Parole chiave: adolescenza, devianza
Autrice: Mirella Montemurro
Titolo: “La città dei vivi”
Dati sul film: regia di Edoardo Gabbriellini; Italia, 2026; 104’; in concorso nella sezione Orizzonti dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia
Genere: Drammatico
Presentato in concorso nella sezione Orizzonti alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, “La città dei vivi”, di Edoardo Gabbriellini affronta l’omicidio di Luca Varani, ventitreenne ucciso a Roma nel marzo 2016. Liberamente tratto dal romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia, il film rinuncia a seguire gli assassini e a interrogarsi sulle ragioni, forse insondabili, della loro violenza. Sposta lo sguardo sulla vittima, restituendole un volto, una storia e una trama di affetti, prima che il suo nome venga inghiottito dalla cronaca nera.
Non assistiamo alla ricostruzione di un delitto, ma a un racconto di formazione brutalmente interrotto. Gabbriellini lascia l’orrore quasi interamente fuori campo. È una scelta estetica ed etica: non trasformare la sofferenza in spettacolo, non consegnare ancora Luca allo sguardo dei carnefici. Proprio perché non mostrata, la violenza incombe su ogni immagine.
Il film si apre in un orfanotrofio di Sarajevo. Una coppia deve scegliere un bambino tra tre neonati: prende Luca, mentre gli altri rimangono a piangere. L’immagine colloca all’origine della sua storia una duplice esperienza: essere stato abbandonato ed essere stato scelto. L’adozione gli offre una famiglia amorevole, ma non cancella la discontinuità primaria della sua vicenda. Essere scelto non annulla l’essere stato, prima, lasciato.
L’adozione non costituisce di per sé una condizione patologica, ma può rendere più complesso il lavoro psichico intorno alle origini, all’appartenenza e al sentimento della propria continuità. Nell’adolescenza, tempo di separazione e di rilettura della storia infantile, possono riemergere domande radicali: da dove vengo? Perché sono stato lasciato? Sarebbe arbitrario ricondurre a questo la complessità di Luca; eppure, il primo abbandono sembra permanere come una zona opaca, forse prossima a quel «conosciuto non pensato» con cui Bollas indica esperienze precoci inscritte prima di poter diventare parole (Bollas, 1987).
Qualcosa di questo movimento affiora nel rapporto con Marta. Il loro legame è tenero e imperfetto, tra litigi, menzogne e riconciliazioni. Con lei Luca immagina una casa e un futuro; eppure, proprio quando il rapporto sembra offrirgli stabilità, si allontana, la lascia e ritorna. Più che un’incapacità di amare, sembra il tentativo inconsapevole di governare ciò che un tempo è stato subìto. Lasciare, prima di poter essere lasciato, trasforma la passività originaria in azione, come se Luca mettesse alla prova la possibilità di continuare a essere amato anche dopo aver respinto.
Dalla vicenda intima lo sguardo si allarga alla realtà giovanile romana: periferie lontane dal centro, lunghi tragitti sugli autobus, ragazzi fermi al muretto, famiglie modeste, lavori precari e curricula senza risposta. La città non è uno sfondo, ma un organismo smisurato che promette infinite possibilità e lascia molti giovani ai margini di un futuro incapace di includerli.
Luca frequenta la scuola serale, ma progressivamente se ne allontana. Mente ai genitori e all’insegnante, interrompe gli studi, cerca un impiego senza riuscire a investirlo davvero di desiderio. La dispersione scolastica non appare come una mancanza di volontà, ma come una rottura del legame con il futuro e con la possibilità di immaginare una propria traiettoria. Talvolta chi abbandona gli studi ha già smesso di credere che quel luogo sappia riconoscerlo.
Per questo “La città dei vivi” sarebbe importante da vedere nelle scuole: non per impaurire o impartire una lezione morale, ma per pensare il bisogno di appartenenza, il desiderio di riconoscimento, l’attrazione per il rischio e la difficoltà di prevedere le conseguenze delle proprie azioni.
Winnicott scrive che «l’immaturità è un elemento essenziale della salute nell’adolescenza» (Winnicott, 1968). Non è un difetto da eliminare, ma una condizione in cui possono nascere creatività e nuove forme del vivere. Ha però bisogno di adulti capaci di restare presenti e di proteggere il tempo della crescita. Gli adolescenti possono sentirsi invulnerabili proprio mentre sono massimamente esposti; apparire adulti nel corpo, conservando aree psichiche ancora infantili.
Luca possiede questa disarmante miscela di audacia e ingenuità. La doppia vita, il denaro facile, le menzogne e gli incontri rischiosi non lo rendono meno innocente. Il film non lo idealizza: ne mostra irascibilità, contraddizioni e inconcludenza. Proprio questa imperfezione gli restituisce piena umanità. Luca non ha ancora conosciuto la barbarie della vita e, quando la incontra, non sa riconoscerla. Crede, come spesso i giovani, di potersi avvicinare al limite e poi tornare indietro.
Il legame con il padre, interpretato da Valerio Mastandrea, passa soprattutto attraverso i gesti. Il camion con cui l’uomo vende dolciumi e giocattoli nelle fiere diventa un oggetto carico di significato. Luca posa il volto sul parabrezza e lo bacia. Quel camion custodisce un mondo infantile di zucchero, colori e protezione: un rifugio dalle richieste della vita adulta. L’immagine contiene ciò che Luca è ancora: un figlio che cerca un luogo sicuro nel mondo del padre.
Dopo l’omicidio restano la madre, il padre, Marta e gli amici, costretti ad accogliere un evento che sembra non appartenere alla realtà. Freud definiva il lutto come reazione alla perdita di una persona amata e come «lavoro» psichico imposto ai sopravvissuti (Freud, 1915). Un lavoro che non cancella l’oggetto perduto: ciò che è stato amato continua a esistere nella memoria e nelle trasformazioni di chi rimane.
La responsabilità più profonda del film consiste nel sottrarre Luca alla scena della morte per ricondurlo alla trama della vita. Non più soltanto “la vittima del caso Varani”, ma un figlio, un fidanzato, un amico; un ragazzo incompiuto, sospeso tra il bisogno di protezione e l’urgenza di diventare adulto. Gabbriellini non attribuisce un senso all’insensatezza della sua morte, ma compie un gesto di riparazione simbolica: ci obbliga a guardare ciò che essa ha interrotto.
Riferimento bibliografico
Bollas C. (1987), L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato, Raffaello Cortina, Milano, 1989.
Freud S. (1915), Lutto e melanconia, in Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino.
Winnicott D.W. (1968), Concetti contemporanei sullo sviluppo dell’adolescente e loro implicazioni per l’educazione superiore, in Gioco e realtà, Armando, Roma.