La Ricerca

“Il fantasma evaporato” di Chiara Rosso. Recensione di Daniela Federici

Recensioni
“Il fantasma evaporato - Riflessioni psicoanalitiche su lutto, fantasmi e spettri digitali” di Chiara Rosso Recensione di Daniela Federici

Parole chiave: angoscia di morte, riti, griefbots, virtuale

“Il fantasma evaporato – Riflessioni psicoanalitiche su lutto, fantasmi e spettri digitali”

di Chiara Rosso, Pendragon, 2025

Recensione di Daniela Federici

“L’Io non può pensare che questa terra umana resti indifferente alla sua scomparsa, che niente di lui stesso vi persista, che i suoi investimenti, la sua sofferenza, i suoi sogni sfocino nell’assurdità di una fine che riveli la dismisura esistente tra la fatica, la lotta, i lutti, la prova richiesti dal viaggio e la meta che inevitabilmente incontra. L’Io vuole credere, e direi che ha bisogno di credere, che la sua esistenza abbia senso” (Aulagnier, I destini del piacere).

Questa interessante monografia di Chiara Rosso raccoglie l’eredità della ricerca e delle collaborazioni sfociate nel testo collettaneo Figure del perturbante (2024), e le prosegue approfondendo il tema del fantasma, figura di un panorama complesso e articolato che il testo esplora attraverso i contributi di varie discipline, dalla sociologia all’antropologia, dall’arte alla letteratura. La riflessione che ispira il titolo concerne le nuove risoluzioni della contemporaneità per fronteggiare o scotomizzare l’angoscia di fronte alla morte. Se infatti la nostra epoca ha smarrito in buona parte i riti del cordoglio e lo spirito comunitario che tradizionalmente contribuivano a contenere il rischio della perdita di sé nella situazione luttuosa, si è d’altra parte arricchita degli strumenti della dimensione virtuale.

L’immortalità digitale, i griefbots (simulazioni virtuali di persone reali strutturati con l’aiuto dell’intelligenza artificiale a partire dalla banca dati del materiale informatico depositato negli anni sui vari dispositivi che permette un’interazione postuma con i defunti), i luoghi di commiato del web: l’Autrice evidenzia come attraverso le nuove frontiere tecnologiche e la dimensione post-umana in cui siamo immersi, si profili una nuova cartografia dell’immaginario in cui il fantasma evapora assumendo le sembianze di uno spettro digitale che può mancare le funzioni trasformative connesse alla capacità di elaborazione del lutto.

Chiara Rosso esplora l’orizzonte pieno di chiaroscuri di queste nuove forme culturali del lutto, tratteggiandone sia le potenzialità elaborative che le dimensioni collusive con i miraggi di eternità, una riflessione psicoanalitica che è vieppiù necessaria per aiutarci a pensare certi sviluppi sempre più accelerati, e non di rado acefali circa le conseguenze, dello straordinario progresso dell’umano, che l’etica e la politica spesso lasciano sguarnito di adeguati strumenti per mantenerne legittimità, misura e un ragionevole senso di prospettiva. 

Lo scarto fra esistenza biologica ed elettronica, la gestione postuma delle tracce (espressione che la vita psichica condivide con i dati fondanti del web), fino alle illusioni di immortalità che le cyber identity si portano dietro, costituiscono un ambito che ci pone di fronte alla de-simbolizzazione del limite che caratterizza la nostra contemporaneità: limite fra sé e l’altro, fra reale e virtuale, naturale e artificiale, fra la vita e la morte. Se lo sfumarsi del limite può in prima battuta esaltare il narcisismo, quando si accompagna a una forte spinta individualista che ci lascia in una sostanziale condizione di slegàme, alla perdita dei garanti meta-sociali e all’esilio di Super-Io e codice paterno, in realtà ci mostra un suo infragilirsi anche su un piano collettivo. Perché il limite è una funzione regolativa per lo psichico, senza la quale i nostri processi trasformativi risultano compromessi, rendendo il pensiero impraticabile e condannandolo all’impiego di meccanismi primitivi e soluzioni magiche. Così, se è necessaria un’organizzazione proiettiva molto intensa, se non addirittura patologica, perché il soggetto confonda il fantasma con la realtà, il virtuale, con il suo collasso della temporalità e una percezione sollecitata su un universo di simulazione che intrattiene relazioni molto diverse da quelle del fantasma con il principio di piacere e di realtà, propone un’illusione di reale che si risparmia il lavoro psichico di legame e di trasformazione necessario ai buoni rapporti tra il mondo psichico interno e la realtà esterna. È questa condizione che fa dire alla Guignard (2010) che al virtuale viene a mancare il criterio stesso dello sviluppo psichico: imparare l’incertezza e accettare l’aleatorio.

