciuto ai margini, figlio di un mondo guardato dall’alto in basso dalle élite di Fleet
Street. La ferita originaria, però, non viene elaborata: viene combattuta attraverso una
costruzione maniacale di potenza. Più il giornale vende, più Lamb sembra sentirsi vivo.
Ogni nuovo lettore diventa una conferma narcisistica, ogni traguardo numerico una
temporanea smentita della propria fragilità.
L’incontro con Murdoch, interpretato da Guy Pearce con un’ambiguità fredda e seducente,
offre a questa fame l’oggetto perfetto. Murdoch comprende il bisogno di Lamb e gli
promette ciò che l’establishment gli ha negato: un posto al vertice, una squadra, un
giornale da reinventare e un avversario da sconfiggere.

Il progetto editoriale del nuovo Sun nasce all’insegna di un’apparente liberazione: parlare
finalmente alla gente comune, sottrarre il giornalismo alla distanza paternalistica delle
élite, interessarsi a ciò che diverte, scandalizza e attrae il lettore. Ben presto, tuttavia, il
proposito di “dare al pubblico ciò che vuole” diventa la giustificazione di ogni cedimento. Il
giornale rinuncia progressivamente a educare, chiarire e informare per eccitare,
semplificare e sedurre.
Anche l’introduzione dei nudi femminili risponde a questa logica. Il corpo della donna viene
ridotto a superficie da esibire, merce capace di catturare lo sguardo e moltiplicare le
vendite. Il desiderio non è interrogato, ma sfruttato; non apre all’incontro con l’altro, bensì
lo trasforma in oggetto consumabile. È uno dei passaggi attraverso cui Lamb conduce il
Sun, in brevissimo tempo, verso milioni di lettori.
La crescita vertiginosa della tiratura assume così il carattere di un’euforia maniacale:
bisogna correre, superare il Daily Mirror, infrangere un nuovo record, conquistare altro
spazio. Fermarsi significherebbe pensare, e pensare vorrebbe dire tornare in contatto con
il vuoto che quella corsa tenta di colmare. Boyle traduce tale eccitazione in una regia
ipercinetica, fatta di montaggio serrato, prospettive oblique, accelerazioni e improvvise
deformazioni. La redazione somiglia a un organismo attraversato da un’elettricità continua:
la parola corre dalla bocca alla rotativa, la notizia diventa titolo e il titolo si trasforma
immediatamente in merce.
La matrice teatrale rimane riconoscibile nei dialoghi e nella costruzione corale delle scene,
mentre la macchina cinematografica ne amplifica il movimento fino a renderlo quasi
compulsivo. Lo spettatore viene trascinato nell’euforia dell’impresa prima di essere invitato
a osservarne il prezzo. Il tono brillante dell’ascesa editoriale viene infatti incrinato dal
rapimento di Muriel, moglie di Alick McKay, stretto collaboratore di Murdoch, sequestrata
per errore da uomini convinti che fosse la moglie del magnate. Senza trasformare la
vicenda in un semplice nesso di causa ed effetto, il film introduce attraverso questo evento
la fragilità, la violenza e la morte in un universo che si credeva onnipotente.
Sul piano simbolico, il rapimento rivela il lato oscuro della conquista. Lamb e Murdoch
hanno costruito un sistema fondato sulla convinzione di poter dominare il mercato, il
desiderio dei lettori e la realtà trasformata in notizia. Ma ciò che è stato rimosso ritorna
nella forma del trauma. La violenza non rimane confinata nelle pagine: attraversa il confine
tra rappresentazione e vita e raggiunge il cuore stesso del gruppo di potere. Quando il
potere viene utilizzato per sanare ferite identitarie mai riconosciute, rischia di produrre
morte: morte dell’altro, ridotto a mezzo; morte della responsabilità; morte della capacità di
accettare un limite.
L’onnipotenza diventa così una difesa contro l’angoscia della finitudine. «In fondo nessuno
crede alla propria morte, o, ciò che è lo stesso, nel suo inconscio ognuno di noi è convinto
della propria immortalità» (Freud, 1915, p. 137).
Lamb corre perché non può fermarsi, conquista perché non può perdere, accumula lettori
perché non può tollerare di sentirsi irrilevante. Ma nessun successo può modificare il
passato o riparare definitivamente ciò che è stato perduto. Un’identità edificata
interamente sul potere rimane dipendente dallo sguardo degli altri e, proprio per questo,
condannata a chiedere conferme sempre nuove.

Accanto alla lettura psicologica, Danny Boyle trasmette un preciso messaggio sociale. La
nascita del nuovo Sun segna un passaggio decisivo nella storia dell’informazione: il lettore
non è più considerato un cittadino al quale offrire strumenti per comprendere la realtà, ma
un consumatore di cui catturare desideri e impulsi. Il giornale non si limita a rispecchiare i
gusti del pubblico: li alimenta, li semplifica e li trasforma in profitto. In questa mutazione è
possibile riconoscere l’origine dei meccanismi che governano oggi i social network, i
contenuti virali e gli algoritmi fondati sulla conquista dell’attenzione.
La parabola narrata da “Ink” non riguarda dunque soltanto il giornalismo scandalistico.
Parla di una società che confonde la visibilità con l’esistenza, il consenso con la verità e
l’eccitazione con la vitalità. L’inchiostro del titolo è una sostanza ambivalente: può dare
forma all’esperienza e conservarne la memoria, ma può anche coprire, macchiare e
rendere illeggibile ciò che si trova sotto.
Il “perché” che all’inizio sembrava irrilevante torna allora come la domanda decisiva. Dietro
l’ambizione, il denaro e i milioni di copie vendute rimane un bambino dello Yorkshire che
tenta di sottrarsi alla propria impotenza. Ma ciò che non può essere pensato è destinato a
essere agito. E nessuna quantità di inchiostro potrà cancellarlo.

Riferimenti bibliografici

Freud, S. (1915), Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, in Opere, vol. 8, Torino,
Bollati Boringhieri, p. 137.

“Ink” di Danny Boyle. Recensione di Mirella Montemurro Monica Castellini

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