L’incomprensibile. Jaspers dopo Jaspers

incomprensibile1.Spesso dimentichiamo che i libri sono pedine in un gioco che non è fatto di soli libri. Almeno non sempre, non di default.

2.In questo senso la Psicopatologia generale di Karl Jaspers, anno 1913, è un caso da manuale. E lo è, in particolare, la celebre tematica, e la relativa e altrettanto celebre diatriba, sulla dicotomia comprensibile/incomprensibile. Provo a svolgere, a questo proposito, qualche corollario a un discorso che ho già accennato, anche se in maniera rapida e inadeguata, in un documentario uscito su dvd qualche mese fa, col titolo “Karl Jaspers e la fenomenologia”, per il gruppo L’espresso/La repubblica.

3.Vi sarebbe qualcosa di comprensibile, nell’esperienza psicopatologica. L’esperienza psicopatologica è anzi oggetto di un esercizio di comprensione che può restituircene il significato. Lo psichiatra, di fronte al suo paziente, potrebbe (e dunque dovrebbe: la logica e l’etica si annodano, qui; anzi questa logica è un’etica, e quest’etica è una logica, come vedremo) comprendere l’esperienza del suo paziente. C’è un uomo di fronte a un altro uomo, e il primo uomo può in qualche modo rivivere in sé, per quanto enigmatici e lontani dalla sua esperienza, il mondo di significati del secondo uomo.

4.Questo “primo uomo” che è lo psichiatra, Jaspers lo colloca, in altri termini, nella posizione indicata dalla massima di ogni grande pensiero umanistico. “Sono un uomo, e nulla di umano mi è alieno”. Da Seneca a Jaspers, questo filo non si spezza mai, segna il progetto e la ricchezza dell’umanismo perenne della nostra cultura. Un filo che annoda un’etica, piano più vistoso, e una logica, fondamento quasi invisibile di quell’etica. Logica ed etica sembrano coincidere, secondo il progetto di quella massima, nel loro procedere secondo le movenze dell’analogia. Comprendere, in altri termini, è iscrivere l’oggetto della comprensione nello spazio di una proporzione. Questo sta a quello come quell’altro sta a quell’altro ancora. A sta a B come C sta a D. Le differenze tra i termini sono tali in quanto si scrivono, e solo in quanto si scrivono, nella serie delle unificazioni successive che questa scrittura a quattro pilastri descrive o forse prescrive.

5.Il “come” centrale regge questa intera tessitura di movimenti e avvicinamenti. I significati (A, B, C, D) discendono l’uno dall’altro, si annodano l’uno all’altro e dall’interno dell’uno e dell’altro. Comprendere significa ripercorrere questa catena. NonComprendere vuol dire anche un’altra cosa, cioè che i significati dell’altro, dell’uomo che mi sta di fronte, di quel caso limite dell’alterità che è la follia, si annodano ai miei significati e dall’interno ai miei significati, come del resto i miei ai suoi. La concatenazione sta tra le esperienze dell’altro, e tra le mie e le sue. Come peraltro sta tra le mie esperienze e le mie esperienze. Ovunque c’è alterità, e ovunque quell’alterità è mediata e commisurata in una sorta di grande, cosmologica ancor più che psicologica, architettura analogica. Tutto “cospira”, diceva Leibniz facendosi interprete di questa antica e persistente tradizione, “synpnoia panta”. Tutto “simpatizza”, potremmo tradurre.

6.Che significato ha l’umanismo di questa analogia universale? Un significato logico: comprendere è riportare, è commisurare, è assimilare. Conoscere, più in generale, è riportare il nuovo al vecchio, l’ignoto al noto, l’altro allo stesso. Il “come” è il motore essenziale di questo movimento. L’esperienza è un viaggio e un avventura nel vasto mondo, che parte da qui e ritorna qui. L’Odissea si misura tutta sulla roccia di Itaca: lontani da casa, prima; diretti a casa, di peripezia in peripezia; e finalmente a casa, a fine poema. E poi un significato etico: l’altro è “come” me, gli altri sono “come” noi. Le differenze sono inessenziali, essenziale è l’identità. Comprendere è riportare all’origine, riaccogliere a casa. Non che non ci si inoltri nel vasto mare, ma mai per perdercisi. Non che non si diano differenze, ma quelle differenze si dicono appunto dell’unità. E dire la differenza è sempre dire anche, e dire a partire dalla, unità. Ad esempio, dire che due mele sono diverse, significa appunto dire che, tuttavia, anzitutto, sono mele.

7.Porre questo dispositivo al centro della Psicopatologia generale significa inscrivere nuovamente il progetto dell’umanismo metafisico al cuore di una triste scienza piegatasi quasi subito, ai suoi primi balbettii, alla Polizeiwissenschaft, come scriveva Michel Foucault della psichiatria ottocentesca. Significa slegare i malati dalle catene e dalle corde che li assicuravano ai letti. Fare del loro essere “insensati”, ergo irrecuperabili allo spazio dell’umano e al senso dell’umanità, una forma particolare di sensatezza, un caso peculiare di un genere comune. Un genere a cui l’insensatezza, compresa, resa cioè sensata, riconosciuta nel suo senso nascosto ma non assente, continua ad appartenere. Il genere del senso, appunto. Per questo, dicevo, la battaglia di Jaspers, e in generale la battaglia dell’umanismo, di cui quella di Jaspers è un esempio, è una battaglia concretissima, una mossa che va immaginata sulla scacchiera del mondo e non tra gli scaffali delle biblioteche.