La clinica non manca di mostrarci le condizioni di inedita vulnerabilità dei nuovi e sempre più diffusi orientamenti narcisistici, con le loro organizzazioni fondamentalmente anti-oggettuali e gli assetti difensivi rigidi, la cui richiesta di cura spesso sembra più mirare a un rinforzo di queste dimensioni autarchiche e grandiose che alla ricerca di un vero cambiamento (Bolognini 2019). Costruire la capacità di fare il lutto per il quale sembra non siano più attrezzati, diventa uno degli obiettivi principali con questi pazienti, riconducendo lentamente e con tatto queste costruzioni illusionali fino all’orizzonte di più normali angosce esistenziali.

Ma nel mosaico di questo testo sono molti i fili di pensiero offerti dall’Autrice, che la bella prefazione di Mauro Manica inquadra nei suoi snodi fondamentali, aperti sul più vasto tema della morte e sulla qualità più o meno fantasmatizzabile dei lutti.

“Se vuoi poter sopportare la vita, disponiti ad accettare la morte”, scrivevaFreud (1915, p. 148), morte da riconoscere come verità della vita e al contempo un pensiero che facciamo da vivi, cui si accede soltanto attraverso un’identificazione, un sentimento di anticipazione (Bauman, 1992) o la morte dell’altro, l’atrocità della perdita che impoverisce il proprio mondo fino a spegnerne la luce e il senso. A partire dall’originaria distinzione freudiana fra lutto normale e patologico delle pagine di Lutto e melanconia, Chiara Rosso evidenzia le molte sfumature di cui si è arricchita la nostra concezione teorica sulle fatiche elaborative e l’inesauribilità di un processo che ha il compito di “perpetuare” dentro di noi, e non solo “oltrepassare”, le figure che hanno impresso un significato alla nostra esistenza. La riflessione sulle potenzialità dell’analisi per rendere meglio transitabili questi fondamentali passaggi dello psichico, sciogliere i suoi sospesi più dolorosi, riportare pensabilità su aree scisse dissequestrando risorse vitali, evidenzia come non si tratti solo di una questione teorico-tecnica. Essendo il processo analitico un itinerario di verità che dovrebbe far conseguire ai pazienti la capacità di tollerare la consapevolezza dell’essere come del morire, esige in ognuno di noi l’esperienza e la competenza di saper patire in prima persona il confronto con ciò che ci ripromettiamo di lavorare in profondità accanto all’altro.

L’area melanconica più di altre cimenta l’analista nel delicato equilibrio di un sano narcisismo e di un saldo affidamento al metodo per garantire condizioni di esistenza, pensabilità e temperanza nella relazione con i pazienti. Pontalis (1988) sottolinea essere proprio i pazienti sottomessi al lavoro della morte quelli che più sollecitano nell’analista il desiderio di guarire, che può assumere anche la forma della costruzione del fantasma (riunendo i frammenti sparsi della realtà psichica emersa e riempiendo i vuoti con delle congetture) per non lasciarsi sopraffare da un processo distruttivo potenzialmente contagioso.

