17 Maggio: Giornata internazionale contro  l’omofobia, la bifobia e la transfobia. I Film LGBTQ+ a cura di A. Cordioli, E. Marchiori e A. Moroni

17 Maggio: Giornata mondiale contro Omofobia-Bifobia-Transfobia. Introduzione a cura di A. Migliozzi e R. Musella

FILM LGBTQ+

 

A cura di Anna Cordioli, Elisabetta Marchiori e Angelo Moroni

 

A seguire proponiamo una selezione di film, serie tv e documentari a tema LGBTQ+ usciti negli ultimo dieci anni, con un breve abstract e il link ai commenti già pubblicati.

Ne abbiamo scelti alcuni, tra i tanti, per ogni lettera dell’acronimo, come suggerimenti di visone, per offrire spunti di pensiero. Non possono certo né raccontare una realtà così ampia né essere rappresentativi del panorama mondiale.

 

L

 

1) “La vita di Adele” (Regia di Abdel Kechiche, Francia 2013, 179’)

Palma d’Oro a Cannes, assegnata per la prima volta non solo al regista, ma anche alle due attrici protagoniste (Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux) è un film sulla scoperta dell’omosessualità in adolescenza e racconta la relazione tra Adele ed Emma nella provincia francese dei giorni nostri. Il film è ispirato alla graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh e ha destato particolare scalpore per le lunghe sequenze esplicite di sesso saffico. È un film sul difficile momento di incertezza che gli adolescenti attraversano quando cominciano ad avere coscienza di sé e dei propri orientamenti sessuali.

 

Commento di Rossella Valdrè: https://www.spiweb.it/cinema/recensioni-cinema/la-vita-di-adele-2/

Commento di Roberto Goisis: https://www.spiweb.it/cinema/la-vita-di-adele/

 

2) “Disobedience” (Regia di Sebastian Lelio, UK,USA; Irlanda, 2017, 114’)

Questa storia si svolge nel cuore della comunità ebrea ortodossa di Londra. Ronit, allontanata anni prima perché lesbica, torna per il funerale del padre e rincontra Esti, la donna che amava. Questa nel frattempo si è sposata, con la speranza che il matrimonio l’avrebbe “curata”, ma ben presto si accorge che l’amore e la passione per Ronit non si sono mai sopite. Questo film ci parla di legami religiosi e di comunità che imprimono curvature profondissime nelle vite delle persone, ferendo alla fine un po’ tutti. È in fondo un grande dolore dover scegliere tra essere accettati ed essere disobbedienti.

 

3) “La diseducazione di Cameron Post” (Regia di Desiree Akhavan, USA 2018, 90’)

Vincitore del premio della Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival, tratto dall’omonimo romanzo di Emily M. Danforth, è il racconto di formazione e di affermazione dell’identità sessuale della protagonista adolescente. Cameron vive l’esperienza di un istituto di “riabilitazione” gestito da fondamentalisti cristiani determinati a “guarire” lei e gli altri ospiti dall’omosessualità. Ma non esiste cura se non c’è malattia, e Cameron non cede alle violenze psicologiche cui è sottoposta, crescendo rispetto ad una identità in cui si riconosce. Si tratta di un’opera lineare, a tratti didascalica, che ha il merito di insistere sulla necessità del diritto all’auto-determinazione dell’identità sessuale.

 

4) “La ragazza d’autunno” (Regia di Kantemir Belagov, Russia, 2019, 137’)

Il film, candidato agli Oscar come miglior film straniero nel 2019, ha visto il premio per la miglior regia a Cannes nello stesso anno, nella sezione “Un certain regard”. La storia narra dei destini di Lyla e Masha e della loro intensa relazione, in uno scenario socio-politico traumatico e post-bellico, andando ad esplorare temi di enorme impatto: dalla maternità alla perdita di un figlio, dall’amore alla violenza sessuale, dalla necessità delle cure all’eutanasia, dalle conseguenze traumatiche della guerra a quelle di un regime totalitario, dalla caparbietà di non arrendersi ad un destino già scritto all’impossibilità di salvezza, dagli orrori dell’umanità alla disperazione individuale.

