Karl Jaspers 1913-2013: cento anni di soggettività

La posizione politica e filosofica.

cento anniKarl Jaspers, morto a Basilea nel 1969, era nato a Oldenburg, il 23 febbraio 1883. Medico, psichiatra e filosofo, dal 1921 professore di filosofia nell’Uni­versità di Heidelberg. Fu allontanato dall’Università nel 1937 per la sua opposizione al nazismo, opposizione che è stata, assieme alle implicazioni filosofiche che comportava, una delle linee del suo pensiero. Sul piano filosofico Jaspers è stato uno dei maggiori rappresentanti dell’esistenzialismo quale analisi dei modi di essere dell’uomo nel mondo. Le radici culturali dalle quali il filosofare di Jaspers prende le mosse sono fondamentalmente le tesi sull’esistenza di Kirkegaard e di Nietzsche (la necessità di riconoscere la “situazione” con cui si identifica l’uomo, “l’amor fati” di Nietzsche nell’accettarla)  e la fenomenologia di Husserl  nel suo riconoscere il carattere “intenzionale” della coscienza che non è mai coscienza vuota, ma di continuo si “trascende” verso un oggetto ed è sempre quindi “coscienza di”. Nel pensiero jaspersiano il soggetto è risolutamente posto al centro di ogni indagine e riflessione, ma per Jaspers (1946) quando si presentifica l’essere umano affiora sempre l’Altro. Questo “altro” da sé  è la continua trascendenza dell’umano esistere. Jaspers (1948) affrontava il tema della intenzionalità e della trascendenza scrivendo “L’uomo non è sufficiente a se stesso e chiuso in se stesso…L’uomo diventa uomo sempre in quanto si offre e si dà a ciò che è altro”.

 

La fondazione della psicopatologia fenomenologica

Karl Jaspers è lo studioso che ha fondato la psicopatologia fenomenologica. Il suo testo principe, del quale si celebra il centenario,  la Allgemeine Psychopathologie, è del 1913,  rielaborato dall’autore fino al 1959 e via via riedito, tradotto in italiano da R. Priori nel 1964. Con questo lavoro, Jaspers sottrae la psichiatria al mito positivistico di una sua esaustiva risoluzione nell’ambito della patologia cerebrale e ad una sua totale sudditanza alle scienze neuropatologiche aprendo la strada per un approccio più propriamente antropologico nello studio delle malattie mentali.
Due rifiuti connotano la posizione di Jaspers nella psicopatologia:

  • il rifiuto dell’area dell’inconscio in senso psicoanalitico, considerata da Jaspers una ipotesi indimostrabile (altra cosa è la distinzione all’interno della coscienza fra il manifesto e ciò che non è manifesto sul piano fenomenologico)
  • il rifiuto di una conoscenza globale dell’essere umano in tutta la sua estensione.  Jaspers in effetti rifugge dal piano “ontologico”, vale a dire dalla essenza        dell’essere, e si propone di mantenere  la sua ricerca sul piano propriamente “ontico”, cioè dei modi nei quali l’esistenza di fatto è.

Egli sottolinea come “Le malattie mentali siano fondamentalmente umane e questo ci porti a non considerarle come un fenomeno naturale generale, ma come un fenomeno specificamente umano”. ( K.Jaspers  1913)    

                          

La metodologia della psicopatologia.

Quella di Jaspers, al di là dei dati messi in luce, è stata essenzialmente una lezione metodologica. Lezione che nonostante gli anni trascorsi resta ancora fondante per chi voglia occuparsi di disturbi mentali. Il suo testo dovrebbe essere le livre de chevet di uno psichiatra: questo non perché la psicopatologia fenomenologica si sia fermata a Jaspers e tanto meno per un acritico rispetto dell’ ipse dixit – che sarebbe l’opposto del suo insegnamento, profondamente adeso all’empirismo scientifico ove tutto è falsificabile, superabile e da superare, e permeato dal precetto fenomenologico di stare “alle cose stesse” – ma perché ancora ci confrontiamo con le impostazioni e i problemi da lui delineati. Considerando la psicopatologia come inerente alle scienze umane, egli indicò essere di primo piano, esattamente dal punto di vista metodologico, lo studio del mondo interno, dell’interno esperire del malato, rispetto alla osservazione di “sintomi dell’espressione”, quali il comportamento, l’efficacia delle prestazioni, eccetera. Si trattò, nella prassi della psichiatria, di sottolineare la insostituibile centralità dell’ascoltare, con sistematica tenacia e partecipazione affettiva, il soggetto: il suo mondo interno, ciò che i malati dicono, di eleggere insomma l’udito a organo privilegiato dello psicopatologo. La psichiatria piuttosto che catalogo di bizzarrie e stravaganze comportamentali, come in gran parte era in antico, dopo Jaspers diviene uno studio dei modi di essere espressi nei singoli vissuti della persona, accolti senza inferenze interpretativo – teoriche, ma quali appunto “fenomeni” da studiare nella loro concretezza vissuta. “Noi vogliamo sapere che cosa provano gli esseri umani nelle loro esperienze e come le vivono”: è questo il manifesto fenomenologico della psicopatologia. Da allora, qualsiasi  tentativo di cortocircuitare la soggettività del malato, cioè il suo mondo interiore, ciò che egli pensa, esperimenta, prova dentro di sè,  nella ricerca di sintomi cosiddetti obbiettivi, sconta una disastrosa carenza di ascolto. Ascolto che per realizzare una non ideologica presentificazione del mondo dell’altro deve essere libero da possibili “pregiudizi” e dotato di alcuni necessari “presupposti”.

