Parole chiave: antisemitismo, sinistra, memoria, appello
La memoria del 25 aprile deturpata
David Meghnagi*
Per chi non lo sapesse, la Brigata ebraica era composta da membri dei kibbutz e da volontari ebrei fuggiti in tempo dall’Europa occupata dai nazisti. Una brigata in cui c’erano molti tra i più importanti studiosi del Novecento. Per citarne due: Hans Jonas studioso della gnosi e autore di un importante e fondamentale saggio sul principio di responsabilità. L’altro fu Moshe Levin, il grande storico del comunismo sovietico, che ne previde il crollo con diversi anni di anticipo.
I combattenti della Brigata ebraica furono circa cinquemila. Inquadrati nell’Ottavo corpo di Armata britannica furono autorizzati sul finire della guerra ad avere delle insegne che li identificava come tali: un vessillo nazionale che ne legittimava le aspirazioni nazionali. Sbarcati in Italia con gli Alleati fornirono un grande aiuto alle popolazioni italiane stremate nel sud e nel nord. Al fianco degli alleati hanno preso parte alla liberazione del Paese, portando aiuto a quel che restava delle comunità ebraiche dopo gli eccidi nazisti e fascisti.
Gli ebrei in armi contro il nazismo furono oltre un milione e mezzo. Oltre mezzo milione nell’esercito americano. Un numero analogo nell’Amata Rossa con 170 mila caduti. Nella resistenza francese furono una presenza massiccia. In Italia furono circa due mila tra partigiani e ausiliari. Una percentuale doppia a quella del numero complessivo di partigiani (circa 600 mila). Per non parlare delle decine di migliaia di combattenti nelle steppe russe e alla rivolta dei ghetti.
Sotto i vessilli della Brigata gli ebrei combattevano come una nazione fra le altre, non solo come singoli partigiani o soldati di un paese. Erano l’espressione politica di un sogno di emancipazione e di autodeterminazione nella terra in cui prese corpo millenni prima la civiltà ebraica. C’è stato un tempo in cui gli ebrei italiani non avevano bisogno di esprimere la loro presenza con i simboli della Brigata. La loro presenza nella cultura democratica non era messa in discussione. Non è più così oggi. Partecipare sotto i vessilli della Brigata, è un modo per riaffermare una storia negata contro le derive di un antisemitismo “nuovo” che si alimenta del conflitto mediorientale e che ha come sfondo la demonizzazione e delegittimazione dell’esistenza di Israele. E’ ciò che fece Primo Levi nel 1982 con la pubblicazione del romanzo dedicato alla resistenza ebraica. Se non ora quando (Einaudi 1982) usci nel contesto di una psicosi collettiva antiebraica che in Italia si fermò dopo il tragico attentato alla Sinagoga di Roma in cui perse la vita un bambino. L’obiettivo dei terroristi palestinesi era di compiere una grande strage. Era la festa dei bambini. Il rabbino capo Toaff si apprestava a dare loro la benedizione. Di fronte all’immagine dolorante di una comunità chiusa nel suo dolore e incompresa nella solitudine nell’immaginario collettivo scattò qualcosa. Un confine era stato varcato. Dall’odio ideologico si era passati all’atto nel luogo in cui in una manifestazione sindacale era stata posta una bara vicino alla lapide che ricorda gli ebrei deportati a Roma. Un campanello d’allarme era scaturito da un ricordo che nella cultura democratica e di sinistra era ancora vivo e che si è andato col tempo perdendo.
Ricordo e memoria non sono sinonimi. A quell’epoca c’era chi ricordava personalmente le deportazioni del ’43 con le sue conseguenze. La morte di un bambino ebreo funzionò nell’inconscio come un “riscatto”, una sorta di “olocausto” attraverso cui la sete inconscia di sangue ebraico si era placata. La comunità ebraica incaricò Bruno Zevi a tenere un ricordo in Campidoglio. Non fu una cerimonia come le altre. Bruno Zevi denunciò l’esistenza di un antisemitismo di sinistra che ha purtroppo fatto grande strada da allora. Basti pensare agli imbarazzati silenzi dopo l’eccidio del 7 ottobre con la derubricazione che ne fece il segretario delle Nazioni Unite, come se i mezzi utilizzati in un conflitto non fossero parte del fine.
