Parole chiave: Omofobia, diniego, LGBTQIA, crudeltà, memoria.
L’omotransfobia ha la memoria corta. L’oblio come fenomeno di complicità psichica.
Di Anna Cordioli
Referente per il CVP del gruppo nazionale SPI “Differenze Sessuali e Genere”, nato nel 2003.
Chair Europea del Committee IPA “Sexual and Gender Diversities Studies”, nato nel 2027.
Il rapporto tra la memoria e la dimenticanza è da sempre un tema centrale della psicoanalisi. Freud, avendo rivelato l’esistenza dell’inconscio e delle difese rimuoventi, ha permesso di comprendere come vi sia una tensione economica e dinamica in ciò che ricordiamo o dimentichiamo: esse sono cioè collegate a delle difese psichiche. Rimuoviamo, ovvero allontaniamo dal campo di coscienza, ciò che non è sostenibile dall’Io mentre ricordiamo e coerentizziamo ciò che è più sintonizzato con l’Io. In particolare, Freud (1914) intuì che ciò che viene rimosso non solo tende a tornare ma cerca anche di essere ricordato (ovvero cerca di ritornare nel campo di coscienza). Ciò che non viene ricordato, tenderà dunque comunque a ripresentarsi ma, non potendo trovare una rappresentazione psichica, tenderà a trasformarsi in agiti e coazioni a ripetere.
Freud era riuscito a comprendere gli aspetti psichici alla base della famosa frase di George Santayana “Coloro che non possono ricordare il passato sono condannati a ripeterlo” (1905, p.284).
Ma se il padre della psicoanalisi studiò il tema della memoria principalmente su un piano inconscio ed individuale, per altri analisti era importante esplorare anche il rapporto tra memoria e gruppi sociali (penso soprattutto a Money-Kyrle, 1941). In quei primi decenni del dopoguerra la psicoanalisi ebbe un ruolo fondamentale per cercare di comprendere cosa era accaduto alla società europea (e mondiale).
Soprattutto a ridosso dell’immensa tragedia del nazismo, si sentì l’urgenza di chiedersi in che cosa fosse successo nella società e in che modo si potesse averne una memoria onesta.
Primo Levi, dedicò la sua vita fuori dal lager a cercare di far conoscere e riconoscere ciò che era accaduto. In Se questo è un uomo (1986) Levi scriveva: “Forse quanto è avvenuto non si può comprendere, anzi, non si deve comprendere […] ma se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare”(p.13).
Levi (1986) cercò in ogni modo di denunciare di come la memoria possa essere facilmente manipolata. I regimi, diceva, non si limitano a commettere crimini ma cercano attivamente di cancellarne il ricordo.
Marcuse (1955) scriveva che serviva vigilare sulle aree di non-ricordo poichè l’oblio sociale è una forma di amnistia che mira a perdonare senza chiarire cosa è veramente accaduto.
Levi sosteneva la necessità di spostare il “Velo di Maya” dei negazionismi (1986), riportando al centro il ricordo.
Ci accorgiamo, così, come tutto l’ultimo secolo possa essere raccontato comprendendo cosa sia stato ricordato e cosa no, cosa vada ripetendosi e cosa invece ha potuto essere ripensato.
La non-memoria omotrasfobica
Come studiosa della psiche, ho approfondito per anni la parte di storia che riguarda le persecuzioni contro la popolazione omosessuale e gender variant, accorgendomi di quanto poco fosse nota. Mi ha sempre colpito come, le scellerate crudeltà del nazismo fossero conosciute solo superficialmente anche presso quei colleghi che avevano approfondito gli abomini totalitari del novecento e le loro radici psicologiche.
E’ indubbio che l’orrore abbia così tanti rivoli che non è possibile che siano tutti percorsi e conosciuti. Per questa ragione, si potrebbe obiettare che certe parti della storia sono poco note perché, semplicemente, ci si stava occupando di altro.
Serve però fare un passaggio ulteriore ed accorgersi che ci sono argomenti che non si arriva mai a studiare: intere parti della storia con cui la società non ha fatto veramente i conti. Su di esse non si è fatta memoria e dunque non può iniziare un lavoro di consapevolezza.
Questa forma di oblio costante ha preso dunque i contorni di un fenomeno specifico, che ho chiamato l’Inaudito (Cordioli, 2024).
Inaudito” è un aggettivo che significa letteralmente “non ancora udito” e si riferisce a qualcosa che, nel trovare una sua rappresentazione “udibile” coglie l’ascoltatore di sorpresa. È “inaudita” una assoluta novità ma molto spesso è “inaudito” ciò che è stato precocemente rimosso e che la coscienza non vuole rincontrare. In italiano, usiamo questo aggettivo nella sua accezione di scandalo e di rifiuto per qualcosa. In questa dinamica, l’inaudito rappresenta una forma del rifiuto del perturbante.
