Karl Jaspers tra psichiatria e filosofia: biografia tascabile

GM KJKarl Jaspers nasce a Oldemburgo il 23 febbraio 1883.Gli anni universitari, c aratterizzati dal passaggio da Giurisprudenza a Medicina, sono anche dedicati alla coltivazione dei suoi interessi filosofici nati negli anni liceali, sviluppati attraverso la lettura di Spinoza, Kierkegaard, Nietzsche e Husserl, e culminati nell’incontro con Max Weber nel 1909. Conseguita la specializzazione in psichiatria, dal 1908 al 1915 lavora presso la clinica psichiatrica dell’Università di Heidelberg prima come tirocinante e poi come assistente volontario.

Nel 1913 viene pubblicata la prima edizione della “Psicopatologia generale” (“Allgemeine Psychopathologie”), opus magnum aggiornato e rielaborato fino alla settima edizione del 1959, che testimonia l’insoddisfazione rispetto al paradigma di Griesinger per cui le malattie mentali sono malattie del cervello, introducendo la dimensione antropologica in psichiatria. Una delle salienze della riflessione psichiatrica di Jaspers è il distinguo metodologico tra “spiegare” (“erklären”) come conoscenza delle cause viste dall’esterno e “comprendere” (“verstehen”) come visione intuitiva di una dimensione di senso dall’interno: il sintomo non è solo una deviazione di una funzione spiegabile in termini organicisti, ma innanzitutto e per lo più un modo di elaborare l’esperienza che va compreso in termini psicologici come peculiare configurazione di essere al mondo e di progettare un mondo.

Già libero docente in psicologia, nel 1916 inizia l’attività di insegnamento di filosofia come libero docente presso l’Università di Heidelberg. Nel 1919 viene pubblicata la “Psicologia delle visioni del mondo”, opera che segna il philosophical turn, il passaggio alla trattazione di temi di natura precipuamente filosofica: la filosofia dell’esistenza, di cui Jaspers è considerato uno dei più significativi teorici, problematizza la dimensione cosiddetta oggettiva del conoscere e discute la totalità dell’essere umano rispetto alla dimensione della trascendenza.

Nel 1921 ottiene la nomina di professore ordinario di filosofia presso l’Università di Heidelberg, insegnamento da cui fu esonerato nel 1937 in ragione della sua opposizione al regime nazionalsocialista. In questi anni vengono pubblicate opere tra le quali “La situazione spirituale del nostro tempo” (1931), “Filosofia” (1932), “Max Weber” (1932), “Ragione ed esistenza” (1935), “Nietzsche” (1936), “Descartes e la filosofia” (1937), “Filosofia dell’esistenza” (1938).

Dopo averne ordinato l’allontanamento dall’Università, nel 1938 il governo nazista ingiunge la sospensione di ogni pubblicazione. La deportazione sua e di sua moglie ebrea Gertrud Mayer era stata già decisa quando, riammesso all’Università di Heidelberg nel 1945, apre il semestre accademico con un ciclo di lezioni sulla “Situazione spirituale della Germania d’oggi”: 

“Con queste discussioni vorrei, come tedesco fra tedeschi, promuovere chiarezza e unanimità; e, come uomo fra uomini, prender parte al nostro sforzo per raggiungere la verità” (Jaspers, 1946, p. 1).

Nel 1948 lascia la Germania e accoglie l’invito dell’Università di Basilea dove insegna fino al 1961. In questi anni vengono pubblicate le opere della sua ultima fase produttiva tra le quali “La questione della colpa” (1946), “La fede filosofica” (1948), “Ragione e antiragione nel nostro tempo” (1950), “Il problema della demitizzazione” (1954), “Ragione e libertà” (1959), “La bomba atomica e il destino dell’uomo” (1959), “La fede filosofica di fronte alla rivelazione” (1962).
Karl Jaspers muore a Basilea il 27 febbraio 1969.