L’idea che gli ebrei dopo millenni di esilio e persecuzioni potessero aspirare a una loro patria, è stato uno dei nodi irrisolti nella cultura di sinistra. che è diventato un buco nero. L’antisemita di destra scrive Sartre rimprovera all’ebreo per il fatto di essere. L’antisemita di sinistra per il fatto di non volersi annullarsi.
Ostile all’emancipazione degli ebrei la cultura antimodernista e razzista voleva limitare i diritti degli ebrei o espellerli dal paese. All’epoca dell’ Affaire Dreyfus nel Parlamento francese, c’era chi invocava la privazione della cittadinanza per gli ebrei e chi voleva espellersi dal paese. La sinistra francese si mobilitò quando comprese che la posta in palio non riguardava unicamente il diritto degli ebrei, ma le conquiste fondamentali della rivoluzione. Nella Russia zarista c’era chi proponeva la “soluzione” espellendo un terzo degli ebrei, convertendo un altro terzo e uccidendo il resto.
Un secolo prima in Germania, il filosofo Kant, il massimo rappresentante dell’illuminismo tedesco, affermava che per “risolvere” il “problema ebraico” era necessaria “l’eutanasia dell’ebraismo”. Kant era favorevole all’emancipazione giuridica degli ebrei, ma le parole hanno un peso e un significato che va oltre le intenzioni. Rivelano il sottofondo di ostilità che alberga da secoli e millenni l’inconscio. Nel feroce dibattito che oppose il movimento socialista e comunista alle aspirazioni nazionali e culturali ebraiche, agli ebrei si chiedeva di immolarsi come gruppo e come singoli per un grande sogno sovranazionale che alle nazioni e culture non si chiedeva. In questa perversa logica, nel regime sovietico anche l’uso della lingua ebraica poteva diventare una colpa.
Da qui una serie di ambiguità e di rifiuti che attraversano la storia della sinistra e che con le derive seguite alla guerra fredda e alla divisione del mondo in blocchi, soprattutto dopo il conflitto arabo israeliano del giugno 1967, hanno finito per legittimare una falsa narrazione del conflitto mediorientale.
Nel 1975 l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò una scandalosa mozione che equiparava il sionismo al razzismo. La mozione fu votata dagli Stati arabi e dal blocco comunista e terzo mondista. La risoluzione rimase in vigore anche durante il processo di pace che condusse agli Accordi di Camp David con l’Egitto. La risoluzione fu revocata nel 1991 dopo la guerra del Golfo e con la conferenza di Madrid. Ma questa importante decisione non fu seguita da una rivisitazione critica della cultura politica e ideologica di cui si alimentava e su cui poggiava. Innestandosi nella grave crisi che ha investito il mondo occidentale, la mancata rielaborazione della cultura politica che ha fatto da sfondo al rifiuto ontologico di Israele ha avuto – dopo il fallimento degli accordi di Oslo – delle conseguenze devastanti.
Dopo il crollo dell’Unione sovietica si aprì uno spiraglio che rese in seguito possibile gli accordi di Oslo. Fu una corsa contro il tempo, finita tragicamente per l’assenza di obiettivi chiari e condivisi sull’esito conclusivo che implicasse sacrifici sostenibili per entrambi. Un accordo politico regge se gli obiettivi sono chiaramente stabiliti. Altrimenti è solo una tregua, come Arafat affermò in una moschea all’indomani degli accordi una sorta di hudna coranica. Shimon Perez disse che era interessato a ciò che Arafat faceva e non a quello che diceva. Ma le parole sono in questi casi “azioni”.
Se il vecchio antisemitismo negava, ridimensionava e derubricava la tragedia della Shoah, il nuovo antisemitismo vuole appropriarsene, Cannibalizza la memoria della tragedia trasformando le vittime di ieri nei presunti “carnefici” di oggi. Pareggiando falsamente i conti, si libera in apparenza da un fardello di colpa incolmabile che non essendo stato elaborato finisce per assumere forme persecutorie e ossessive. In questa perversa logica, nel nuovo antisemitismo Israele appare come un’ultima propaggine del dominio coloniale nel mondo arabo da eliminare. E non invece l’espressione di un’aspirazione millenaria che la tragedia dell’antisemitismo ha reso necessaria.