8.Vi sarebbe, poi, qualcosa di incomprensibile. Al cuore del discorso appena tratteggiato, Jaspers lascia cadere quest’altra affermazione. Qualcosa, nell’esperienza psicopatologica, si sottrae alla comprensione. Capita che vi sia, nella catena che porta da significato a significato, e che ne illumina di maglia in maglia la genesi e il senso complessivo, un salto, un vuoto, una macchia. E incontrata quella macchia, la logica della comprensione, e l’etica della comprensione, subiscono un arresto brusco, forse angoscioso. L’alterità della follia riafferma testardamente la propria natura. Un salto, parallelamente logico ed etico, di nuovo, si impone. L’alterità è irriducibile, la follia non si lascia comprendere. Il che significa anche: l’alterità è come tale folle, eccessiva e dunque strutturalmente esiliata dallo spazio dell’etica della comprensione. La follia diventa il modello di ogni alterità possibile. L’altro come tale è folle. Nessuna logica, nessuna etica, nessuna umanità in comune. Si capisce bene che Jaspers si porti, qui, ai confini del proprio discorso, per non dire, semplicemente, che si contraddica e faccia uno o cento passi indietro.

Leoni9.Si capisce bene, poi, l’insofferenza verso questa piega del discorso jaspersiano, l’insofferenza che tutta la successiva tradizione ha nutrito per questa ammissione che Jaspers fa a un certo punto. Vi sarebbe, nonostante tutto, qualcosa di incomprensibile. Ludwig Binswanger di fronte a questa ammissione sobbalza. Ci vede una contraddizione, appunto. E in quella contraddizione, vede un rigurgito di manicomialismo. La fenomenologia deve conquistare anche quell’ultimo lembo di terra, se vuole fondare un’altra psichiatria. La comprensione o comprende tutto o manca in tutto e per tutto il suo obiettivo. Potremmo parafrasare il motto di Sartre, un autore tutt’altro che estraneo a questo giro di pensieri, secondo il quale fino a quando un solo essere umano sulla faccia della terra sarà ancora in schiavitù, nessun altro uomo potrà dirsi libero. Per Binswanger, di fronte all’incomprensibile jaspersiano, vale lo stesso. Fino a quando qualcosa della follia sarà incomprensibile, o sarà dichiarato incomprensibile, non avremo chiuso col manicomio.

10.Proprio qui torna utile ricordare, una volta di più, che queste battaglie non sono battaglie di idee. Che l’etica dell’analogia e la logica della comprensione sono battaglie combattute per instaurare una certa idea di umanità e per chiudere, ad esempio, quei luoghi disumani che sono (stati) i manicomi. E che neppure al soprassalto in cui Jaspers (che è un filosofo profondo, non solo un nobile ideologo) avverte che la comprensione è destinata a scontrarsi con l’incomprensibile – neppure a quella piega del suo discorso è estranea a una certa tematica etica, un certo impegno all’interno della battaglia per una certa idea di uomo che le nostre pratiche ancora più dei nostri discorsi v ogliono o non vogliono promuovere. Qual è, allora, la scacchiera su cui dobbiamo leggere questa strana, contraddittoria, scandalosa affermazione jaspersiana? A che livello di lettura e in che congiuntura storica questa affermazione (scandalosa nel senso kierkegaardiano del termine, che è anche il senso evangelico dello “scandalo”, continuamente presente nella meditazione jaspersiana) ritrova un suo “senso”?

11.Certo, bisogna immaginare chiusi i manicomi, cosa che al momento si è ampiamente verificata, anche se non così sistematicamente come vorremmo credere. Certo, bisogna immaginarsi “dopo” lo Jaspers della comprensione, cosa che a un secolo esatto di distanza sembra ovvia, anche se non è così ovvia come vi piacerebbe. Ma una volta immaginati chiusi i manicomi, una volta ripensata l’avventura di questi cento anni di “comprensibilità”, resta forse da qualcos’altro. Resta da dire che la ragione che tutto ricomprendere nella dimensione di un senso che è il proprio senso, è una ragione sospettabile di qualche imperialismo. Cosa su cui la filosofia del secondo Novecento si è ampiamente esercitata, ma che qui conviene ripetere brevemente, declinando sul terreno della psichiatria e della psicopatologia l’esito raggiunto da quel genere di lavoro (peraltro ancora interno all’esistenzialismo, di cui Jaspers è uno dei capofila: non si potrebbe immaginare Lévinas, Blanchot, Bataille, Lacan o Derrida, senza questo retroterra).