Ciò che ci tocca osservare, è quanto la storia delle persecuzioni di origine omotransfobica siano note in maniera solo spannometrica. Questa poca conoscenza produce teorie spontanee molto perniciose, come l’idea diffusa che non ci sia poi molto da sapere o che “queste” comunità siano un fenomeno recente. L’oblio fa dire spesso che, in passato, le persone LGBTQ non fossero così tante come oggi.
Una società immemore del proprio passato può giungere anche a fare dei gesti di riparazione maniacale nei confronti di coloro che ha sempre perseguitato ma dobbiamo essere consapevoli che non esiste nessuna trasformazione profonda fin che non si giunge ad una consapevolezza e a una memoria.
Come psicoanalista non posso non chiedermi quali siano gli elementi di questa persistente ignoranza diffusa circa la persecuzione delle minoranze sessuali e di genere. Ad esempio, rispetto allo sterminio degli omosessuali durante il dominio nazista, ciò che manca non è solo la memoria dei singoli fatti ma anche la capacità di interrogarsi sulla portata e sulla diffusione del fenomeno a livello sociale.
Questa osservazione porta con sé un ulteriore dubbio: non sarà che l’oblio sia così specficatamente persistente perchè sono ancora agenti le forze che avevano considerata legittima la persecuzione di queste persone?
Mi propongo, dunque, di raccontare e di riflettere sull’oblio come strumento specifico della distruzione dell’altro. Ad aiutarmi in questo lavoro sono soprattutto gli studiosi e gli storici dell’olocausto che, da anni, chiedono che si faccia una riflessione a tutto campo sulle radici dell’odio, includendo esplicitamente ciò che accadde alla comunità LGBTQIA+.
Premetto anche che “fare memoria” non è una attività facile e gentile ma tocca resistenze enormi: le si sente eccheggiare in certi fastidi e nel frequente impulso a lasciar cadere l’argomento. Come accade anche in seduta, non sempre si prova gratitudine per chi ci mette faccia a faccia con un materiale lungamente rimosso.
Il diniego[1]e la difficile scelta delle parole
Nel 1987, Gregory Stanton, mentre prestava servizio presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, elaborò un modello per comprendere lo sviluppo dei genocidi. Questo modello è noto come le Dieci fasi del genocidio.
Secondo Stanton, la prima fase è la “classificazione” della popolazione e l’ultima fase è il diniego, ovvero quella parte della storia in cui i perpetratori minimizzano i crimini, i numeri dei massacri e mettono in dubbio l’innocenza delle vittime. Secondo Stanton, sebbene esista una certa progressività delle dieci fasi, alcune di loro sono in realtà sempre attive durante tutto il tempo della persecuzione.
Il diniego è una di queste: dall’inizio alla fine, troviamo un massiccio lavoro narrativo per evitare che l’opinione pubblica si renda conto di ciò che sta accadendo. Denegare un crimine non significa solo stravolgere la storia e offendere le vittime, ma implica anche aprire la strada a future atrocità. Per questo non esiste mai un lavoro riparativo e trasformativo senza prima un profondo lavoro sulla storia.
In un lavoro del 2024, con l’occasione di parlare di ciò che resta “inaudito” nella società, ho cercato di riportare l’attenzione su quanto la nostra storia sia punteggiata di persecuzioni genocidarie ai danni della comunità delle minoranze sessuali e di genere. Sono questioni di cui si sa poco e nebulosamente e, soprattutto, si pensa che siano disgrazie ormai lontane, compiute da società molto diverse dalla nostra.
Si resta invece senza fiato nello studiare con attenzione quanta crudeltà si sia riversata su queste minoranze e quanto il modus operandi sia sempre stato lo stesso attraverso i secoli.
Ma, come se la storia non fosse già di per sé terribile, ci tocca fare i conti con il totale obliodi quei crimini. In questo caso, il “non ricordare” è un riscrivere la storia: l’assenza di una consapevolezza diviene un ricordo di copertura che viene in soccorso delle istanze ego-sintoniche. È fondamentale comprendere che l’oblio attorno ai crimini produce un potente vantaggio psico-economico, proteggendo l’ideale dell’io dallo scoprirsi carnefici o fiancheggiatori. Per questo la reazione a cui spesso assistiamo quando cerchiamo di “fare memoria” è un rifiuto velocissimo, quasi istintivo.
Come sappiamo la scelta delle parole è una questione di pensabilità e di riconoscimento.
Da molti anni esiste un doloroso dibattito tra storici, giuristi e rappresentanti sociali su come chiamare i sistematici eccidi e le persecuzioni di cui sono state vittime le persone LGBTQIA+. Infatti, nonostante questa sia la minoranza storicamente più perseguitata di tutte (a livello mondiale), le crudeltà contro di essa vengono immancabilmente sminuite o addirittura negate. Come direbbe Stanton, qui la fase dell’oblio è sempre in funzione.