“Chi vive in un’isola”, recita un antico proverbio, che mia madre amava ripetere, “deve farsi amico il mare.” Sono cresciuto in un paese arabo in cui ci sono stati tre pogrom in ventidue anni. So per esperienza diretta che cosa intendesse dire mia madre. Di non coltivare il rancore e di non rispondere all’odio con altrettanto odio; di non scoraggiarsi tenendo aperta una porta a un futuro possibile. E’ una promessa che ho fatto ai miei amici di infanzia che sono statu assassinati nel 1967.
Israele è un’isola in mezzo a un mare arabo e islamico da cui non è mai stata realmente accettata. Il vero eroe, si legge nei Pirqe’ Avoth è colui che riesce a trasformare un “nemico” in un amico. Aprirsi un varco nel cuore della nazione araba, costruire un futuro possibile di convivenza con i vicini arabi e palestinesi, mussulmani e cristiani, è la vera grande sfida che dovrebbe unire chiunque aspiri ad una composizione politica di uno dei molti conflitti lasciati in eredità dalla Prima guerra mondiale e che gli slogan omicidi di una minoranza violenta nelle manifestazioni del 25 aprile e nelle università vogliono rendere impossibile.
Appello dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane al Presidente Mattarella
UCEI – La condanna degli ebrei italiani, 25 aprile deturpato dall’antisemitismo. Appello a Mattarella
L’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane insieme alle Comunità ebraiche di Milano, Bologna e Roma esprimono la più ferma e indignata condanna per quanto avvenuto oggi nel corso delle manifestazioni di Milano, Bologna e Roma: episodi gravissimi e violenti hanno deturpato una giornata che rappresenta un pilastro della memoria e dell’identità democratica del nostro Paese, il 25 aprile – Festa della Liberazione dal nazifascismo.
A Milano per la prima volta è stato impedito a gruppi ebraici di sfilare con i propri simboli alle celebrazioni. Nonostante lunghissime trattative anche con le Forze dell’Ordine, questi sono stati cacciati dal corteo per allontanarsene scortati. I violenti non possono dettare le regole di accesso alle manifestazioni né condizionarne il loro normale svolgimento. È particolarmente grave che sia stata presa di mira anche la memoria della Brigata Ebraica, formazione composta da volontari ebrei che combatterono al fianco degli Alleati per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo: offendere la Brigata Ebraica significa offendere la storia stessa della Liberazione italiana.
Nelle piazze italiane si sono registrati condotte e slogan apertamente antisemiti (“siete solo saponette mancate”). L’antisemitismo è manifestazione di odio che colpisce cittadini italiani e comunità radicate nella storia della Repubblica. La violenza è esplosa in molte città, finendo per colpire alcuni manifestanti, presenti con diversi colori e bandiere: assistiamo sempre più preoccupati alla manipolazione del 25 aprile e della Storia e alle derive ideologiche che alimentano disordine e creano un clima di odio.
A nome di tutte le 21 Comunità ebraiche italiane, l’UCEI rivolge un sofferente appello al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, affinché continui a essere garante dei valori costituzionali: la libertà di manifestare non può mai tradursi in intimidazione o discriminazione verso altri cittadini, la libertà di parola non può essere compressa o limitata, come avvenuto nel corso della dittatura fascista.
Il 25 aprile appartiene a tutti gli italiani, nessuno escluso. Non permetteremo mai che venga dimenticato il contributo ebraico alla Resistenza e alla costruzione della Repubblica, né che venga stravolta la Storia o traditi i principi costituzionali.
UCEI, Livia Ottolenghi
Comunità Ebraica di Milano, Walker Meghnagi
Comunità Ebraica di Bologna, Daniele De Paz
Comunità Ebraica di Roma, Victor Fadlun
*David Meghnagi
Membro ordinario Società psicoanalitica italiana, già didatta Istituto italiano di psicoanalisi di gruppo, prof. di psicologia clinica, di psicologia dinamica e di psicologia della religione. Ideatore e direttore del Master internazionale di II livello in didattica della Shoah (Roma Tre).