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“Mr Nelson, did you kill people?” di Shin’ya Tsukamoto. Recensione di Mirella Montemurro

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"Mr Nelson, did you kill people?" di Shin'ya Tsukamoto. Recensione di Mirella Montemurro

Parole chiave: responsabilità, guerra

Autrice: Mirella Montemurro

Titolo: “Mr Nelson, did you kill people?”

Dati sul film: regia di Shin’ya Tsukamoto; Giappone, USA, 2026, 116’

Genere: Drammatico

Presentato in concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, “Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto nasce dalla storia vera di Allen Nelson, giovane afroamericano che nel 1966, dopo essersi arruolato nei Marines a diciotto anni per sfuggire alla povertà e alla discriminazione, viene inviato in Vietnam. Affascinato dall’immagine eroica della guerra trasmessa dal cinema, Allen parte convinto di poter diventare un soldato valoroso come gli eroi di guerra che aveva visto nei film. Si trova invece immerso in una realtà in cui la violenza perde rapidamente ogni confine e nessun essere umano, neppure un bambino, è più al riparo dall’orrore.

Al suo ritorno negli Stati Uniti, Allen non riesce più a vivere la propria vita. Il passato irrompe nel presente sotto forma di immagini, rumori, paure e reazioni incontrollabili. Le relazioni familiari si spezzano, l’esistenza quotidiana diventa precaria e il confine tra ciò che è accaduto e ciò che continua ad accadere dentro di lui appare sempre più fragile. A tenerlo ancora legato al mondo è il rapporto con il dottor Daniels, lo psichiatra interpretato da Geoffrey Rush, che lo accompagna in un difficile percorso di cura.

Attraverso un montaggio che alterna presente e flashback, Tsukamoto costruisce una temporalità traumatica: il Vietnam non appartiene davvero al passato, ma continua a irrompere nel presente del protagonista. Non si tratta soltanto di un espediente narrativo. La struttura stessa del film riproduce il funzionamento di una mente traumatizzata, in cui il ricordo non può ancora essere collocato in un tempo concluso e continua a essere vissuto come presente.

Il disturbo post-traumatico da stress può manifestarsi proprio attraverso immagini intrusive, incubi, ipervigilanza, insonnia, paura dei rumori improvvisi, evitamento di tutto ciò che richiama l’esperienza vissuta e difficoltà a regolare le emozioni. La persona non ricorda semplicemente il trauma: lo rivive. Il corpo reagisce come se il pericolo fosse ancora in corso, mentre una parte della mente tenta di difendersi attraverso l’ottundimento affettivo, la dissociazione o l’allontanamento dai legami.

Nel caso di Allen, tuttavia, al terrore subìto si aggiunge un’altra dimensione: quella di essere stato non soltanto vittima della guerra, ma anche autore di violenza. Alla paura si uniscono vergogna, colpa e una dolorosa estraneità rispetto a se stesso: chi è l’uomo che è tornato? E quale rapporto conserva con il ragazzo che era partito?

Il film individua un primo movimento interiore già durante l’esperienza militare. Un combattente vietcong dice ad Allen che i vietnamiti combattono per la propria libertà e gli ricorda che, in quanto afroamericano, neppure lui è davvero libero nel suo Paese. Quella frase continua a ronzargli in testa. È una prima incrinatura nel sistema di identificazioni che lo sostiene: il giovane che si era arruolato per diventare americano a pieno titolo comincia a intuire di essere stato accolto come soldato da una patria che non lo riconosce ancora pienamente come cittadino.

L’esercito gli aveva offerto un’appartenenza, una divisa e una promessa di riscatto, chiedendogli in cambio l’obbedienza. Ma l’identificazione con il ruolo militare comporta la sospensione della soggettività: non pensare, obbedire, uccidere. Allen può uccidere in quanto soldato, protetto da una responsabilità collettiva che sembra sollevarlo da quella personale. È la guerra, sono gli ordini, è il nemico: la macchina bellica fornisce parole capaci di rendere tollerabile l’intollerabile.

Nel carteggio con Albert Einstein intitolato Perché la guerra?, Freud scrive che la guerra «costringe [gli uomini], contro la propria volontà, a uccidere altri individui» (Freud, 1932). La frase coglie una verità essenziale del film, ma Tsukamoto introduce una tensione ancora più disturbante: la costrizione non esclude che, una volta immerso nella violenza, l’essere umano possa aderirvi con una parte di sé. L’addestramento disattiva l’empatia, trasforma l’altro in bersaglio e rende possibile l’emergere di una distruttività che non può essere interamente attribuita agli ordini ricevuti.

