Parole chiave: dissociazione, suggestione
Autore: Giuseppe Riefolo
Titolo film: “Rental Family – Nelle vite degli altri”
Dati film: Regia di Hikari (Mitsuyo Miyazaki), Giappone, 2025, 110’
Genere: Commedia
La suggestione e la cura
“il sentimento più pericoloso per l’analista è l’ambizione terapeutica di
riuscire … a fare qualcosa che possa avere un effetto persuasivo per il paziente”
(Freud, 1912, 536)
Dopo il cinema
Il film mi ha posto alcuni quesiti: è possibile ipotizzare un processo di relazione fra due soggetti in cui si possa escludere la suggestione e la seduzione? E se, come io penso, non sia possibile, qual è la funzione della suggestione e della seduzione nel processo analitico?
Finzioni
Mia rimprovera a Philip che le ha fatto del male pur avendole promesso che non l’avrebbe mai fatto. Philip si scusa con lei, ma sa che non poteva fare altrimenti. Il film a me ha fatto pensare che il dolore non viene da Philip, ma dal processo in cui Philip accetta (per necessità…) di esserci. Se vuoi essere buono, puoi sapere sin dall’inizio che cosa dovrai fare e quando uscire di scena “evitando che Mia si affezioni troppo a te!”. Alla fine era la tesi (molto amata dai film…) della prima psicoanalisi: la terapia deve finire con la risoluzione del transfert e l’analista come un bravo “Kevin” saprà come andarsene. Poi ti chiedi: ma gli altri ti vedono mentre tu stai spiando nei loro appartamenti?
Poi c’è la vita di Philip Vanderploeg, un attore americano in decadenza: “spero tu abbia un abito scuro.. se parti ora forse fai in tempo…Pagano bene!”. Ti trovi dentro una situazione surreale: un morto che durante il suo funerale si sveglia e saluta tutti, perché voleva conoscere – da vivo – “l’emozione di essere compianto da quelli che rimangono!”. Sei in una situazione di profondo fallimento della tua vita e, forse per questo, è potente la seduzione di poter dare agli altri quello che loro desiderano: “cosa credi che facciamo qui? Noi vendiamo emozioni. Recitiamo ruoli nella vita dei clienti. Genitori fratelli, fidanzati fidanzate, migliori amici e li aiutiamo a colmare un vuoto”. Questo ti consegna un potere enorme, ma anche una responsabilità insostenibile: “e io a che vi servo!…Sono un attore. Non so come aiutare le persone!”
Accetti di incontrare Mia, una bambina di cui devi fingere di essere suo padre e poi un vecchio attore, oramai dimenticato, di cui la figlia ti chiede di fingerti giornalista perché si possa sentire intervistato da qualcuno. Ben presto il film mette in crisi questa posizione seduttiva dove non puoi entrare troppo nella loro vita: “lei non è pagato per dirmi come educare mia figlia!” e, quando Mia ti ha obbligato a darle il tuo numero di cellulare, sua madre ti spiega fin dove arriva il tuo compito: “non deve diventare troppo intimo per Mia… non vorrei che poi dovesse soffrire quando dovrà essere lasciata!” Fin qui lo psicoanalista riconosce quello che non si deve fare, si attiene al suo compito, ma il film insinua un’impossibile astinenza rivendicando la tua dimensione soggettiva.
Sintonizzazioni
“A questa bambina serve un padre… “ciao Mia, sono tuo padre…sono tuo padre” Poi dopo che hai fatto le prove e ti sei preparato vai in scena per davvero e incontri Mia e puoi dirle in modo goffo “ciao Mia sono tuo padre!” La fortuna dell’analisi è che non avevi previsto la reazione di Mia.: “ti odio” e lei ti lancerà contro lo zaino che sua madre – la tua cliente – aveva comprato perché tu potessi piacere a Mia perché sua madre – la tua cliente – ha bisogno che Mia frequenti la scuola particolarmente importante che non l’accetta se non ha un padre. Tu ti sintonizzerai con Mia e con Gan Furukawa perché Mia, come te, non ha un padre e Gan Furukawa, come te, è stato dimenticato come attore. I tuoi clienti, invece, ti attaccheranno perché “ti stai facendo coinvolgere troppo”. Gli analisti conoscono bene il dolore delle separazioni ed è facile interpretare al paziente il lutto e le perdite. Il film mi ha fatto pensare alla complessità e alla ricchezza di sintonizzarsi e partecipare al dolore di chi si separa, perché lo puoi cogliere se quel dolore, nella stanza di analisi, è anche profondamente tuo: “queste persone ti guardano come se ti aspettassero da tutta la vita!” Ma poi “quello che scoprirai è che le porterai con te!” (Aiko, la collega). Infatti, Philip con i suoi clienti, scopre che “quella organizzazione del Sé diventa la mia ‘natura’; quegli attaccamenti diventano il mio senso delle possibilità all’interno della comunità degli altri” (Mitchell, 1988, 249).