Un esempio agghiacciante è ciò che accadde in Europa con il nazismo e anche dopo di esso. Nonostante i principali istituti di ricerca sull’Olocausto (United States Holocaust Memorial Museum, 2021) siano da tempo concordi nella necessità di riconoscere lo sterminio sistematico di omosessuali e persone gender variant, ad un livello istituzionale più alto, c’è una notevole resistenza a riconoscerne la portata. Esiste addirittura un limite strutturale al poter usare la parola “genocidio” nonostante siano state testimoniate e verificate tutte e dieci le fasi teorizzate da Stanton.
La principale difficoltà risiede nella Convenzione ONU del 1948: la definizione legale di genocidio protegge, infatti, esclusivamente “gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi”. Da quella definizione viene dunque esclusa tutta una serie di persone che sono state sterminate scientemente, e con il fine di farle sparire dalla faccia della terra: tra queste vittime dimenticate, la comunità più grande è proprio quella LGBTQIA+.
Nella dichiarazione del 1948 mancano, dunque, le persecuzioni su base sessuale e di genere. Vista l’estensione mondiale delle crudeltà su questa popolazione, non si può pensare che questa assenza dalla dichiarazione ONU sia un cavillo di poco conto. Da decenni, giuristi e storici indipendenti chiedono la rettifica di questa definizione e cercano di far riflettere sulle implicazioni reali e profonde di questo mancato riconoscimento (Genocide Watch, 2017).
“Ri-conoscere” significa accettare di aver già conosciuto un fenomeno, significa dire che si sapeva ciò che stava accadendo a queste persone e di averlo poi dimenticato.
Ricoscere un genocidio significa fare la fatica di comprendere che su questa minoranza sono circolate idee volte a controllare la loro esistenza fino a disporne della vita. Nel momento in cui si accetta di utilizzare la parola genocidio, diviene necessario interrogarsi su come sia stato possibile l’annientamento programmato di queste persone, diviene necessario chiedersi cosa resta di una società che ha permesso un male così assoluto.
Ma pare che l’umanità non sia ancora pronta a confrontarsi con tutto ciò. Attualmente, la giustizia internazionale tende a inquadrare queste persecuzioni come crimini contro l’umanità, anziché genocidio. In questa ignavia linguistica si avvalla il fatto che non esista la necessità di riconoscere una crudeltà specifica sulla base del genere e dell’orientamento sessuale. Non è un caso che chi si batte affinché non vengano istituite leggi contro i crimini d’odio omo-bi-transfobico, sostiene che non c’è alcuna violenza specifica contro questa parte della popolazione.
Serve dunque comprendere, come sostiene Waites (2017), che finché non si riconoscerà che l’odio umano ha portato a veri e propri genocidi sulla base del genere e dell’orientamento sessuale, non sarà neppure possibile cercare di arginare le persecuzioni presenti e future.
Proverò, dunque, a raccontare qualcosa di quel momento storico, che “per legge” non possiamo chiamare genocidio e che Massimo Consoli chiamò “Homocaust” (1984). Ricordare è il contrario di denegare, per questo il nostro compito di psicoanalisti è riprendere a raccogliere le storie dal punto in cui non sono più state ascoltate.
Un ragazzo.
Una delle poche testimonianze dirette che abbiamo della persecuzione degli omosessuali sotto il nazifascismo è quella che racconta nella biografia di Pierre Seel.
Pierre Seel aveva 18 anni nel 1940. Quell’estate l’Alsazia-Lorena venne annessa alla Germania e cominciarono subito le retate contro “gli indesiderati”: mendicanti, zingari e omosessuali. I delatori, al soldo dei nazisti, facevano affari. La stessa polizia francese aveva stilato una “Lista Rosa”(Seel, 1994).
Pierre fu convocato dalla Gestapo; era omosessuale, Pierre. Dalla stazione di polizia, finì quasi subito nel Campo di concentramento di Schirmeck. Triangolo rosa. La sua colpa era quella di sporcare il sangue e il buon nome della sana società per cui combattevano i tedeschi. Era stato lo stesso Himmler, nel 1933 ad impegnarsi affinché il famoso paragrafo 175, che già da secoli rendeva illegale l’omosessualità in Germania, venisse inasprito con pene esemplari e largamente crudeli (Vignolo Gargini, 2016).
Pierre si fece il campo di concentramento e scontò la pena per il suo “crimine”, ne uscì due anni dopo derelitto. La famiglia accettò di riprenderlo a casa a patto che non parlasse mai dei motivi della sua incarcerazione: “Il silenzio che mio padre impose rispetto alla mia omosessualità restò in vigore anche dopo il mio ritorno in famiglia dal campo di Schirmeck: nessuna confidenza da parte mia, nessuna discussione da parte loro. Tutti agivano così, come se non fosse successo nulla. Ritornai e restai una figura incerta: evidentemente non avevo ancora capito che ero rimasto in vita. Gli incubi mi affliggevano di giorno e di notte. Io mi esercitavo al silenzio” (Seel, 1994, p.103).
