Parole chiave: Adolescenza; Migranti; Sicurezza; Repressione; Disagio psichico
In questo articolo Sarantis Thanopulos intreccia il tema delle migrazioni con quello del disagio adolescenziale, interrogando una politica della sicurezza fondata sul controllo e sulla repressione. Una società che risponde alla vulnerabilità dei migranti e dei giovani alimentando paura ed esclusione, sostiene l’autore, finisce per produrre proprio quell’insicurezza da cui vorrebbe difendersi.
La demagogia sui migranti e la repressione dei minori minano la nostra sicurezza
Sarantis Thanopulos
L’unico obiettivo perseguito dal governo con determinazione e coerenza, in mezzo a mille problemi reali (lavorativi, economici, ambientali) abbandonati a sé stessi, è il controllo delle istituzioni, dell’informazione, della cultura e dei cittadini, a partire dai minori. In questo contesto il controllo dei migranti è una finzione strumentale psicologicamente efficace. L’Italia non è alle prese con un’emergenza legata alla migrazione e gli arrivi sono nettamente diminuiti. I migranti nel nostro paese non sono un pericolo per la sicurezza se non nei limiti tuttora fisiologici di comportamenti violenti dovuti al loro reclutamento da reti criminali e a sofferenze psichiche gravi abbandonate a sé stesse.
Dei migranti il governo ignora tutto, poiché non ha alcuna intenzione di inserirli in modo costruttivo nella nostra vita. Li tratta come corpo estraneo da isolare e ghettizzare depotenziando le strutture funzionali al loro sostegno. Li considera come male necessario, forza lavoro da usare e da cui, al tempo stesso, difendersi. Alimenta in essi la paura dell’esclusione e del rigetto e negli indigeni la paranoia nei loro confronti. Incentiva in entrambi uno stato d’allerta permanente e un senso di incertezza e di insicurezza.
Il caso di Ceuta, usato come pretesto per sospendere l’applicazione degli accordi di Schengen nei confronti della Spagna, ha reso più evidente la volontà di portare il nostro paese sulla strada del sovranismo nazionalista e dell’autoritarismo. Si butta benzina sul fuoco dei nazionalismi europei e si promuove la disgregazione dell’Europa che avrebbe conseguenze catastrofiche. L’autoritarismo sovranista va di pari passo con l’atteggiamento insieme indifferente e repressivo nei confronti dei minori e dei giovani.
In effetti più dei migranti le disposizioni repressive del governo prendono di mira in modo diretto e prioritario i soggetti più refrattari alle logiche ordinative dell’esistenza: i “malati di mente” e gli adolescenti. La sofferenza dilagante degli adolescenti è percepita come sovversione dell’ordine ed è affrontata con la stessa logica con cui si trattavano i pazienti psichiatrici di una volta (tornata oggi in auge): sorvegliare e punire. Dopo il “decreto Caivano”, il cui unico effetto è stato l’aumento dell’uso degli psicofarmaci nelle carceri minorili, appare ora un disegno di legge contro i “maranza”. Il disegno mira a modificare l’articolo 98 del codice penale introducendo una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere (cioè fino a prova contraria) per minorenni che hanno compiuto quattordici anni (e non ancora diciotto). Si è di fronte a una promozione surreale di maturità dei minori “cattivi”, funzionale a fare loro saldare il conto dei misfatti compiuti.
Nel campo del diritto la “capacità di intendere e di volere” definisce la capacità di un soggetto di perseguire con determinazione e lucidità l’attuazione di un obiettivo, di interpretare adeguatamente il contesto e le circostanze in cui la sua azione si colloca e di comprendere le sue conseguenze sul piano umano. I grandi criminali (a partire da quelli di guerra) sono capaci di volere ma non di intendere, perché non se ne importano degli altri esseri umani. La severa sofferenza psichica può sfociare in reati gravi ma, il più delle volte, non ha il carattere dell’azione criminale ed è connessa a un’incapacità di intendere e di volere dovuta a una misinterpretazione della relazione con gli altri. Gli adolescenti possono essere capaci di voler delinquere (con notevole capacità imitativa degli adulti) ma, “buoni” o “cattivi” che siano, non sono costitutivamente in grado di intendere -comprendere adeguatamente le implicazioni delle loro azioni- in assenza degli strumenti individuali e gruppali di lettura della realtà fornite loro dagli adulti.
L’adolescenza è un luogo di sperimentazione e di evoluzione del pensiero affettivo: il pensiero che più profondamente comprende la realtà perché fondato sul coinvolgimento emotivo (sulla capacità, secondo Arendt, di commuoversi) con essa. I ragazzi seguono idee contraddittorie e incoerenti, necessarie alla loro personale formazione, e si appoggiano, per sentirsi al riparo dai danni per sé stessi e gli altri che le loro azioni potrebbero causare, alle reti protettive delle famiglie, della scuola, delle attività culturali, religiose, sportive e ricreative. La loro capacità di intendere è un lavoro progressivo e anticiparla per motivi repressivi è una gravissima prevaricazione.
La violenza dei minori oggi non ha raggiunto limiti realmente allarmanti sul piano distruttivo o criminale. Ciò che di preoccupante sta accadendo, e la politica repressiva aggraverà di molto, è la sempre più diffusa vulnerabilità dei ragazzi al suo contagio e anche il carattere di sfida disperata alle autorità e agli adulti che assume.
Il governo non è interessato al malessere dei ragazzi e dei giovani: segue il pensiero primitivo che basta buttare via le “mele marce” per far crescere bene le altre. Il malessere ha la sua fonte nelle ragioni complesse dell’abbandono contemporaneo dei minori da parte dello Stato e dei genitori, ma è centrato sul rigetto da parte loro della femminilità: femmine e maschi hanno paura della profondità dei loro sentimenti -che più sono coinvolgenti, più restano senza sponde e appigli- e si affidano sempre di più alla scarica impulsiva, idraulica delle loro emozioni, già di per sé autodistruttiva. La violenza tra di loro e l’autolesionismo sono molto più diffusi della loro ribellione confusa contro l’ordine sociale.
Una società che diffida dei suoi figli (del loro sviluppo insieme protetto e libero) è profondamente insicura e più cerca di barricarsi nell’autoritarismo più si destabilizza psichicamente. La precarietà emotiva e la sensazione, carica di angoscia, che la vita dipenda da fattori non ponderabili e sia esposta all’arbitrio del caso, spingono gli stolti (in crescente aumento) a cercar rifugio nell’arbitrio legale il più pericoloso degli arbìtri, il più distruttivo per le relazioni affettive umane. Nessun può sentirsi al sicuro di fronte all’eccesso della forza legale. L’azione repressiva, nei confronti dei minori e dei giovani in particolare, è una caratteristica storica di tutti i totalitarismi e il governo non può rifugiarsi nella sua consueta retorica delle buone intenzioni, mentre fa di tutto per imporla nella nostra realtà attuale.