 

Commento di Elisabetta Marchiori: https://www.spiweb.it/cinema/la-ragazza-dautunno-di-k-balagov-recensione-di-e-marchiori/

 

5) “A Secret Love” (Regia di Chris Bolan, USA, 2020, 82’, Netflix)

Questo emozionante documentario racconta una storia d’amore durata sessantacinque anni, in gran parte vissuta nel segreto. Le due persone unite da questo profondo legame sono Terry e Pat, due donne ormai anziane che raccontano sette decadi come fossero un home run. Terry fu, infatti, una delle prime giocatrici professioniste di baseball d’America ed è in quel periodo che incontrò il suo grande amore. Il documentario attraversa decenni di difficoltà sociali e familiari per le due donne e arriva fino ai giorni nostri. La malattia e la vecchiaia sono una nuova sfida per questa coppia che si ama e che, nonostante tutto, ha ancora dei sospesi con le famiglie che non le accettarono. Eppure, come canta Doris Day: “Alla fine il mio cuore è una porta aperta e il mio amore segreto non è più segreto”.

 

 

G

 

1) “Jours de France (“Quattro giorni” in Francia, regia di Jerome Reybaud, Francia, 2016, 137’)

È una sorta di Tour de France sentimentale ed esistenziale, quello del protagonista Pierre che, grazie ad una applicazione, incontra una serie di personaggi con cui ha un rapido, spesso incisivo e profondo contatto. Uomini e donne soli, in valli e luoghi sperduti, ciascuno racchiuso in un proprio mondo misterioso, privatissimo: il film rimanda molto bene il mistero dell’individualità, di ciò che è racchiuso nel segreto di ciascuno e che qui si rivela con una parola, una frase, un accenno.

È possibile una sessualità, non importa se omo o etero, completamente scissa, privata del benché minimo apporto relazionale? Senza dirsi il nome, nel totale silenzio identitario? Pare questa la sottile domanda del film, la ricerca di Pierre, ma c’è molto altro.

 

Commento di Rossella Valdrè: https://www.spiweb.it/cinema/jours-de-france-quattro-giorni-in-francia/

 

2) “Quando hai 17 anni” (Regia di André Téchiné, Francia, 2016, 116’)

André Téchiné, pluripremiato regista francese, da quarant’anni mette in scena il mondo delle emozioni, delle relazioni, degli amori e della sessualità. In questo film il suo sguardo sensibile e profondo si concentra sulle vicissitudini dei diciassettenni Damien e Thomas. Sono compagni di classe, apparentemente l’uno l’opposto dell’altro, nell’aspetto e per le loro storie personali. Li accomuna il non essere integrati nel gruppo dei coetanei, sono isolati, diffidenti. Entrano in relazione tra loro con un gioco di sguardi e provocazioni, in un crescendo che arriva a violenti scontri fisici. Devono fare i conti con i loro bisogni e i loro desideri, la loro fisicità e sessualità prorompenti, la scelta di diventare se stessi.

Per nove mesi, tempo in cui si porta a termine una gravidanza, scandito dai trimestri scolastici, la macchina da presa sta addosso ai protagonisti dei quali ci fa toccare i corpi frementi e percepire la sostanza delle loro pulsioni più profonde.

 

3) “Chiamami col tuo nome” (Regia di Luca Guadagnino, Italia, Francia, Brasile, USA, 2017, 130’)

Il film è sceneggiato da James Ivory e tratto dallomonimo romanzo di André Aciman. Ambientato nel nord Italia nel 1983 racconta la storia d’amore tra il diciassettene Elio e Oliver, uno studente americano. Il film è stato presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival nel 2017 e ha ricevuto quattro candidature al Golden Globe 2018 (miglior film, miglio attore – Chalamet – miglior attore non protagonista – Hammer), e quattro candidature al Premio Oscar 2018. Il film è una storia d’amore, ma anche il racconto di un’estate densa di intrecci, relazioni, scoperte che segnano il destino di una vita. In questo film Guadagnino sa creare sapientemente atmosfere, ambienti onirici, svagati e molto evocativi sul piano dell’immaginario.

 

4) “Boys Erased-Vite cancellate” (Regia di Joel Edgerton, USA, 2018, 114’)

Il film si basa sulla storia vera di Garrard Conley. Nel cast compaiono anche Nicole Kidman e Russel Crowe. La pellicola ci parla di Jared, figlio di un pastore battista, obbligato a partecipare ad un programma “terapeutico” di “conversione dall’omosessualità”, pena l’allontanamento dalla famiglia. “Boys Erased” ha il grande merito di trasportarci all’interno di una mentalità omofoba e di farci conoscere l’aberrante “metodo Ludovico”, tecnica “terapeutica” basata sulla manipolazione e sulla colonizzazione dell’identità dell’altro. Un film importante sul doloroso ma ineludibile percorso di autodeterminazione della propria identità.