Ma la guerra era in piena espansione per cui Peter fu, ironicamente, costretto all’arruolamento e mandato sul fronte russo. Dopo tutto, il suo sangue impuro non era così indegno di essere versato per la patria che lo aveva classificato come difettoso. Sopravvisse anche ai combattimenti ma non ci fu un lieto fine perché il suo incubo continuò. A 24 anni, distrutto dalla guerra e perseguitato senza requie per la sua omosessualità, riuscì a tornare a casa. La guerra era finita per quasi tutti. Sicuramente non lo era per quelli come lui.
A guerra finita, anche dopo la caduta del nazismo, Pierre e le altre persone omosessuali continuavano ad essere dei criminali per lo stato.
Le prime quattro fasi di Stanton: classificare, stigmatizzare, discriminare e disumanizzare.
Nel libro Disgusto e Umanità (2010) Martha Nussbaum parla di una “politica del disgusto” e mostra come il discorso politico sulle persone omosessuali, in particolare sugli uomini gay sia sempre stato intriso di parole e di un immaginario nauseabondo (Cordioli, Porzio Giusto, 2026).
In Italia, durante il fascismo, troviamo una forma particolare di politica del disgusto che lavora molto sulla ridicolizzazione delle persone omosessuali. Dario Petrosino (2002), in un articolo fortunatamente disponibile anche online, dettaglia il processo storico attraverso cui la stampa italiana tra il 1926 e il 1929 si applicò alla costruzione di uno stereotipo disgustoso e grottesco. Vennero creati personaggi dai contorni bidimensionali, come il marinaio ambiguo, il pittore degenerato, la vergine ermafrodita e via dicendo. Con un linguaggio triviale e allo stesso tempo moraleggiante, l’Italia fascista rideva di gusto (Pisanty, 2022) alle spalle degli omosessuali e delle persone gender non conforming. Vi fu una capillare creazione di stereotipi deteriori in particolare a cura di Longanesi e Malaparte (Petrosino, 2002). L’omofobia per molti “intellettuali” del tempo era una prova di amor di patria, poiché le diversità sessuali e di genere erano una moda americana o francese, la cui diffusione doveva essere ostacolata per il bene della integrità culturale e morale dell’Italia.
Nel frattempo, gli ambienti “scientifici”, concorrevano a creare una ancora più feroce forma di espulsione, classificando la minoranza queer come un difetto evolutivo. Basti ricordare l’acclamata posizione di Lombroso sulla patologicità degli omosessuali: egli ammoniva sul fatto che l’omosessualità fiaccasse la razza (1893).
Per meglio comprendere il portato dell’omofobia nell’ultimo secolo, è necessario cogliere la struttura stessa della propaganda e delle sue affermazioni para-scientifiche.
Fu dato un grande risalto a quegli studi di endocrinologia che sperimentavano l’impianto di testicoli e gonadi di animali in persone omosessuali. Tra i più acclamati scienziati di inizio Novecento che sostenevano che per curare l’omosessualità si sarebbe potuti ricorrere a delle cure iper-sessualizzanti vanno ricordati Steinach (in Austria), Voronoff (in Russia), Maranon (in Spagna), Pende, Viola, De Napoli, Signorelli e Morselli (in Italia).
In seguito a tutte queste narrazioni, venne sviluppata la teoria della “rigenerazione fisica attraverso l’estirpazione” (in Saletti, 2002, p. 24) che sosteneva che per “curare” la razza fosse necessario liberarsi dei soggetti difettosi.
Per Stanton (2012) queste sono le prime quattro fasi di un genocidio: classificazione, stigmatizzazione, discriminazione e disumanizzazione.
Basta identificare un individuo come “errato, contro natura o minorato” e sarà molto facile arrivare a dire che sia meglio liberarsene.
“Das lebensunwerte leben” (una vita non degna di essere vissuta), questa era l’espressione coniata dall’antropologo razzista Eugen Fischer nel 1924 per definire tutti coloro che indebolivano la razza. Per tutti loro (e le categorie erano molte) si invocava, già prima del 1940, una soluzione finale, di tipo medico.
Ma come si giunse a una tale aberrazione dei rapporti di potere? Come fu possibile che interi popoli potessero considerare accettabile tutta quella violenza?
Il nazismo e il fascismo si nutrirono avidamente degli enunciati “intellettual-scientifici” che peroravano l’eugenetica e l’igiene della razza.
Come ci ricordano Le Bon (1895) Foucault (1976) il tema della sessualità, del genere e della riproduttività sono state idee cardine dei regimi (sia nel passato che nel presente) che hanno portato a violenze inaudite per il controllo del corpo e della morale. Le persone queer erano “Vite non degne di essere vissute” perché accusate di non mettersi al servizio della razza. Vennero definiti egoisti, superficiali, depravati, perversi, antisociali, contronatura e malati.
