Cultura e Società

Eugenio Gaddini e le trasformazioni della clinica contemporanea, di Stefania Pandolfo

Società
Eugenio Gaddini e  le trasformazioni della clinica contemporanea


Parole chiave: Eugenio Gaddini, Psicoanalisi, XXII Congresso nazionale, cambiamento.

Eugenio Gaddini e  le trasformazioni della clinica contemporanea

di Stefania Pandolfo

(Stefania Pandolfo, Psicoanalista, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e Full Member della International Psychoanalytical Association (IPA). Docente di Clinica del corporeo nel pensiero di Eugenio Gaddini, presso la Scuola di Specializzazione clinica dell’Università degli Studi di Torino. Vive e lavora a Torino. E-mail: stefania.pandolfo@libero.it)

Nel 1984 Eugenio Gaddini pubblica sulla Rivista di Psicoanalisi un lavoro destinato a diventare uno dei riferimenti più significativi della psicoanalisi italiana, Se e come sono cambiati i nostri pazienti fino ai nostri giorni. Il testo si apre con parole (prese a prestito da Leo Rangell, noto divulgatore della psicoanalisi negli anni 70 e due volte presidente IPA) che ancora oggi colpiscono per la loro lucidità teorica e clinica e per la loro modernità.

“Se è vero, come oggi crediamo, che l’individuo non è il risultato automatico della sua combinazione genetica, ma è invece il risultato del suo sviluppo, vale a dire della sua interazione con l’ambiente in cui nasce e cresce, dobbiamo ammettere che la psicopatologia individuale cambia, così come cambia l’individuo umano, a seconda dell’ambiente socio-culturale in cui si forma (Rangell, 1975)”. (Gaddini, 1984).

Rileggere oggi questo lungimirante lavoro  significa tornare a una domanda che continua a interrogare la clinica contemporanea e cioè chiedersi non soltanto se i pazienti siano effettivamente cambiati, ma quale rapporto esista ancora oggi tra le trasformazioni della società e le modificazioni del funzionamento psichico.

Il lavoro del 1984 nasceva infatti in un momento di profonda ridefinizione del panorama teorico e clinico. All’interno del variegato paesaggio psicoanalitico avevano iniziato ad affiancarsi, ai paradigmi tradizionali, i frutti della lunga e feconda ricerca psicoanalitica e mentre acquistavano centralità questioni come il trauma, il ruolo della relazione e il peso della realtà esterna (e degli oggetti reali) nell’organizzazione dell’esperienza mentale, parallelamente, nei contesti di cura anche al di fuori della psicoanalisi, si affermavano modelli diagnostici orientati verso una classificazione sempre più descrittiva dei disturbi psichici, progressivamente separata da ipotesi eziologiche esplicite.

È in questo clima che Gaddini sviluppa la propria riflessione sul cambiamento dei pazienti, sebbene la sua prospettiva si collochi, fin dall’inizio, su un piano diverso rispetto a quello puramente nosografico. Ciò che gli interessa non è tanto individuare nuove categorie diagnostiche, quanto comprendere in che modo le trasformazioni storiche e culturali incidano sui processi di costruzione della mente, sulle forme dell’esperienza e sulle possibilità di simbolizzazione.

Rileggere oggi queste pagine  consente di cogliere il suo aver intuito con notevole anticipo molte delle trasformazioni che attraversano anche la nostra clinica contemporanea. Il contributo di Gaddini si situa infatti in un punto cruciale della teoria psicoanalitica, là dove il funzionamento mentale inizia ad essere osservato nelle sue forme più precoci, corporee e non ancora simbolizzate. Il suo interesse, spostandosi dal conflitto intrapsichico (che secondo il suo modello riguarda un momento successivo dello sviluppo, quando esisterà già una “struttura” della mente) ai processi originari di emersione della mente dal corpo,  poneva al centro dell’attenzione i meccanismi fisiologici (che sono corporei) e il loro apprendimento mentale attraverso i meccanismi più arcaici, a cominciare da quelli imitativi, che Gaddini fa coincidere con le prime forme di rapporto con il mondo.