 

5) La Dea Fortuna” (di Ferzan Özpetek, Italia, 2019, 118’)

Roma, solita terrazza, soliti amici. Sembra l’ennesima storia di una normale coppia gay, Alessandro e Arturo – interpretati da Edoardo Leo e Stefano Accorsi – alle prese con le solite difficoltà. Ma l’incontro con Annamaria (Jasmine Trinca), e soprattutto con i suoi due bambini, che lei affiderà loro per andare alcuni giorni in ospedale per accertamenti, rende il film assai più interessante. Özpetek pare inscenare lo scontro tra l’in-coscienza, l’in-possibilità e l’istinto, da una parte, il desiderio, il sogno e la capacità di auto-osservarsi dall’altra.

 

Commento di Sergio Anastasia: https://www.spiweb.it/cinema/la-dea-fortuna-di-f-ozpetek-commento-di-s-anastasia/

 

6) “Circus of Books” (Regia di Rachel Mason, USA, 2019, 92’)

Questo documentario, prodotto da Ryan Murphy, parla di una coppia famiglia di commercianti ebrei che per decenni ha gestito una libreria e videoteca a Los Angeles. La particolarità del negozio era di vendere materiale per adulti a tematica gay. Il racconto gira attorno alla chiusura del negozio, a causa della concorrenza dei siti online. Con l’occasione però viene raccontato un pezzo di storia della comunità LGBT degli anni ‘80, l’avvento dell’Aids e quella volta in cui l’amministrazione Regan portò a giudizio il piccolo negozio, che si appellò alla libertà d’espressione.

 

7) “The Boys in the Band” (Regia di Joe Mantello, USA, 2020, 122’).

Questa opera magistrale è la trasposizione cinematografica dell’omonima piece del 1968, di Mart Crowley, considerata una pietra miliare del teatro LGBTQ. La storia si svolge tutta in una sera in cui sei amici si incontrano per festeggiare un compleanno. Ognuno dei personaggi non solo è omosessuale ma rappresenta una sfumatura e una sensibilità del mondo gay. I dialoghi sono da togliere il fiato per l’onestà degli scambi. Ad un certo punto uno degli invitati dice con un ghigno sardonico “l’unico omosessuale felice è l’omosessuale morto”. I temi toccati sono l’incapacità di accettarsi, la fragilità di chi non si sente libero, la difficoltà di amare dopo tanti rifiuti. Ben presto i dialoghi trascendono i personaggi e lo spettatore è convocato a cospetto di dolori e paure universali.

 

8) “Hollywood” (miniserie, creata da Ryan Murphy e Ian Brennan, USA 2020, Netflix)

Nella Hollywood del secondo dopoguerra, una serie di registi e attori cerca di farsi strada nel mondo dello spettacolo. Al centro dell’intreccio narrativo c’è un’immaginaria produzione cinematografica affidata ad uno sceneggiatore omosessuale e di colore. Questa miniserie, tacciata come troppo ottimista e sognatrice, ha però di fatto anticipato ciò che è poi accaduto con la moratoria che la Accademy si è data nel 2020 e ha dunque portato alla consegna degli oscar 2021, in cui c’è stata una particolare attenzione a premiare artisti rappresentanti di ogni minoranza.

 

Commento di Anna Cordioli: https://www.spiweb.it/cinema/hollywood-commento-di-cordioli/

 

 

B

 

1) “Kinsey” (Regia di Bill Condon, USA, 2004, 118’)

Alfred Kinsey fu un biologo e sessuologo americano che, a partire dagli anni ’30, approntò una ricerca sperimentale sulla sessualità maschile e femminile. Il suo lavoro, famoso in tutto il mondo, destò scandalo e non fu scevro di ombre circa le metodologie di raccolta del materiale analizzato. Tuttavia il lavoro di Kinsey pose l’attenzione sulla grande varietà di tendenze sessuali che si possono incontrare negli esseri umani. La sua scala di valutazione andava da 1 a 6, in cui 1 era il massimo valore di eterosessualità e 6 il massimo di omosessualità, assegnava il valore 0 a chi non presentava fantasie e comportamenti sessuali. Da molti il suo lavoro è considerato un primo baluardo gettato, nel contesto americano, per la liberazione sessuale di donne, persone bisessuali e omosessuali. Nel film un personaggio gli contesta di parlare solo di sesso e mai d’amore e lui, interpretato da Liam Neeson, risponde “L’amore è la risposta ma il sesso solleva molte interessanti domande”. Diciamo che è sempre interessante vedere come gli americani abbiano il talento di riscoprire questioni già a lungo argomentate in Europa … da Freud ad esempio già cinquant’anni prima.