Le fasi centrali: Organizzazione, Polarizzazione, Pianificazione, Persecuzione, Sterminio.
Himmler aveva una particolare avversione per l’omosessualità che andava, appunto, estirpata dalla società tedesca. «Per un certo periodo […] si era convinto di poter ‘guarire’ gli omosessuali deportati nei lager attraverso ‘pratiche’ da lui stesso definite ‘virili’» (Consoli, 1991, p.171). Mentre vari studiosi del tempo sostenessero che l’omosessualità non potesse essere curata, Himmler s’intestardì che sarebbe riuscito lui stesso in ciò che i luminari non erano riusciti. Il suo laboratorio per esperimenti fu il campo di Dachau.
Poiché seguiva la teoria che l’omosessualità maschile consistesse in una “indole effemminata” e seguendo l’idea di certi medici nazisti che questo fosse imputabile all’ozio, ordinò che i detenuti col triangolo rosa venissero messi a fare i lavori più massacranti e pericolosi. Molti morirono di stenti. Si è calcolato che il 60% dei detenuti omosessuali siano morti entro due anni dall’arrivo nei campi.
La seconda “terapia” ideata da Himmler, fu di prendere delle donne internate del campo di Ravernsbuck e costringerle a cercare di avere rapporti sessuali con i detenuti omosessuali. A quelle povere donne era stato promesso più cibo e la riconoscenza del Reich, se avessero riportato qualcuno all’eterosessualità. È difficile immaginare la disperazione di quelle ragazze ma anche di quegli uomini, la cui vita doveva dipendere dalla possibilità di compiacere i carcerieri con la vista di un amplesso.[2]
Comunque anche questa “cura contro l’omosessualità” si rivelò del tutto inefficace.
La terza fase della sperimentazione di Himmler coinvolse vere e proprie torture chirurgiche.
Tra le figure meno note ma non meno abominevoli del Nazismo, va ricordato il dr. Dr Carl Værnet, un medico Danese, membro delle S.S. che chiese e ottenne “l’autorizzazione di sperimentare in un campo» (Bernadac, 1973, 86), avendo saputo che già si faceva per altre finalità.
L’ipotesi di Værnet era che questi uomini difettassero di adeguate quantità di ormoni e che potessero essere ricondotti ad una “sana mascolinità” attraverso l’impianto di una speciale ghiandola sessuale. «Il medico era convinto di riuscire a trasformare i gay in etero attraverso la castrazione, l’innesto di un ‘glande artificiale’ e l’immissione di un ‘ormone maschile cristallizzato’ sotto l’inguine o sotto la pelle dell’addome» (Consoli, 1984, p.172).
Il chirurgo ottenne direttamente da Himmler in persona il permesso per condurre i suoi crudeli esperimenti.
Si ha traccia di almeno 20 prigionieri trattati con questa terapia riparativa sperimentale. Una lunga lettera inviata il 30 ottobre 1944 da Vaernet al comandante del servizio medico delle SS Grawitz riporta, tra l’altro: “Le operazioni a Weimar-Buchenwald sono state effettuate il 13 settembre 1944 su cinque prigionieri omosessuali. Di questi due sono stati castrati, uno sterilizzato e due non “trattati”. A tutti è stata impiantata la “speciale ghiandola sessuale” maschile” (in Davidsen-Nielsen, 2004). Solo un prigioniero sopravvisse, portando per tutta la vita la ghiandola impiantata da Vaernet ma non mutò il suo orientamento sessuale.
Dopo la guerra Vaernet riuscì a fuggire in sudamerica e aprì uno studio medico a Buenos Aires, in Calle Uriarte 2251. Negli anni collaborò con le autorità argentine in progetti relativi alla cura dell’omosessualità. Il neurochirurgo Kjeld Vaernet, figlio di Karl, collaborò negli anni cinquanta con Walter Freeman ad una serie di cure ormonali per la cura dell’omosessualità (circa 4.000 pazienti trattati) e successivamente studiò la possibilità di lobotomizzazione degli omosessuali.
La vicenda di Vaernet divenne nota solo dopo il 1998, per opera di una coraggiosa campagna investigativa condotta da Peter Tatchell. C’è da chiedersi come mai, anche a distanza di decenni, questi crimini abbiano dovuto essere investigati dai singoli cittadini invece che dagli stati.
L’ultima fase: l’oblio
Nel 1967 il giornalista Wolfgang Harthauser aveva scritto un articolo dal titolo “L’omicidio di massa degli omosessuali nel Terzo Reich” nello sconcerto e nella negazione generali. Di quella parte della storia nessuno sapeva nulla e nessuno voleva sapere nulla.
D’altro canto, come dicevo, non solo la società al tempo nazista aveva accettato che tutto questo accadesse, ma per di più alla fine degli anni ’60, non era ancora decaduta la legge federale contro gli omosessuali.