I pregiudizi pesano su di noi a livello inconsapevole. Jaspers esamina i “pregiudizi filosofici” che pretendono di costruire “dall’alto” quella conoscenza che può essere costruita solo “dal basso”, cioè con l’analisi dei dati. A questi pregiudizi Jaspers affianca uno opposto: quello che ritiene corretta e legittima soltanto la raccolta di  dati obbiettivi, una sorta di compilazione cieca di liste di dati, ignorando il lavoro speculativo che li mette in forma dando un piano al lavoro scientifico. A proposito del rapporto con la filosofia, Jaspers avvertiva che nella psicopatologia “chiunque sia incline a disprezzare la filosofia sarà sommerso dalla filosofia in maniera inavvertita” (K.Jaspers 1946).

In un testo del 1912 dedicato all’indirizzo fenomenologico in psicopatologia, Jaspers scrive: “Solo ciò che è realmente presente nella coscienza deve essere reso presente…Dobbiamo lasciare da parte tutte le teorie tramandate, le costruzioni psicologiche o le mitologie materialistiche dei processi cerebrali, dobbiamo rivolgerci puramente a ciò che nella sua reale esistenza possiamo comprendere, cogliere, differenziare, descrivere”. Senza questa spinta ad attualizzare lo psichico quale esso si dà, non è possibile fare della psicopatologia. Il ricercatore non è una sorta di vuoto intelletto: è in gioco la sua stessa vitalità. I presupposti sono i movimenti che provengono dalla stessa vita psichica dello psicopatologo la cui essenziale caratteristica deriva dal fatto di trattare con esseri umani facendo opera di chiarificazione in sé stesso quanto nell’altro. In questa indagine non è un osservatore indifferente, “come nella lettura di una misura”, scrive Jaspers, ma deve sforzarsi di comprendere partecipando, immedesimandosi il più possibile nell’altro. Tutto ciò è connesso alla capacità di esperire dentro di sé e alla ampiezza e ricchezza spirituale di chi vuol fare psicopatologia: “Vi è una grande differenza tra coloro che vanno ciechi per il mondo dei malati  malgrado i loro occhi aperti, e la sicurezza di una chiara percezione che scaturisce dalla sensibilità di chi partecipa. Impassibilità e commozione devono procedere assieme…la fredda osservazione non vede nulla di essenziale >>(K.Jaspers 1913)                                                                                            

Con ciò Jaspers pone il problema tuttora fondamentale nella modulazione della distanza fra osservatore e osservato .Vi è un esame critico dei fondamenti della conoscenza che si interroga sullo stato d’animo con cui vengono o no colti i fenomeni  osservati e quale risonanza inducono nella mente dell’osservatore. Come dire che la soggettività dell’osservato (il suo interno esperire) e quella dell’osservatore sono, assieme,  le vie essenziali della conoscenza psicopatologica.

 

Il tema e valore dell’ “incomprensibile” .

Il tema della “incomprensibilità” che Jaspers pose come unica caratteristica identificabile  della forma delle esperienze psicotiche, resta nell’ambito della psicopatologia clinica un parametro che non si può eludere, con il quale dobbiamo necessariamente fare i conti. Non si può ignorarlo ma si può, e forse si deve, elaborarlo facendo progredire l’indagine su altri piani. Uno di questi è prefigurato dallo stesso Jaspers nel “comprendere genetico”, nella attenzione cioè al fluire dei vissuti nella biografia interna ed esterna della persona. Ciò non farà scomparire la impossibilità di rivivere come nostra una “forma” dell’esperire psicotico, ma metterà questo punto fra parentesi, di sfondo, rispetto alla comprensione che investe i temi che sostanziano la visione del mondo psicotica e le situazioni attraverso le quali quella esistenza è trascorsa, intendendo le situazioni non tanto come accumulo di eventi ma come una continua parte del mutevole rapporto Io-Mondo.

Di fatto la conoscenza fenomenologica  – nel significato della fenomenologia “soggettiva” quale è in gran parte quella  di Karl Jaspers  – per quanto fondamentale, ci consegna delle esperienze interne dell’altro, che sono come frammenti distaccati del fluire della vita psichica, e ci chiede quale rapporto esista fra loro. In alcuni casi comprendiamo come una esperienza psichica derivi da un’altra: questo è per Jaspers il “comprendere “genetico” che di fatto apre la via a un approccio che in psicopatologia andrà oltre la fenomenologia “soggettiva” utilizzata da Jaspers. L’ “incomprensibilità” con la quale Jaspers connota le esperienze psicotiche dipende anche dal tipo e continuità dell’approccio e comunque si colloca più su un piano dimensionale  che categoriale. Inoltrei fenomeni che noi verifichiamo in condizioni psicotiche non sono abnormi perché  del tutto estranei allo psichismo normale ma perché sproporzionatirispetto alla normalità. “Comprensibile” o “Incomprensibile”, sono divenute parole-chiave della psicopatologia clinica. Fra i diversi possibili modelli ermeneutici del “comprendere” la tradizione jaspersiana si basa su un comprendere che cerca di ritrovare il mondo vissuto nella individuale esperienza, specialmente nella forma dell’esperienza che può essere avvicinata sulla strada della identificazione con l’altro. L’ impossibilità a comprendere dell’osservatore-partecipe  ha valore conoscitivo se è un limite toccato continuando a cercare di comprendere. Il comprendere utilizzato dallo psicopatologo non si arresta quindi tanto presto e ha altri presupposti che il comune comprendere ingenuo.

 

Giugno 2013