L’imitazione, in questa prospettiva, non è semplice riproduzione dell’altro, ma una funzione organizzatrice dell’apparato psichico nascente, anzi, è la modalità primaria attraverso cui il bambino costruisce (o meglio ri-costruisce) una continuità del Sè, messa in scacco dall’angoscia derivante dalla prima percezione di separatezza;  prima ancora di disporre di rappresentazioni stabili, attraverso questi funzionamenti primitivi (e difensivi) il soggetto tenta di mantenere una coesione minima del Sé e una continuità dell’esperienza nelle fasi più precoci dello sviluppo che, se non passibile di evoluzione, si cristallizzerà in un funzionamento difensivo, influenzando il successivo formarsi della struttura della mente e la sua possibilità di entrare in relazione con il mondo esterno e  con le proprie pulsioni.

Questa intuizione si rivela oggi particolarmente feconda per comprendere molte configurazioni cliniche contemporanee. Sempre più frequentemente incontriamo funzionamenti segnati da fragilità della simbolizzazione, discontinuità del senso di sé, difficoltà nei processi di integrazione psiche-soma. In tali organizzazioni il conflitto rimosso lascia spesso spazio a vuoti di rappresentazione, a stati di non integrazione e a modalità di esperienza che rimandano proprio a quelle aree precoci descritte da Gaddini con grande finezza clinica.

Un altro punto centrale del suo pensiero, a cui  ho implicitamente accennato poche righe sopra, riguarda la possibilità stessa del cambiamento psichico. In alcune organizzazioni mentali, osserva Gaddini, il problema non consiste tanto nella trasformazione del conflitto quanto nella possibilità che il cambiamento possa essere tollerato senza essere vissuto come minaccia di annientamento o di collasso del Sè. Questa attenzione al carattere potenzialmente traumatico della trasformazione anticipa molte riflessioni successive sugli stati primitivi della mente e sulle difficoltà di integrazione che caratterizzano numerosi pazienti contemporanei. Tutto questo riguarda naturalmente anche il cambiamento degli analisti.

Alla luce di queste trasformazioni, di fatto, anche la tecnica analitica è stata infatti progressivamente chiamata a modificarsi. Con pazienti nei quali prevalgono funzionamenti scarsamente simbolizzati, sappiamo ormai che l’interpretazione del rimosso non è quasi possibile, mentre diventano invece centrali le funzioni di tenuta, continuità e regolazione dell’esperienza, intese come la possibilità di costruire progressivamente le condizioni psichiche entro cui l’esperienza possa essere rappresentata e trasformata.

È  alla luce di queste considerazioni che accogliamo con grande interesse il tema e le proposte di riflessione del  XXII Congresso della Società Psicoanalitica Italiana, dedicato alla cura nella contemporaneità, che sembra raccogliere e rilanciare molti di quegli interrogativi che il lavoro di Eugenio Gaddini aveva formulato con tanto straordinario anticipo. E se il mondo interno continua ad essere lo specifico della psicoanalisi, in un tempo come il nostro, segnato da trasformazioni rapide, profonde e talvolta traumatiche, delle forme della vita individuale e collettiva, noi psicoanalisti continuiamo a interrogare il nostro modo di essere con l’Altro e a chiedere al nostro assetto interno la capacità di sostenere la complessità, come ci ricorda  Heidegger, quando lega l’essere al suo dispiegarsi nella molteplicità del mondo.

“L’uso che noi facciamo dei nostri pazienti è reso possibile dall’uso che loro fanno di noi, dal fatto che nessun altro potrebbe aiutarli nel modo che possiamo, e da tutto quello che di noi poniamo nel lungo rapporto che manteniamo con loro. Sul percorso nel deserto stiamo insieme, i nostri pazienti e noi”.     

Eugenio Gaddini

Bibliografia

Gaddini, E. (1984). Se e come sono cambiati i nostri pazienti fino ai giorni nostri. Rivista Psicoanal., vol.30, n.4, pp. 560-580

Gaddini, E. (1968). Sulla imitazione. Rivista Psicoanal., vol. 14, n.3, pp. 235-260.

Gaddini, E. (1981). Note sul problema mente-corpo. Rivista Psicoanal., vol.27, n.1, pp. 3-29.

Rangell, L. (1975). Psychoanalysis and processof change: An essayon the past, present, and future. International Journal of Psycho-Analysis, 56,87-98


Eugenio Gaddini e le trasformazioni della clinica contemporanea, di Stefania Pandolfo Monica Castellini

Ti potrebbe interessare...