 

2) “Grace & Frankie” (Serie creata da Marta Kauffman e Howard J. Morris, 2015-i n corso, USA, Netflix)

Questa commedia, interpretata da Jane Fonda e Lily Tomlin, gira attorno ad una coppia di donne over-settanta, che si trovano a vivere assieme  dopo che i rispettivi matrimoni erano finiti. Il motivo dei divorzi è particolare: i loro mariti si erano innamorati e dopo una lunga relazione extraconiugale avevano deciso di fare coming out con le mogli. A partire da questa storia inizieranno molte narrazioni laterali con molti personaggi iconici. La serie, comica, gira attorno alla riscoperta di sé stessi, alla verità degli affetti e alla forza che ci vuole per mettersi in discussione, anche nella terza età.

 

3) “Moonlight” (Regia di Barry Jenkins, USA, 2016, 111’)

Questo film pluripremiato è stato anche il primo a tema LGBT e con un cast tutto di afroamericani a vincere l’Oscar come Miglior Film. La storia si sviluppa in tre capitoli, a rappresentare tre momenti della vita di Chiron, un ragazzo nero che vive ai margini della società, con una madre tossicodipendente e in un mondo di spaccio e criminalità. Chiron comprenderà la propria omosessualità molto presto cercando di sopravvivere in un mondo di assoluto machismo. Tra i pochi rapporti stabili che intrattiene è con L’amico Kevin, con cui si scambia saluti virili. Una parte molto interessante del film si basa proprio sulla diversità di contatti fisici tra uomini e donne, omosessuali ed eterosessuali, e tutto ciò che c’è nel mezzo. Moonlight è un film in cui la bisessualità (di alcuni personaggi) custodisce e protegge una omosessualità inconfessabile in un mondo brutale.

 

4) Un bacio (Regia di Ivan Cotroneo, 2016 Italia, 101’)

In una città del nordest tre adolescenti che motivi diversi vivono ai margini della loro realtà scolastica si incontrano e avviano una intensa amicizia che li porta a confrontarsi con i coetanei e con la loro sessualità, con il bullismo, l’omofobia, l’abuso e la trasformazione delle relazioni tra di loro. Sullo sfondo della tranquilla vita di provincia e di storie familiari non troppo problematiche il loro destino si complica in maniera imprevedibile.

Questo film ha il merito di proporre un ritratto non definitorio, insaturo, in grado di gettar luce sull’intensità delle passioni dell’adolescenza, sulla violenza delle sue emozioni, sui tentativi  al limite dell’ allucinazione di realizzare il desiderio anche quando questo cozza con i limiti della realtà o si scontra con il desiderio dell’altro.

 

Commento di Franco D’Alberton: https://www.spiweb.it/cinema/un-bacio/

 

5)“Colette” (Regia di Wash Westmoreland, UK, 2018, 111’)

Questo film biografico si basa sulla vita della scrittrice francese Colette che, a cavallo tra l’800 ed il ‘900, sfidò le convenzioni e si rese autonoma grazie alla scrittura di romanzi. Nel film vediamo il difficile rapporto col marito-padrone che da prima cerca di sfruttare il talento della donna appropriandosi di ogni merito e poi ostacolerà Colette nel suo processo di liberazione. Colette si innamorerà di una donna e trarrà proprio dal rapporto con le donne in generale la forza che le serve per affermarsi. Questo film, oltre che parlare di sentimenti, è un’occasione per parlare di lotta di genere e di imposizione dei ruoli.

 

 

T

 

1) “The Danish Girl” (Regia di Tom Hooper, USA, UK, Belgio, Danimarca, Germania, Giappone, 2015, 120’)

Tratto dal romanzo di David Ebershoff “La Danese” (2000), e liberamente ispirato alle vite delle pittrici danesi e Gerda Wegener Lili Elbe, il lungometraggio racconta la drammatica storia della Elbe, una tra le prime persone definita transessuale e a essersi sottoposta a operazione chirurgica per cambiare sesso. È un film che trasmette la profonda sofferenza di una persona che si sente prigioniera in un corpo che non sente proprio e che ha il coraggio di uscire allo scoperto. Nel contempo, mostra l’affetto con cui chi la ama la accompagna e la sostiene nella ricerca della propria identità a qualsiasi costo.