Il senso di Jaspers per la metodologia

KJ aKarl Jaspers è il fondatore del metodo psicopatologico nella accezione della fenomenologia “soggettiva” che intende cogliere le singole esperienze interne della persona e le diverse forme di esistenza psicotica e che riconosce il proprio debito alla fenomenologia di Husserl. La soggettività innanzitutto: lo psicopatologo orientato in senso jaspersiano ha in primis il compito di accogliere i singoli vissuti esperiti dalla persona senza inferenze e sovrascrizioni teorico-interpretative. Quali sono l’oggetto e il metodo di indagine della psicopatologia generale?

A queste domande Jaspers intende rispondere nero su bianco nel 1913, data di pubblicazione della prima edizione di “Psicopatologia generale” (1964 è la data di pubblicazione italiana), opera considerata un classico della letteratura psichiatrica e nata nella Clinica di Heidelberg sotto la direzione di Franz Nissl, titolare della cattedra di psichiatria clinica e noto studioso di istologia del cervello. La psicopatologia generale jaspersiana è la scienza che si occupa primariamente di descrivere e classificare le esperienze, i comportamenti e le espressioni umane abnormi, escludendo ogni intento esplicativo e/o interpretativo relativo all’eziopatogenesi o ai significati di tali fenomeni – com’è noto non sono mancate aspre critiche da parte di Jaspers a certa psicoanalisi “spiega-tutto” o “interpreta-tutto” o che tutto “metapsicologizza”: come d’altra parte scrive Winnicott (1971, p. 98), “l’interpretazione fuori dalla compiutezza del materiale è indottrinamento e produce sottomissione”. 

“L’oggetto della psicopatologia è l’accadere psichico reale e cosciente. Noi vogliamo sapere che cosa provano gli esseri umani nelle loro esperienze e come le vivono” (Jaspers, 1959, p. 2). Per Jaspers si tratta della base della lezione metodologica per il clinico che voglia procedere correttamente nel compiere i primi passi nell’esplorazione della soggettività altrui – evitando cioè di  cortocircuitare il livello di esplorazione della coscienza del paziente facendo ricorso a “mitologie del cervello” o a etichettamenti diagnostici, laddove la diagnosi deve essere l’ultima delle preoccupazioni.

Voce in primis alla soggettività dunque, ai vissuti esperiti e riportati dal paziente in prima persona; voce ai fatti psichici quali essi sono e non quali vengono teorizzati o reificati. Alle accurate descrizione e classificazione dei singoli fenomeni della vita psichica, può poi affiancarsi la ricerca delle condizioni strutturali di possibilità dei fenomeni stessi e dei modi di essere psicopatologici (il ruolo strutturale della temporalità o della spazialità nella costituzione dei modi di essere dell’uomo normali e patologici), rivolgendosi, come avrebbe detto Cargnello, al “chi è”, al “come è”, al “mondo in cui è” la persona.

Questione interrogativa tripodica o tritopica a cui si potrebbe forse affiancare “al tempo stesso e su un altro livello” il celebre trittico interrogativo proposto dall’enfant terrible Paula Heimann: “chi parla?”, “a chi parla questa persona?”, “di cosa parla il paziente e perché adesso?”. L’indagine descrittiva auspicata da Jaspers può realizzarsi grazie a quella forma di messa tra parentesi (“epoché”) del già-dato richiesta all’antropologo, al fenomenologo e allo psicoanalista, a un ascolto libero da “pregiudizi” e dotato di “presupposti”. Per dirla à la Bion, sarebbe necessario non avere né memoria né desiderio dei pregiudizi, siano essi somatici, filosofici, psicologici ed intellettualistici, immaginativi; in sintesi, ogni tipo di teoria sovrascrivibile all’esperienza vissuta (“erleben”) della persona. Quanto ai presupposti, il metodo psicopatologico indicato da Jaspers si basa sullo strumento della “comprensione” (“verstehen”) della soggettività dell’altro, vale a dire sulla capacità dell’osservatore di cogliere il modo in cui un fenomeno è presente nella coscienza del paziente, di mettersi al posto del paziente attraverso l’immedesimazione empatica (“einfühlung”) e le autodescrizioni in prima persona. Autodescrizioni che tuttavia sono spesso “scritti di grandi malati mentali o di psichiatri, documentati mediante citazioni appropriate (…) i fenomeni psicopatologici così isolati non sono mai colti nello scambio personale col malato, non mediante una semeiotica vivente, che affronta il rischio del dialogo, l’alea dell’ascolto” (Berlincioni, Petrella, 2013, p. 1).