Un aspetto non abbastanza noto, e sconcertante, è che dopo la liberazione dei campi di concentramento da parte degli alleati, le persone omosessuali non furono libere. Per la società non erano entrati in campo di concentramento come vittime di una persecuzione ma come criminali che avevano violato una legge. Per questo, una volta aperti i cancelli dei campi, questi prigionieri continuarono a scontare la pena inflitta loro dalla giustizia.
Non c’è nulla da stupirsi se pensiamo che anche i liberatori appartenevano a nazioni che condividevano leggi molto simili alla Germania in tema di estirpazione dell’omosessualità.
Per tutti. Quelle povere persone, perseguitate e usate come cavie, erano dei disgustosi criminali comunque da tenere distanti. Questa politica omotransfobica governò l’occidente fino agli inizi degli anni ’70 e per molti l’incubo della discriminazione terminò sono a fine anni ’90.
Nel 1976, uno storico, Rudiger Lautmann, organizzò un lavoro di raccolta di informazioni presso l’archivio di stato, ad Arolsen. Il custode rimase sorpreso «Omosessuali nei campi di concentramento? Di questo argomento non ha mai chiesto nessuno… e poi ce n’erano così pochi! Come volete fare a trovarli?» (Lautmann, 2002, p.39).
Tra il 1933 e il 1944 i tribunali tedeschi avevano condannato 50.000 persone nella sola Germania, in base al paragrafo 175 (Le Bitoux, 2002, p.58) alcuni studi ipotizzano numeri non inferiori a 300.00 tedeschi (Vignolo Gargini, 2002, p.55). Eppure nella sua ricerca archivistica, Lautmann trovò traccia di “solo” 1.600 prigionieri “col triangolo rosa”.
Questa ineffabilità dei conteggi dà la misura della potenza obliante della macchina repressiva volta a fare sparire le persone e le loro storie.
Le persone omosessuali e transessuali che erano scampate alla persecuzione e alle atrocità naziste, si trovarono in una società, pressoché identica a quella hitleriana: sottoposti alle stesse leggi, alle stesse vessazioni e alle stesse attribuzioni di identità. Per questo tacquero.
«La dissimulazione coatta del periodo nazista continuò quasi ininterrotta dopo il 1945. L’anonimato era un mezzo indispensabile per poter vivere» (Muller, 2022, p.96).
Lo storico Klaus Muller, da trent’anni si occupa di memoria dell’olocausto omosessuale ed in particolare di raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti, sostiene che uno dei motivi per cui tutt’ora esistono pochissimi studi sulla persecuzione e sul massacro delle persone queer, è perché non sono riconosciuti giuridicamente come dei sopravvissuti. A causa di ciò, non solo chi scampò alla persecuzione genocida dovette nascondersi, ma non gli venne riconosciuto alcun indennizzo morale o pecuniario per gli orrori subiti in campo di concentramento. “Nel concetto di sopravvissuto…c’è il semplice e però assolutamente necessario riconoscimento del torto sociale che toccò alle vittime del nazionalsocialismo. Gli uomini e le donne col triangolo rosa non avevano mai fatto esperienza di questo semplice riconoscimento. Lì si è esclusi da tale cultura della memoria” (Muller, 2002, p.93).
Il 99% delle persone omosessuali sopravvissute ai campi non ha mai raccontato la propria storia (Muller, 2002).
Queste povere persone sono state costrette a restare sole con i loro terribili ricordi e sole, con essi, sono morti (Cordioli, Porzio Giusto, 2024).
Gli anni del dopoguerra furono marcati da una sostanziale continuità nella discriminazione e persecuzione delle persone LGBTQIA+: sia tra gli alleati che tra i paesi dell’Asse, sia nell’occidente liberista che nei paesi comunisti, rimase in corso la oppressione più feroce[3].
Sono quegli stessi gli anni in quegli stessi anni che l’assemblea delle Nazioni Unite escluse le persecuzioni di genere e di orientamento sessuale dalla definizione di Genocidio. Ci vorranno dai venti a quarant’anni affinché (almeno) le nazioni occidentali dismettessero le leggi criminalizzanti. Eppure un lavoro di memoria non venne sostanzialmente mai fatto[4]
Oblio di fuga: il guadagno narcisistico su larga scala.
Dominique Cupa, nel suo articolo “Indifferenza: l’“oltre” dell’odio” (2012), a proposito della distruttività crudele, sottolinea quanto essa manifesti un ‘no’ feroce verso l’esterno, un “no” all’altro e al suo diritto di esistere, “un ‘no’ senza fine, il ‘no’ della coazione a ripetere, essendo lo psichismo graffiato (narcisisticamente) come un disco rotto” (p. 33).
Cupa ci dice cioè che una psiche (o una società) occupata a preservare intatto il proprio narcisismo è più soggetta a rifiutare con violenza ogni forma di alterità; la più radicale scusa è che l’altro vada combattuto e sterminato perché minaccia la nostra esistenza, la nostra razza e i nostri valori.