Con il suo portato di assenza in cerca di rappresentazione, la figura del fantasma ha indubbiamente una particolare rilevanza clinica per le condizioni melanconiche, che assurgono a modello generale del funzionamento psichico in presenza di un oggetto che non è possibile dimenticare a causa del suo essere stato precocemente perduto (Balsamo, 2014). In presenza di rotture del legame primario, infatti, fallita un’identificazione costitutiva, il soggetto non può che provare a dar forma all’Io identificandosi al negativo con la cornice vuota di uno specchio non riflettente, con la diserzione stessa dell’oggetto dal campo del desiderio. La difettualità nella nuova azione psichica che plasma il narcisismo, rende ragione dello svuotamento dell’Io nel vissuto melanconico, dal momento che la perdita dell’oggetto in una condizione di non-differenziazione, riguarda la funzione che questi esprime per un Io non ancora organizzato. In assenza di un senso di sé sufficientemente coeso e un contenitore mentale interno, perdere di vista l’oggetto ne comporta la sparizione nello spazio psichico, poiché nessun senso può essere dato alla sua assenza, nessuna costruzione fantasmatica può associare al dolore della perdita (esterna) una rappresentazione (interna) che ne permette l’elaborazione, in modo che la perdita dell’altro comporta la simultanea perdita di sé. Nel corteo dei meccanismi che la psiche mette in atto per sopravvivere e tentare di circoscrivere l’abisso di una mancata conferma narcisistica, si evidenzia così un nuovo significato per l’ombra dell’oggetto che ricade sull’Io: l’oscurità lasciata da un vissuto di deprivazione pulsionale, l’inscrizione del buco di un disinvestimento.

Roussillon (1999) descrive il tragico paradosso per queste condizioni narcisistiche, sottolineando come il lutto le confronti con la rinuncia a ciò che non ha potuto essere, più che a ciò che è stato ed è andato perduto, gravando sul pensiero la questione non da poco che fare il lutto di qualcosa suppone che la si possa rappresentare.

Il maggiore apporto alla cura con questi pazienti sta nella qualità di una presenza che incarni la spinta al legamento e alla relazione, per risvegliare la parte oggettuale della sofferenza rispetto all’imprigionamento narcisistico, cercando di mobilitare la vita pulsionale (che dia il sapore e il senso della vita) per rendere più vitale il gioco delle rappresentazioni, contrapponendosi così ai movimenti del negativo e al buco nero dell’essere nelle zone opache di pensiero.

Nel costitutivo anacronismo dello psichico, il bilico della consustanzialità dei tempi animerà la scena analitica del presente insieme a questo passato che non passa, nella sua circolarità immobile e ripetitiva, dove l’inespresso che insiste per trovare luogo, alimenta inevitabilmente anche la potenzialità generativa delle riprese trascrittive dell’après-coup, almeno finché è ancora reclutabile nel paziente quel principio speranza che attiene alla possibilità che l’oggetto faccia ritorno.

Il lavoro analitico che si ripropone di riaprire i giochi e far guadagnare una migliore soggettivazione riappropriandosi della propria storia, e di un essere meno ingombrato dai condizionamenti inconsci, è un invito alla responsabilità di sé, schierato dalla parte dell’umano, delle forze di legame e del riconoscimento del limite. In questo spirito Cabré, nella sua postfazione, richiama l’importanza, per gli analisti, di saper elaborare il lutto che ogni processo analitico implica, dall’irriducibilità di ciò che non possiamo trasformare, alla capacità di accompagnare il lutto di sé nei propri pazienti alla fine delle analisi. Tanto più la vita ci avrà condotti ad approfondire questi aspetti, tanto più avrà arricchito la nostra concezione dell’esistenza e coltivato una disciplina emotiva che ci consentirà di non mantenerci troppo protetti da questa sofferenza. Perché siamo consapevoli che parte di ciò che abbiamo da offrire ai pazienti sono queste posizioni depressive fondamentali, perché è solo nella tolleranza di ciò che manca che va alimentandosi il desiderio e sviluppandosi il pensiero, e solo l’uscita dal regno dell’onnipotenza permette la misura di una ragionevole potenza esistenziale Quinodoz (1991), conscia dei limiti e commisurata alle capacità di realizzazioni rappresentative di sé e valorizzate; questo fa ritrovare al vivere la presa di un senso e una direzione, scampandoci alle sottrazioni del vuoto.