12.È utile, ad esempio, ascoltare la parola di un altro jaspersiano “più di Jaspers”, come in fondo era stato Binswanger, e come a suo modo, anzi in tutt’altro modo, è stato Jacques Lacan, di cui sono noti i giovanili entusiasmi per la Psicopatologia generale, e la durissima condanna di “Jaspers e compagnia” degli anni maturi. Leggere il secondo libro del Seminario, per credere. “Una delle cose da cui guardarsi, è di comprendere troppo”. O, meglio ancora o peggio ancora, a seconda dei punti di vista, lo scritto La situazione della psicoanalisi nel 1956: “Lasciate la comprensione, questa categoria nauseante, a Jaspers e compagnia”. Poiché non è questo il luogo per riflettere su Lacan e sul significato di queste proposizioni all’interno del suo insegnamento e della sua versione della psicoanalisi, limitiamoci a porre una domanda più limitata e circostanziata. In che senso anche Lacan, a suo modo benché in tutt’altro modo, come dicevo, è uno jaspersiano “più di Jaspers”, e lo è proprio nel momento in cui condanna con tanto disprezzo la “categoria” della comprensione?

13.Potrei dire che Jaspers contiene in sé (non dirò comprende in sé: non voglio essere a mia volta nauseante) Binswanger e Lacan. Contiene la battaglia umanistica per la comprensione, che è una battaglia contro il manicomio, per dire in breve; e la battaglia antiumanistica per l’incomprensione, che è una battaglia contro l’imperialismo del comprendere, per dire, di nuovo, in breve. Sono battaglie diverse? In un certo senso sì. La battaglia per la comprensione è una battaglia contro la spiegazione, che è il metodo da cui derivano, se volessimo tagliare le cose con l’accetta, le psichiatrie neurologiche (e la loro impotenza ottocentesca, e il loro ripiego antiterapeutico su un’opera di pura e spaventosa contenzione dei folli e rimozione della follia dalle piazze bene apparecchiate delle grandi e piccole città borghesi). La battaglia contro la comprensione è invece una battaglia contro la metafisica dell’analogia, contro l’imperialismo dell’identico e dell’originario, e se si vuole, dal punto di vista clinico, contro i rischi della specularità tra il terapeuta e il paziente. Non stupisce che a farsene alfiere sia Lacan, cioè uno psicoanalista, sorpreso oltretutto in un momento in cui sta parlando della clinica psicoanalitica delle nevrosi, cosa che è solito distinguere accuratamente dalla clinica delle psicosi. La specularità sarebbe in fondo ciò che blocca, almeno oltre un certo punto della cura, anziché sbloccare, come pure poteva aver fatto in un primo momento della terapia, la situazione sintomatica in cui un analizzante è catturato. Bando, dunque, agli specchi.

14.Eppure. A ben vedere, la battaglia contro la spiegazione (che riduce, è riduzionista come sempre si ripete, cioè riporta B ad A) e la battaglia contro la comprensione (che analogizza, e che, benché la si soglia opporre alla spiegazione e al suo riduzionismo,  opera a suo modo e a sua volta riduttivamente, nella misura in cui riporta l’altro entro lo spazio dell’analogia, cioè riporta, se non B ad A, “il fatto che D stia a C” al fatto che “B stia ad A”: gioco più “morbido” ma non strutturalmente diverso) sono una stessa battaglia. Così come avevo iniziato prolungando un discorso avviato altrove, mi fermo su questo punto, rinviando a un altro luogo in cui ho provato a svolgere questa tesi circa la sotterranea parentela tra spiegare e comprendere (si tratta dell’articolo “Jaspers and his time”, nello Oxford Handbook of Philosophy and Psychiatry, Oxford University Press 2013). Se spiegare e comprendere sono più simili di quanto non sembri, allora la critica “ultrajaspersiana” della comprensione non fa che prolungare la critica jaspersiana della spiegazione. E’ l’etica dell’incomprensibile, come l’ha opportunamente battezzata Giovanni Stanghellini, è un’avventura interna, non più “giusta” in assoluto ma più “efficace” in un certo contesto storico, dell’etica del comprensibile.

15.Un secolo dopo, mettere in valore questo punto mi sembra poter configurare un buon esempio di fedeltà allo “spirito” dell’umanismo di Jaspers, al di là della sua lettera. Che lo spirito dell’umanismo debba diventare, a un certo punto, “antiumanistico”, perché altrimenti la lettera ne ucciderebbe lo spirito, è però una tesi che dovremo qui solo enunciare, e lasciare in sospeso. Tesi generalissima, peraltro, di cui il “caso” Jaspers non è che un esempio accanto ad altri, in base a cui sembrerebbe di dover affermare che ogni scienza e ogni pratica che si voglia umana o umanistica, a un certo punto della sua storia (la metà del novecento) e del suo sviluppo teorico (il confronto, non necessariamente simpatetico, con l’avventura dello strutturalismo e del post strutturalismo) sembra dover attingere all’inumano o all’oltreumano le risorse necessarie a svolgere il proprio progetto “umanistico”.   

Giugno 2013