Come insegna Le Bon (1895) è necessario convincere il popolo che ci sia un pericolo esistenziale è solo allora sarà possibile definire e “classificare” (Stanton, 2012) i nemici. Per questo la crudeltà si sente sempre giustificata e conduce al totale “diniego dell’alterità, che fa che l’altro non sia più concepito come un simile” (Cupà, 2012, p.34).
Internamente si accende un bisogno di annientamento tale del “nemico” che la psiche si rifiuta addirittura di raffigurarsi questo “altro”: si rifiuta di conoscerlo, lo deforma, lo sfigura per poi distruggerlo meglio (Cordioli, 2024).
È dunque un rifiuto che non permette alcun dialogo e non vi è nessuna messa in dubbio della distruttività conseguente. Per questo la distruttività tende a tornare. Lo strumento più potente della distruttività, secondo Cupa, è giungere ad una totale indifferenza nei confronti dell’Altro. Una indifferenza che è la base dell’oblio, che a sua volta porta alla ripetizione del trauma (Cordioli, Porzio Giusto, 2024).
La distruttività crudele è dunque collegata ad un arroccamento attorno ad una fragilità identitaria che, se non viene curato, avrà bisogno che quel “no” si ripeta in eterno.
L’indifferenza sarebbe, poi, un secondo esito narcisistico, reso necessario per non confrontarsi con gli orrori commessi e permessi. È come un pesante coperta messa alle finestre per non guardare la realtà ma messa anche sugli specchi, per non rischiare di riconoscersi mostruosi.
Ed è proprio a questo livello che si comprende come mai il diniego (Stanton, 2012) sia così importante all’interno del sistema della crudeltà. Esso offre un indubbio vantaggio economico su larga scala poiché evita di affrontare aspetti della propria realtà che sono inaccettabili all’immagine di Sè.
È per questa via, lastricata di autoassoluzioni e ignavi vantaggi narcisistici, che l’opinione pubblica resta sopita, evitando di sentirsi coinvolta. È in questa dinamica che si è sempre compiuto il delitto dell’indifferenza.
Nel 1993 Raul Hilberg propose un modello che distingueva tre tipi di soggetti che si muovevano all’interno delle catastrofi umanitarie: i perpetratori, le vittime e gli spettatori. Questa suddivisione ci ricorda che basta una piccola percentuale attiva di perpetratori (talvolta citata come il 3-5%) sostenuta dall’indifferenza o dal silenzio della maggioranza per permettere la persecuzione e lo stermino di una parte della popolazione.
L’indifferenza non è passività neutra, ma è un patto sociale: funge da complicità, permettendo agli autori di agire senza opposizione trovare una sensata opposizione.
L’oblio che segue le persecuzioni è proporzionale all’indifferenza-impunità che si è garantita ai perpetratori durante gli atti di crudeltà. Potrebbe divenire una unità di misura “bianca”, che ci avverte sulla quantità di spettatori durante un genocidio. Quanti non si sono opposti all’arrivo di una legge? Quanti l’hanno trovata sensata? Quanti scienziati hanno fiancheggiato e giustificato la persecuzione?
Mi chiedo queste cose mentre guardo l’applicazione delle leggi di Trump (2025) che, nel suo primo giorno di insediamento, ha cancellato le persone trans e non binarie: non le riconosce come esistenti, ha smantellato i dispositivi legali che le proteggono, ha distrutto i dispositivi sanitari a cui si affidavano e soprattutto infiamma la violenza sociale contro queste persone. Guardo con altrettanto orrore la quantità di scienziati, anche clinici della salute mentale, che si sono messi al servizio di questo piano criminoso. Ma, come sempre, la maggioranza che si gira dall’altra parte è il segnale che nulla abbiamo imparato perché nulla avevamo riconosciuto.
Diviene anche paradossale parlarne pubblicamente per smuovere le coscienze poiché è già in corso il diniego come difesa narcisistica: per gli spettatori è già insopportabile essere a cospetto del crimine e/o della propria connivenza. Il rischio di scoprirsi mostruosi, mortifica già ad un livello preconscio e “provocava autismo e non solidarietà, diniego e non dolore, oblio e non ricordo” (Berti Ceroni, 1998, p. 585).
La storia si ripete proprio perché la maggioranza non ha l’onestà di accorgersi di aver favorito una persecuzione ma anzi si arrocca sul diniego. È lì che si può intravvedere un aspetto attivo ( e non più solo passivo) di volontà criminale.
Ricoeur (2003) ci aiuta a vedere ancora più da vicino questo funzionamento. Lo chiama l’oblio di fuga (oubli de fuite) “cioè una volontà oscura di non informarsi, di non indagare sul male commesso» (Ricoeur, 2003, p. 106).