Il richiamo di Piera Aulagnier sul bisogno di senso – più necessario del latte, diceva Castoriadis -, ci ricorda che non è solo la psicoanalisi a ritenere che sia la mancanza di un portolano delle nostre rotte a renderci insopportabile il dolore e a volte il peso del vivere[1]. Prenderci cura di questi aspetti ci riporta, com’è proprio dello psichico, davanti a un altro paradosso: l’angoscia derivante dalla consapevolezza della caducità può essere troppo grande da sopportare se non si è persone la cui integrità permette di partecipare appieno alla vita, nondimeno si può essere persone intere soltanto guardando in faccia questo aspetto della realtà (Searles, 1961).

Per questo ci serve che i fantasmi non evaporino ma “consistano” nella loro funzione determinante.

BIBLIOGRAFIA

Bauman, Z. (1992) “Il teatro dell’immortalità” Il Mulino (1995)

Bolognini, S. (2019) “Nuove forme psicopatologiche in un mondo che cambia. Una sfida per la psicoanalisi del XXI secolo”, Rivista psicoanalisi, a. LXV, n.4, p. 797-813

Bruno, L.; Sartorelli, O.; Rosso, C. (a cura di) (2024) Figure del perturbante, Pendragon.

Freud, S. (1915) Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, OSF vol.8

Guignard, F. (2010) “Lo psicoanalista e il bambino nella società occidentale di oggi”, Rivista psicoanalisi, a.LVI, 4, p.901-920

Balsamo, M. (2014) “Sulla madre morta di André Green” in Breccia, M., Narciso e gli altri, Alpes

Balsamo, M. (2018) “Costellazioni psicoanalitiche. Una rilettura di Costruzioni in analisi”, Psiche, 2, p. 397-420       

Chabert, C. (2003) Il femminile melanconico, Borla 2006

Cupelloni, P. (a cura di) (2002) La ferita dello sguardo, Franco Angeli

Green, A. (1993) Il lavoro del negativo, Borla.

Lambotte, M-C. (1993) Il discorso melanconico, Borla 1999

Pontalis, J-B. (1988) Perdere di vista, Borla.

Quinodoz J.M. (1991) La solitudine addomesticata, Borla 1992

Racalbuto, A.; Ferruzza, E. (a cura di) (2006) Il piacere offuscato, Borla

Roussillon, R. (1999) Agonie, clivage et symbolisation, PUF 2018

Searles, H. F. (1961) “La schizofrenia e l’ineluttabilità della morte” in: “Scritti sulla schizofrenia”, Boringhieri (1974)


[1] Ci sono molti studi sulle determinati del benessere e della soddisfazione di vita, che mostrano come questa non dipenda dal reddito o dal possesso di beni materiali, ma da ciò che Erikson definisce ‹generatività›: la capacità di sentirsi creativo, di avere qualcosa di cui occuparsi e da trasmettere. Uno degli studi di maggior risonanza è stato quello del premio Nobel per l’economia Angus Deaton con Anne Case, che ha preso in esame l’epidemia dei morti per disperazione negli USA (Death of despair and the future of capitalism. Princeton University Press, 2020) in: Becchetti (2022) Per una cittadinanza attiva, Intervista https://www.spiweb.it/cultura-e-societa/per-una-cittadinanza-attiva-intervista-di-d-federici-a-l-becchetti/

“Il fantasma evaporato” di Chiara Rosso. Recensione di Daniela Federici Monica Castellini

Ti potrebbe interessare...