Alcuni contributi dalla letteratura psicoanalitica

a cura di Gabriella Giustino

 

Nella letteratura psicoanalitica vi sono varie riflessioni su questi temi e questa breve bibliografia ragionata non può e non pretende assolutamente di essere esaustiva. Ci scusiamo quindi con quanti non troveranno menzione di alcuni contributi importanti sull’argomento.

Helene Deutsch (1945) in Psicologia delle donne scrive che la gravidanza non desiderata può generare varie reazioni: da quella passiva di accettazione e rassegnazione a quella rivendicativa  contro la società e l’ingiustizia che a volte la porta ad abortire. L’aborto volontario inevitabilmente rivela però la sua natura traumatica e depressiva  a causa della colpa e dell’identificazione della donna col bambino abortito.

Dana Birksted- Breen nel suo libro “L’esperienza di avere un bambino: il punto di vista dello sviluppo” (Free Association, 1968)   esamina l’impatto della maternità sulla donna come momento di vita che richiede necessari cambiamenti evolutivi. Il lavoro sviluppa il tema di quanto è difficile per la donna ammettere conflitti ed eventuali sentimenti aggressivi verso il bambino o anche verso se stessa. La donna in attesa è pervasa dal timore di danneggiare il figlio.

 I sogni sono sperimentati come premonitori e spesso esprimono tali ansietà. A volte i sentimenti negativi verso il bambino possono essere percepiti come provenienti dall’esterno della madre. Se i cattivi pensieri sono percepiti come qualcosa che viene dall’interno, la donna tende talora, difensivamente, a circondarsi d’immagini e pensieri teneri e affettuosi sul figlio, mangia cibi speciali e vomita quelli considerati velenosi per il figlio.

A volte, in fasi più avanzate della gravidanza, la donna può sentirsi invasa dal bambino, come un parassita o come una crescita tumorale.  Sente il figlio come una vita  che procede inevitabilmente, come la morte.

Hilda Abraham (1969) nota le scarse riflessioni psicoanalitiche sull’argomento dell’aborto ed ipotizza che in psicoanalisi c’è uno scotoma di pensiero su questo tema. L’autrice si sofferma sulle donne adolescenti che non hanno ancora raggiunto una piena maturità femminile e che pensano di non poter diventare madri. Esse si difendono da conflitti edipici. Talvolta diventano madri precocemente per fare una pseudo – riparazione, soprattutto quando hanno avuto madri gravemente deprivanti,  ma sono incapaci di amare il loro bambino.

Un interessante contributo sul figlicidio da parte della madre è quello di Carloni e Nobili che ritroviamo nel libro intitolato “La mamma cattiva” pubblicato da Guaraldi del 1975. Gli Autori affrontano il tema dell’aggressività della madre verso il figlio (Rascovsky, nel suo noto contributo,  aveva approfondito solo il parricidio).  E’ un libro importante che sfida la censura volontaria e involontaria  su questi argomenti delineando l’immensa solitudine in cui si trova una donna che, suo malgrado,  nutre pensieri aggressivi verso il figlio e chiede di poter essere ascoltata. Il libro è una rassegna storica, antropologica,  fenomenologica e clinica del figlicidio.

Sergio Bordi in un panel molto ricco di spunti interessanti presentato nel 1976 al III Congresso Nazionale della SPI a Venezia e pubblicato sulla Rivista Italiana  parla, insieme ad altri colleghi, dell’aborto come vissuto nelle realtà psichica e nel modo esterno.

Descrivendo dettagliatamente un caso clinico l’Autore affronta il tema di una poliabortitività procurata in una donna. Egli afferma che ” laddove l’oggetto interno è stabile a sufficienza, una richiesta d’aborto solleva  l’interrogativo sulla capacità di elaborarne il lutto… Non sembra che sull’esito di tale elaborazione eserciti una grande influenza l’aderenza o meno della richiesta a valide esigenze della realtà esterna quanto piuttosto la solidità della posizione depressiva nonché l’esistenza di un partner che partecipi adeguatamente al cordoglio. In questo caso la colpa può essere superata dalla ricostituzione di una coppia creativa che mette al mondo nuovi figli, reali o simbolici… Quando la gravidanza è effettuata entro un regime prevalentemente narcisistico è prevedibile che le colpe assumano un carattere persecutorio, l’elaborazione del lutto risulti più ardua, i processi proiettivi vengano ad incrementarsi, l’espulsione maniacale arrivi a limiti pericolosi sino a squilibrare l’assetto della famiglia, degli oggetti buoni con relativa ripercussione negativa sulle persone più vicine: ciò crea un circolo vizioso e un deterioramento della personalità…è da prendersi in considerazione…. in primo luogo la tendenza alla ripetizione dell’aborto o le minacce di suicidio”