L’oblio di fuga non è dunque una deficienza cognitiva, bensì un territorio etico e politico. Appare dunque la consapevolezza che esista, a livello sociale, una modalità patologica di gestione del passato. Se la memoria è la custodia del sé nel tempo, l’oblio di fuga ne rappresenta la sua negazione volontaria, una forma di “non-voler-sapere” che segna profondamente l’identità del soggetto e della collettività.
Accade così, che per potersi disidentificare veramente dall’eredità dei carnefici, l’unica via è proprio quella di ribellarsi alla legge omertosa dell’oblio.
Denegare nel tempo presente.
L’11 marzo il Lemkin Institute for Genocide Prevention and Human Security ha pubblicato un terzo avviso di allerta “Red Flag” a proposito delle politiche anti-trans dell’amministrazione Trump. Nel documento si sottolinea che il 2025 è stato il sesto anno consecutivo da record per numero di proposte di leggi anti-trans discusse negli USA, con un aumento del 45 per cento rispetto al 2024 e una crescita complessiva del 668 per cento tra il 2021 e il 2025.
L’ente scrive: “L’amministrazione è passata dal considerare le persone transgender una minaccia per la famiglia e per la potenza militare della nazione all’affermare che esse costituiscono una minaccia cosmica per la salute spirituale della nazione e la più grave minaccia diretta alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti a livello mondiale. Alla luce di questi sviluppi ideologici, soprattutto se associati alla legislazione sempre più ostile e draconiana contro le identità trans, il Lemkin Institute ritiene che gli Stati Uniti si trovino chiaramente nelle fasi iniziali o intermedie di un processo di genocidio contro le persone trans, il cui obiettivo è quello di cancellare completamente le persone transgender non solo dalla vita pubblica, ma anche dall’esistenza negli Stati Uniti e a livello globale.”(Lemkin institute, 2026).
Secondo gli studiosi, l’attale situazione negli stati uniti ha già raggiunto il livello del diniego attivo, che nella scala Lemkin[5] precede l’ultimo livello ovvero l’uccisione diretta delle vittime.
Dunque attualmente sia gli studiosi che usano la scala Stanton sia quelli che studiano la scala Lemkin cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica circa l’attuazione in corso di tutte le azioni che conosciamo come progetto genocidario.
Mentre discutiamo ancora se la società occidentale possa riconoscere il genocidio del secolo scorso ai danni della comunità LGBTQIA+, tutto si ripete sotto i nostri occhi.
Purtroppo non possiamo dirci stupiti. Però possiamo dirci sconcertati da chi, pur avendo tutti gli strumenti per riconoscere questi fenomeni, ha scelto invece di blandirli e talvolta anche sostenerli teoricamente. E infine possiamo dirci amareggiati e anche delusi da chi crede che l’omotransfobia sui solo quella dei picchiatori di strada. L’abisso in cui prosperano poi i criminali lo hanno scavato gli ignavi.
Concludo dunque invitandoci tutti a sentirci scomodi in questo tempo attuale, perché se pensando a ciò che sta accadendo alle persone queer nel mondo, ci sentiamo di poter stare tranquilli, significa amaramente che siamo dominati (se va bene) dall’oblio di fuga.
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Note
[1] Userò il concetto di diniego così come viene utilizzato nelle scienze che studiano i grandi crimini e i loro eco nelle società. Questa terminologia si differenzia dal diniego psicoanalitico perché non riguarda solamente aspetti inconsci di aggressione alla rappresentazione ma viene utilizzato anche pe le azioni deliberate e volontarie. In queste scienze, dunque, il diniego è una azione che va dal reame del cosciente dei perpetratori al reame inconscio dei grandi gruppi sociali.
[2] Questo ci deve ricordare come il destino delle donne è sempre collegato a quello delle minoranze, soprattutto quando si ergono i regimi.
[3] Una vittima illustre, a rappresentanza di tutti, fu Alan Turing, il geniale matematico venne arrestato e incarcerato ad inizio degli anni ’50. La regina Elisabetta II gli concesse una simbolica “Grazia postuma” 69 anni dopo la sua morte, avvenuta in circostanze tragiche.
[4] Basti pensare che tutt’ora la legge italiana n. 211 del 20 luglio 2000 che istituisce il 27 gennaio come “Giorno della Memoria”, esclude ( tra gli altri) anche gli omosessuali. La dicitura ufficiale mira a ricordare la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, i deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. La legge non menziona esplicitamente altre categorie di vittime del nazifascismo, come i rom e sinti, le persone omosessuali, i Testimoni di Geova o i disabili (programma T4).
[5] “Il genocidio è un processo, non un singolo evento. Una caratteristica fondamentale del processo genocida è che non si tratta solo di un attacco sistematico, ma anche di un attacco strutturato contro un gruppo. Ciò significa che, nel breve termine, spesso è possibile identificare l’emergere dell’intento nelle sue fasi iniziali, quando i modelli genocidi si manifestano in modo localizzato.” https://www.lemkininstitute.com/ten-patterns-of-genocide