I ruoli e i transiti
A me il film ha fatto pensare che la seduzione e suggestione non appartengono all’analista, ma appartengono inevitabilmente al processo che consegna un ruolo all’analista (Sandler, 1976). Il problema è quando la seduzione/suggestione si cristallizza come seduttiva struttura dissociativa (Bromberg, 2006). Ho pensato che la seduzione/suggestione sia la premessa perché Mia debba poi riconoscerti che le hai fatto male. Poi tuo padre ti darà il proprio numero di cellulare e questo errore – che gli analisti chiamano enactment – dice che anche lui non riesce a lasciarti e che, in qualche modo, sconosciuto ad entrambi, davvero non ti lascerà mai. Gli analisti riconoscono che si possa anche odiare un paziente (Winnicott, 1947) o che la sofferenza non è un fatto, ma è la funzione di un apparato e riguarda sia il dolore che il piacere. La bugia porta dolore ancora più forte quando ti impedisce di soffrire quel dolore (Bion, 1970, 30). Quindi: “anche tu mi hai fatto del male” è una responsabilità enorme e vitale, che richiede all’analista una capacità coraggiosa e raffinata. Anche Gan Furukawa, l’attore ottantenne che devi sedurre con finte interviste, ti chiede di “fargli del male” accompagnandolo – fuori da ogni contratto – ad abbracciare l’albero secolare della sua infanzia. Lì vicino scavi e trovi un contenitore dove, attraverso fotografie in bianco e nero, il tempo aveva congelato un dolore che solo adesso può essere sofferto. Le emozioni non possono essere perseguite o evocate, ma possono solo essere rintracciate (potrei dire: subite) quando, senza saperlo consegni il tuo numero di cellulare a Mia (non lo dovresti fare per contratto, ma lo fai perché l’inconscio dell’altro te lo chiede e non è solo controtransfert o ancora meno lapsus…), o ti introduci furtivamente nella casa di Gan Furukawa e con lui vai dove “tutta la storia è iniziata!”.
Nell’ultima scena, ho pensato che all’inizio del film il morto si solleva e saluta tutti gli invitati, mentre ora Gan Furukawa giace nella bara e ti viene da aspettarti che lui possa sollevarsi e sorriderti. Ma nonostante qualcosa ti spinga ad aspettarti la ripetizione, questa volta sei certo che Gan Furukawa non si solleverà e che finalmente Mia conosce veramente suo padre come uno che la lascerà, ma tu hai diritto di sentire che ha voluto darti il suo numero di cellulare perché hai diritto di essere sola in presenza di tuo padre.
In fine. Il film gioca ovviamente sul tema seduttivo della finzione con cui la regista gioca con noi, ma sappiamo che i processi analitici sono veri e reali e la suggestione/seduzione è solo un transito che è sempre sullo sfondo e la finzione, se non si cristallizza nella falsità, è il gioco necessario che ti permette di usarla. Philip e Mia sanno giocare: “Qual è il tuo vero nome?”; “Mi chiamo Philip”. È fantastico!”. Mia: “È forte, ma è finto”; “Sai, a volte fa bene fingere!”
“L’ambizione educativa è infruttuosa quanto l’ambizione terapeutica”
(Freud, 1912, 539).
Riferimenti bibliografici
Bion W.R., Attenzione e interpretazione (1970), Armando, Roma, 1973.
Bromberg Ph. M. (2006). Destare il sognatore, Cortina, Milano, 2009.
Freud S. (1912). Consigli al medico nel trattamento analitico. OSF, 6.
Mitchell S.A. (1988). Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi. Per un modello integrato. Torino, Boringhieri, 1993.
Sandler J. (1976). Countertransference and role-responsiveness. Int. Rev. Psycho-Anal., 3, 43-47.
Winnicott D. W. (1947). L’odio nel controtransfert, in Dalla pediatria alla psicoanalisi, Martinelli, Firenze.