Dinora Pines nel suo lavoro del 1990  intitolato “Gravidanza, aborto spontaneo e volontario. Una prospettiva psicoanalitica” nota la scarsità di letteratura su questi argomenti. L’Autrice sottolinea che l’analisi di donne che hanno abortito rivela inevitabilmente un senso di perdita, un  lutto prolungato e spesso non elaborato. Spesso si tratta di donne depresse, con scarsa autostima che odiano il proprio corpo femminile. L’Autrice ipotizza un’influenza molto marcata del modo in cui la donna vive il proprio corpo e i suoi cambiamenti; inoltre  distingue il desiderio di gravidanza da quello di maternità e ne delinea la diversa matrice emotiva e psicodinamica. Secondo la Pines durante la gravidanza vi è inoltre  la difficile separazione dall’identificazione infantile con l’oggetto primario pre-edipico.

Bianca Gatti in uno scritto del 1992 intitolato ” Athena è figlia solo di Zeus?”  e pubblicato sulla Rivista Italiana di Psicoanalisi ricorre al mito di Athena ( la dea della sapienza che nacque adulta e saggia dalla testa di Zeus),  per descrivere i cambiamenti psicologici della donna nella società.

Una parte dello scritto è dedicata alla maternità. L’Autrice sottolinea che la contraddizione  è tra maternità accogliente e rifiutante ove compare lo scontro madre-figlia, violento nei due sensi.

Vi è  anche, ricorda Gatti, una maternità temuta, rimandata all’infinito, che non tiene conto in modo difensivo dei tempi impressi dal destino biologico nel corpo femminile. Spesso c’ è la colpa per la fantasia incestuosa “per aver fatto del male a un’altra donna”, la certezza “di essere punita con la nascita di un figlio malato”. La distinzione tra passato infantile fantastico e presente reale non è ancora raggiunta.

Quando un figlio è già nato, può presentarsi   il miraggio di una femminilità plurifeconda e onnipotente come  Artemide Efesia dalle molte mammelle. In questi casi vi è la negazione della fatica, dell’impegno  per la nascita e l’allevamento dei figli: compaiono pensieri e fantasie oniriche di un interno vuoto, ferito, malato; oppure immagini sconvolgenti di una madre-terra offesa.

Un ulteriore ricorso al mito per illustrare i possibili  “cattivi pensieri” delle madri si ritrova nel lavoro di Jones De Luca pubblicato sulla Rivista Italiana di Psicoanalisi nel 2007  e intitolato “Associazioni sul mito di Medea”.

 Il lavoro nel complesso evidenzia il fatto che ogni donna deve fare i conti con i sentimenti negativi che può provare verso i suoi figli e che a volte questi sentimenti possano divenire “impensabili.

Partendo dalla descrizione toccante di alcuni casi d’analisi  la De Luca scrive dell’ impossibilità di pensare i sentimenti di intolleranza verso i figli. Come ricorda Bion è importante promuovere l’intuizione psicoanalitica associando su un mito

per  riparare e rafforzare la funzione alfa. L’Autrice  decide di utilizzare il mito di Medea rappresentato da Pasolini. Nel film l’interprete principale (la Callas) è negli anni del suo precoce tramonto; quando ci si sta avvicinando all’epilogo della tragedia, il suo sguardo si posa su un coltello mentre sta cullando il bambino: emerge un pensiero tremendo che, una volta pensato, non può più essere dimenticato.

De Luca afferma, tra l’altro: ” L’impossibilità di radicamento nella madre (madre-terra), evidenzia una vulnerabilità narcisistica di fondo, che porta negli investimenti successivi, a spingersi su un versante poco adatto a formare un terreno sicuro dove radicare la maternità. La vendetta diventa il tema centrale in quanto reazione adeguata per eccellenza alle mortificazioni che vengono subite quando ci si muove nel terreno del narcisismo ferito. Questo aspetto è ben evidenziato dalla componente “barbarica” presente nel mito di Medea.

Come dimenticare infine il bel libro coordinato da Gina Ferrara Mori (pediatra e psicoanalista)  scritto  nel 2008  a più voci per Borla.  Si tratta di un lavoro di gruppo molto ben riuscito che proviene da un’esperienza dedicata ad esaminare gli stati mentali e le trasformazioni interne della donna che “nasce madre”.

 L'”Osservatorio per la maternità interiore” fornisce un ascolto psicodinamico alle gestanti e alle neo-madri alle prese con le inevitabili difficoltà della relazione col neonato.

 Naturalmente il libro ci fa pensare ai numerosi importanti contributi   di Dina Vallino e Marco Macciò (es. Essere neonati, Borla  2004) dove spesso è in primo piano la tecnica squisitamente psicoanalitica dell’osservazione della relazione madre bambino che permette di cogliere le diverse sfumature emotive presenti agli albori della maternità.