 

Alcuni strumenti epistemici nella borsa del dottor Jaspers 

KJ bÈ possibile ridurre la complessità della riflessione psicopatologica jaspersiana nella monolitica incomprensibilità del processo delirante o nella generica contrapposizione che vede lo spiegare delle scienze della natura e il comprendere delle scienze umane o dello spirito come atteggiamenti mutualmente escludentisi? Uno dei più fisiologici stili di apprendimento si muove per economia cognitiva e non di rado si tenta di acciuffare la ricchezza del pensiero di un autore cogliendone le salienze e trascurandone le aporie, le nuances: e allora Jaspers rimanderebbe più facilmente alla sbrigativa formula “spiegare VS comprendere”.

I dispositivi della spiegazione e della comprensione non sembrano giacere in in uno spazio discreto-categoriale segmentato da una grossolana alternativa dicotomica ma si pongono in uno spazio dimensionale di articolazione e di dialettica polare. Se si ipotizzasse di condurre un esperimento in cui venga chiesto ai partecipanti di associare al nome di Jaspers una nozione o un concetto distintivi del suo pensiero, si potrebbe immaginare che molti direbbero “processo”, probabilmente altri direbbero “incomprensibilità”, forse altri ancora “sviluppo di personalità” – ma risulta difficile immaginare a quanti verrebbe in mente di dire “comprensione genetica”.

La dimensione del comprendere nella psicopatologia jaspersiana non si configura come uno spazio monolitico contrassegnato da confini rigidi e invalicabili, ma si offre piuttosto come uno spazio epistemico che si dà nella dialettica tra il “comprendere statico” e il “comprendere genetico”: laddove il primo si muove verso le singole esperienze cogliendole come in fotogrammi o istantanee, il secondo si muove invece verso il fluire delle esperienze nella biografia interna ed esterna della persona, cogliendo i vissuti come in sequenze, nella loro possibile articolazione e concatenazione. La comprensione genetica, pur non essendo equivalente in Jaspers alla spiegazione causale, costituisce tuttavia un livello di indagine psicopatologica attraverso cui è possibile non giacere accecati rispetto al tema della “incomprensibilità” della forma delle esperienze psicotiche.

In questo senso, la comprensione genetica pone attenzione alle situazioni che la persona ha incontrato e ha contribuito ad eventificare nel corso della propria esistenza e ai temi e ai valori di cui è intessuta la propria visione del mondo. Se il registro situativo dell’avere-qualcosa-di-fronte (Cargnello, 1980) si pone sullo sfondo di una posizione relazionale-conoscitiva Io-ciò (Modell, 1984), il registro situativo dell’essere-con-qualcuno (Cargnello, 1980) rimanda alla valorizzazione della dimensione intersoggettiva di rapporto in cui clinico e paziente si incontrano sullo sfondo di una posizione relazionale-conoscitiva Io-tu (Modell, 1984).

Spostandoci sulla polarità di tale registro situativo, il clinico come feeling person non si trova meramente e tout court di fronte a un paziente, a una personalità patologica portatrice insana di segni e sintomi abnormi, ma è-con-qualcuno, è-con una persona sofferente che possiede una sua propria soggettività, una sua propria configurazione antropologica, un suo proprio stile di esistenza, un suo proprio mondo vissuto, un suo proprio progetto di vita, un suo proprio romanzo identitario: un suo proprio idioma personale per dirla con Bollas (1987).

Come avrebbe sintetizzato Winnicott dal vertice psicoanalitico di comprensione non solo della soggettività ma anche delle traiettorie evolutive della soggettivazione:

“il principio è che è il paziente e solo il paziente ad avere le risposte” (Winnicott, 1969,  p. 152).

Bibliografia

Berlincioni V., Petrella F. (2013). “Note in margine a Per la critica della psicoanalisi di Jaspers”. In www.psychiatryonline.it

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