 

2) “The Death and Life of Marsha P. Johnson” (Serie creata da David France, USA, 2017, 105’, Netflix)

Il documentario racconta la storia di Marsha Johnson, attivista statunitense, transessuale, che partecipò ai moti di Stonewall del 1969, punto di riferimento della comunità LGBT newyorkese, e musa ispiratrice di Andy Wharol. La sua tragica morte fu rubricata come suicidio, come frettolosamente usava fare la polizia in caso di possibili omicidi nel mondo della comunità lgbt. Una immensa folla chiese inutilmente giustizia per Marsha e per tutte le altre vittime come lei. Nel ricordare la sua figura, il regista, coglie l’occasione per raccontare le battaglie di cui Marsha fu promotrice e per mostrare quanto sia ancora lunga la strada perché le persone trans possano sentirsi tutelate e rispettate nella società.

 

Commento di Anna Cordioli: https://www.spiweb.it/cinema/death-life-marsha-p-johnson-recensione-di-cordioli/

 

 

3) “Pose” (Serie creata da Ryan Murphy, Brad Falchuk e Steven Canals, USA, 2018-2021, Netflix)

Questa serie tv prende le mosse dal fenomeno delle Houses del Greenwich Village di new York negli anni 70. Le Houses erano delle piccole comunità, strutturate come famiglie, in cui omosessuali, travestiti e transgender si aiutavano tra di loro per meglio sopportare la durezza della vita. Una parte importante della vita comunitaria di questi gruppi era la partecipazione alle sfide nelle ballrooms.  Pose, è stato concepito come una trasposizione in fiction di ciò che si può vedere nel leggendario documentario “Paris is burning” ( https://www.spiweb.it/cinema/paris-burning-di-j-livingston-recensione-di-cordioli/ ). Come accennato in precedenza, una particolarità della serie tv è quella di essere interpretata principalmente da attori e attrici realmente trans e/o omosessuali.

 

4) “Diclosure: Trans Lives on Screen” (Regia di Sam Feder, USA, 2020, 107’, Netflix)

È il primo documentario con cast e produzione composti in maggioranza da persone transgender. È un piccolo trattato di storia del cinema, dai film muti alla serie tv Pose, e analizza l’evoluzione del modo in cui le persone Trans sono state rappresentate. Nel documentario vengono intervistatə sia uomini FtoM sia donne MtoF e questo rende il racconto molto articolato, mostrandoci anche la sottorappresentazione dei Trans FtoM. La scrittura del documentario poteva essere più curata ma è comunque godibile e molto istruttivo. È soprattutto uno statement molto incisivo per la comunità che ha dovuto lottare per ottenere sostegno dalla più ampia comunità LGBT.

 

Q+

 

1) “XXY-Uomini, donne o tutti e due?” (Regia di Lucia Puenzo, Argentina, Francia, Spagna, 2007, 90’)

Vincitore della “Settimana della Critica” a Cannes, è il primo film che parla dei profondi vissuti di bisessualità e della “intersessualità” di un adolescente, e di come questa esperienza coinvolge tutta la sua famiglia.

Il titolo del film è stato contestato perché la formula cromosomica XXY non ha a che vedere con l’ermafroditismo, come lascia invece intendere il film. Nella realtà un ermafroditismo “completo” o “perfetto” è talmente raro da essere al limite della possibilità di esistenza. La storia di Alex va quindi letta come una metafora, come la stessa regista ha chiarito, nella presentazione del film a Roma.

 

Recensione di Irene Ruggiero: https://www.spiweb.it/cinema/recensioni-cinema/xxy/

 

2) Pierrot Lunarie (di Bruce La Bruce, Germania, 2014, 51’)

La Bruce trae dall’opera musicale di Arnold Schoenberg del 1912 un film assai particolare, che mescola insieme tutti i generi: impianto teatrale, fotografia in bianco e nero che enfatizza il melodramma, poema in tedesco in sottofondo, omaggio al cinema muto evitando il dialogo, ma affidandosi alla forza dell’immagine, della musica e dell’immaginazione. La Bruce, oggi maturo e profondo regista ultracinquantenne, non ha mai smesso di provocare, stupire e talvolta “shockare” il pubblico, con il suo stile unico nel panorama del cinema queer. Rossella Valdrè, scrivendo di questo film e della retrospettiva del 2015 al MoMa dedicata alla sua opera, ne invita alla visione e alla una rilettura, Essa è profondamente radicata nella psicoanalisi, in cui il regista ha fatto suo l’assunto fondamentale: ricercare la verità, oltre l’apparenza, andare alla fonte dei fantasmi inconsci umani.

