Intervista a Lella Costa

a cura di Laura Contran

 

Lella Costa è attrice e autrice di testi teatrali. Lavora per la
televisione e il cinema, collabora con diversi giornali ma il suo mestiere
resta il teatro. Ha pubblicato per Feltrinelli La daga nel loden (1992), Che
faccia fare (1998), In tournée (2002), Amleto, Alice e la Traviata (2008), e La
sindrome di Gertrude. Quasi un’autobiografia (Rizzoli, 2009).

 

Come autrice (oltre che attrice) di
testi teatrali che ha rivisitato (personalizzandola) la grande letteratura che
rimane, come Lei stessa afferma, sorprendentemente attuale, quali sono i
personaggi femminili che ha "incontrato" e l’hanno affascinata maggiormente? E,
in particolare, quali figure di madre?

L’unica
figura materna che ho veramente incontrato è Gertrude, madre di Amleto, non
esattamente un modello e men che meno uno stereotipo. In realtà ad affascinarmi
dei classici non sono i singoli personaggi ma il progetto complessivo, la
drammaturgia, soprattutto lo sguardo, il punto di vista; e in questo senso mi
colpisce moltissimo la capacità di alcuni autori (Shakespeare sopra tutti) di
osservare e raccontare le donne con estrema cura, esattezza e empatia

 

Tra i Suoi vari impegni in campo
sociale, nella Sua quasi-autobiografia ricorda l’attivit
à svolta presso il CEMP (Centro di Educazione
Matrimoniale e Prematrimoniale), il più antico consultorio italiano fondato
quarant’anni fa a Milano e di cui
è a
tutt’oggi presidente. Per usare una Sua espressione: fa parte di quelle
esperienze che Le hanno cambiato la vita? Che cosa ricorda e cosa Le rimasto di
quell’esperienza?

L’esperienza
del CEMP mi ha dato e continua a darmi una sorta di benefico ancoraggio al
mondo reale, alle problematiche comuni a tutte noi; e soprattutto un metodo
etico e professionale di intervenire nello specifico dei temi legati alla
procreazione responsabile, alla maternità e alla cura del proprio corpo.

 

In che senso afferma che, nonostante
tante battaglie vinte, "la libertà delle donne continua a
 creare
inquietudine". Qual è a Suo avviso, l’aspetto "perturbante" del femminile"?

Per
rispondere a questa domanda ci vorrebbero pagine e pagine di analisi e
riflessione. In estrema, e dunque impropria, sintesi, mi pare che la libertà
sia in sé perturbante, e che quella delle donne vada a minare l’ultimo baluardo
di potere (o meglio di illusione di potere) degli uomini (ovviamente non tutti,
e non dappertutto), e cioè avere sempre, per quanto poveri e sfruttati, un
altro essere umano da sottomettere, su cui regnare indiscussi e indiscutibili.
Questo vale in senso letterale in alcune culture; in senso decisamente
metaforico, ma non per questo meno centrale e, appunto,
"perturbante", nella nostra.

 

La maternità è un’esperienza
radicale, un cambiamento che coglie la donna
sempre impreparata. E’ un arricchimento, ma anche una
limitazione rispetto alla propria libertà e in questo senso può creare, a
volte, conflitti, ambivalenze, angosce, oltre a un senso di solitudine. Ritiene
che oggi la donna incontri difficoltà maggiori o minori rispetto al passato
(pensando, ad esempio, alle nostre madri)?

Rispondo
semplicemente che sì, secondo me oggi è molto più difficile, sia oggettivamente
che soggettivamente.

 

L’ironia e l’umorismo sono
ingredienti fondamentali che ricorrono nei testi dei Suoi lavori teatrali
(anche quando affrontano i temi tragici dell’esistenza) e che sa calibrare con
misura. Esistono, a Suo parere, delle differenze tra l’umorismo maschile e
quello femminile?

Mi
viene da rispondere che essendoci grandi differenze tra gli uomini e le donne (
di linguaggio innanzitutto) è verosimile che ci siano anche differenze tra la
comicità femminile e quella maschile, ma che alla fine quello che conta, come
sostiene la grandissima Franca Valeri, è riuscire a far ridere, a prescindere
dal genere. A me sembra un bellissimo punto di arrivo.       

      

Spesso nei suoi "monologhi" ci sono
riferimenti espliciti alla psicoanalisi. Che idea ha
della psicoanalisi come metodo di cura?

Credo
che la psicoanalisi sia stata una delle poche vere rivoluzioni nella storia
recente umanità, perché è riuscita a capovolgere un punto di vista millenario
sull’origine e la cura di tutta una serie di disturbi, malattie e comportamenti
talmente disturbanti da essere spesso trattati come reati. E al di là del campo
strettamente clinico e terapeutico, a me sembra uno straordinario metodo di
analisi della realtà.

Marzo 2012