Questo è il nucleo più doloroso del percorso terapeutico. Il dottor Daniels rivolge ripetutamente ad Allen la stessa domanda: «Perché hai ucciso?». Allen reagisce dapprima con rabbia: «Perché ero un soldato, perché era la guerra!». La sua risposta è vera, ma non ancora sufficiente. Spiega il contesto e, al contempo, lo utilizza come difesa, mantenendo l’azione fuori da sé. Finché è stata soltanto “la guerra” a uccidere, egli può continuare a percepirsi esclusivamente come vittima di un apparato che lo ha usato.

Una trasformazione diventa possibile quando, alla medesima domanda, Allen riesce a rispondere: «Perché volevo ucciderli». Non è una confessione che cancella le responsabilità politiche e militari, né una condanna moralistica del protagonista. È il momento in cui egli riconosce come propria anche la parte più inaccettabile dell’esperienza. Assumersi la responsabilità non significa negare la coercizione subita, ma smettere di collocare interamente fuori di sé ciò che è accaduto. Il passaggio è decisivo. Ciò che viene espulso dalla coscienza ritorna sotto forma di sintomo; ciò che può essere nominato, invece, comincia a entrare nella storia del soggetto. Allen non guarisce né perché dimentica né perché ottiene un’assoluzione. Inizia a cambiare quando riesce a pensare insieme le proprie parti inconciliabili: il ragazzo povero che cercava una possibilità, il soldato impaurito, l’uomo capace di uccidere e quello che ne porta il dolore.

La responsabilità diventa così diversa dalla colpa che schiaccia. La colpa traumatica può paralizzare, convincere la persona di non meritare più alcun legame e alimentare inconsciamente il bisogno di punirsi. La responsabilità, invece, restituisce una possibilità di azione. Allen non può modificare il passato, ma può scegliere che cosa farne: trasformare il ricordo in testimonianza e la propria esperienza in un avvertimento rivolto agli altri.

Il titolo nasce dalla domanda rivolta ad Allen da una bambina: «Signor Nelson, ha ucciso delle persone?». Nella sua disarmante semplicità, l’interrogativo attraversa tutte le giustificazioni adulte e raggiunge il centro rimosso della guerra. Non chiede chi abbia vinto, quale fosse la strategia o da quale parte stesse la ragione. Chiede a un essere umano che cosa abbia fatto a un altro essere umano.

Nel rivolgersi alle nuove generazioni, Allen ritrova progressivamente una strada. Raccontare non serve a liberarsi del trauma scaricandolo sugli altri, ma a impedirgli di rimanere un’esperienza muta, destinata a ripetersi. La testimonianza crea un legame tra chi ha visto e chi può ancora scegliere di non considerare la guerra un’avventura eroica. Il suo cammino lo conduce fino al Vietnam, la terra che nella sua memoria era rimasta identificata con la morte e che può finalmente tornare a essere un luogo abitato da volti, parole e relazioni.

Freud indicava nell’Eros l’antagonista della pulsione distruttiva: «Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra» (Freud, 1932). È ciò che Allen tenta di fare, trasformando la propria vicenda in un racconto. Dove l’addestramento aveva imposto di disumanizzare l’altro, la testimonianza ricostruisce le identificazioni; dove la violenza aveva separato il mondo in amici e nemici, la parola torna a creare una comunità possibile.

Tsukamoto non offre una consolazione facile. Il trauma non scompare e la responsabilità non restituisce le vite perdute. Ma “Mr. Nelson, Did You Kill People?” mostra come sia possibile non consegnarsi definitivamente alla distruttività. Per non perdersi, Allen deve rinunciare tanto all’immagine idealizzata dell’eroe quanto a quella, altrettanto assoluta, del mostro. Deve riconoscersi come uomo: condizionato dalla storia, travolto dalla guerra, eppure ancora responsabile delle proprie azioni.

In un presente nuovamente attraversato da conflitti e retoriche belliche, il film ci ricorda che le guerre non si limitano ai campi di battaglia. La guerra continua nella psiche di chi torna, nelle famiglie, nelle generazioni successive e nelle società che preferiscono celebrare i soldati anziché ascoltarli. La domanda rivolta a Mr. Nelson riguarda allora anche noi: che cosa facciamo della violenza quando smettiamo di considerarla soltanto opera degli altri? Forse il primo argine alla distruttività nasce proprio da qui, dalla responsabilità di riconoscerla e dalla possibilità di trasformarla in memoria condivisa.

Riferimenti bibliografici

Freud, S. (1932), Perché la guerra? (Carteggio con Einstein), in Opere, vol. 11, L’uomo Mosè e la religione monoteistica e altri scritti 1930-1938, Torino, Bollati Boringhieri.

“Mr Nelson, did you kill people?” di Shin’ya Tsukamoto. Recensione di Mirella Montemurro Monica Castellini

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