 

Commento di Rossella Valdrè: https://www.spiweb.it/cinema/pierrot-lunaire/

 

3) “The tales of the City” (Serie creata da Amistad Maupin, USA, 2019, Netflix)

Alla fine degli anni ’60 Amistad Maupin comincia a scrivere un trafiletto dal titolo “Tales of the city” su un giornale di San Francisco. Ogni giorno raccontava qualcosa circa la vita della città ed è stato il primo romanziere a scrivere con costanza e nel dettaglio la vita della nascente comunità LGBT+. Ha pubblicato una serie di romanzi che sono considerati delle pietre miliari nella storia del movimento. Maupin (sulla cui vita è possibile vedere un documentario su Netflix) fu anche il primo a creare un personaggio affetto da HIV. Maupin nel documentario dice chiaramente “Io non sono uno scrittore gay, ma sono uno scrittore che è gay”, rivendicando l’universalità dei suoi romanzi, qualità che gli è stata riconosciuta dalla grande eterogeneità dei suoi lettori.

Dai suoi romanzi sono state tratte quattro serie (la prima nel 1993), tutte visibili sulla piattaforma Netflix. L’ultima, uscita nel 2019, si conferma come una storia corale, che tratteggia gran parte della comunità LGBTQ+ di San Francisco.

A tratti la serie sembra particolarmente incentrata sul mostrare ogni possibile sfumatura queer ed il motivo verrà urlato sul finale, perché arrivi forte e chiaro: ”Non vogliamo più essere cancellati!”.

 

4) “The Prom” (Ryan Murphy, USA, 132’, 2020, Netflix).

Si tratta di una commedia musical, con Maryl Streep e Nicole Kidman, che prende le mosse da una storia realmente accaduta: a una ragazza lesbica fu impedito di andare al ballo di fine anno con la propria fidanzata. Nel film, quattro star sul viale del tramonto decidono di correre in soccorso della ragazza col proposito di farsi della pubblicità positiva. Nel musical vengono presentati personaggi anche di altri tipi di orientamento sessuale, sottolineando la varietà colorata della società. Gli adulti non fanno una bella figura: o sono dei narcisisti sempre alla ricerca di conferme o sono il motore della discriminazione. È in effetti molto interessante vedere come la questione LGBTQ+ sia anche una questione tra le generazioni: i ragazzi non avrebbero escluso nessuno dal ballo, sono i genitori i veri omofobi.

 

5)“A.J. and the Queen” (Serie creata da RuPaul e M.P. King, USA, 2020, Netflix)

La serie, prodotta e interpretata da RuPaul, racconta di una Drag queen, RubyRed, che è costretta a fare un tour inaspettato e che si trova tra i piedi A.J., una ragazzina figlia di una prostituta tossicodipendente, che cerca di raggiungere il padre dall’altra parte degli USA. Il tono è quello di un road trip pieno di occasioni per incontrare l’umanità dell’America. Ad ogni puntata si sorride e si riflette su molte questioni: sulle comuni truffe ai danni delle drags, sul fatto che le drag queen non sono trans, sul fatto che una drag queen non si veste da donna tutto il giorno. “A.J. and the Queen” è un racconto intelligente che ha molto da insegnare, ci lascia trasognati e regala momenti felici allo spettatore: esattamente quello che un drag show sa fare.

 

6)“Well Rounded” (Regia di Shana Mayara, Canada, 2020, 61’)

Una tematica centrale del mondo queer è l’accettazione di sé stessi. Questo non riguarda soltanto l’orientamento sessuale e l’identità di genere, ma anche le rotondità del corpo, il colore della pelle, l’età avanzata e tutte le minoranze in genere. L’idea di base è che una società sia migliore e inclusiva. Questo documentario ci mostra delle giovani e formose donne canadesi che giocano, celebrano e parlano del loro corpo che la società generalmente rifiuta.

 

 

Maggio 2021