Parole chiave: Memoria istituzionale, Sé democratico, Oggetto soggettivo sopravvisuto, Ideale dell’Io istituzionale, leadership
60 Year Simposyum. Democracy and Psychoanalysis in Europe: past, present and future
Bruxelles 2-3 Ottobre 2026 A cura di Simona Pesce
Quale memoria istituzionale conservare dei molti anni di lavoro di una Federazione per la Psicoanalisi in Europa? Ne abbiamo avuto un racconto e una testimonianza al Simposio per la celebrazione dei 60 anni dell’EPF che si è svolto a Bruxelles il 2 e 3 Ottobre scorso.
Il tema del Simposio “Democrazia e Psicoanalisi” è stato sviluppato delle testimonianze dei presidenti passati, dalle riflessioni teoriche dall’attuale presidentessa e dal dialogo tra analisti di regioni differenti su specifici temi. Tutti questo ha fornito un’immagine della complessità della struttura della Federazione e una importante memoria da conservare e trasmettere.
Alain Gibeault, past president dal 1995 al1999, ci ha parlato di tre condizioni essenziali per la creazione di una federazione democratica: per prima cosa la trasformazione da una Federazione di Società psicoanalitiche a una vera e propria Comunità Scientifica Europea che condividesse esperienze cliniche. Questa profonda riforma istituzionale è derivata dalla creazione di nuovi forum scientifici: i Simposi Scientifici, il Seminario dei Membri Associati, attuali Seminario degli Analisti Neoqualificati (NQAS) e gli incontri per analisti in formazione, che hanno creato le condizioni in cui psicoanalisti di tradizioni diverse potessero lavorare insieme sulla loro pratica clinica. Va fatta una distinzione tra l’istituzione scientifica, che non produce direttamente pensiero ma ha il compito di creare le condizioni in cui il pensiero possa emergere, e le persone che la compongono. «Le istituzioni non pensano; sono le persone a farlo». Nella sua visione il secondo elemento che determina un clima democratico è legato all’inventare le condizioni per una trasmissione della conoscenza analitica. Gibeault ci dice che se in passato pensava che la funzione principale di un’istituzione scientifica fosse quella di organizzare scambi, diffondere conoscenze o rappresentare una comunità professionale, oggi invece pensa che la responsabilità primaria di un’istituzione psicoanalitica sia quella di inventare i contesti attraverso i quali il pensiero possa emergere. Se la psicoanalisi ha un contributo distintivo da dare alla vita delle proprie istituzioni, esso potrebbe risiedere proprio qui: preservare, nel cuore stesso della differenza, le condizioni per il pensiero condiviso.
Heribert Blass, past president dal 2020 al 2023, ci dice che sebbene sia inevitabile che in questi 60 anni siano sorti conflitti e tensioni tra le varie società affiliate in merito a temi e questioni psicoanalitiche controverse, il dialogo tra di esse e l’impegno a raggiungere una comprensione reciproca sono sempre rimasti principi guida. Riferendosi al pensiero di Freud nel “Il disagio della civiltà” (1930), in cui l’individuo e la società sono in un costante rapporto di ambivalenza, riflette sulla similitudine con ciò che accade all’interno delle società psicoanalitiche, che si trovano in una continua dialettica tra la ricerca dell’autonomia e il desiderio di appartenere a una comunità unificante. L’unico modo per affrontare pacificamente questa tensione consiste nel mantenere un discorso democratico direttamente connesso allo sviluppo della “competenza triadica” che nel discorso di Blass è riferita alla strutturazione dei rapporti interni dell’infans con entrambi i genitori. La coesistenza e l’interazione delle diverse relazioni con la madre e il padre, insieme all’esperienza di un legame affettivo tra i genitori, favoriscono l’interiorizzazione di una visione «binoculare» di entrambi i genitori e delle diverse forme di relazione con ciascuno di essi. Tale dimensione triadica è stata collegata da molti relatori alla definizione di una capacità democratica interna che permette l’attitudine democratica nella gestione di realtà esterne complesse.
Se la mente è stata concepita da Freud come la relazione, all’interno di ogni essere umano, tra tre istanze: inizialmente l’inconscio, il preconscio e il conscio; e poi, a partire dal 1920, l’Es, l’Io e il Super-io/Sé ideale, così anche la psicoanalisi si fonda su tre pilastri: il metodo, il transfert e l’istituzione. Molti relatori hanno definito il transfert la forza trasformativa più potente in psicoanalisi, non solo perché raggiunge e trasforma l’infantile ma perchè permette di passare della dimensione soggettiva unipersonale a quella bipersonale relazionale del “noi”, fornendo in tal modo una base democratica alla cura. Un altro modo di intendere l’importanza dell’elemento terzo dell’analisi sta nella possibilità di confrontare l’esperienza viva e diretta della coppia analitica, con l’esperienza tra colleghi o dentro l’istituzione, permettendo così di sfuggire alla “folie à deux” avviando il processo di simbolizzazione.

Durante il simposio si è dato spazio a una riflessione sul senso profondo dell’amicizia che è stata definita come una posizione intermedia tra una duplicazione narcisistica del proprio sé e il riconoscimento e l’apprezzamento dell’altro. È proprio questo duplice significato che è incarnato nell’antico concetto greco di “philia”, derivato dal verbo “philein” (amare), che esprime un’attrazione sia verso ciò che è simile/uguale sia verso l’altro. L’apprezzamento di ciò che è sconosciuto è rafforzato dal fatto che la “philia” comprende esplicitamente l’ospitalità.
Evelyne Sechaud, past president dal 2004 al 2007, ha presentato un testo dal titolo Freedom. Riferendosi ai tre capisaldi della democrazia derivati dalla Rivoluzione Francese: libertà, uguaglianza e fratellanza, ci ricorda che il voto è lo strumento del governare democratico. La libertà che vi si esercita è politica, secondo la concezione di Hannah Arendt. Nel suo libro “La crisi della cultura” la Arendt sottolinea che si è liberi quando si può agire, parlare e partecipare alla vita comunitaria. È questa libertà che ci unisce oggi. La democrazia è un ecosistema complesso, ci dice la relatrice, in cui qualsiasi cambiamento, altera l’equilibrio generale. Tutti i presidenti hanno portato la testimonianza del grande cambiamento avvenuto dopo la caduta del muro di Berlino e l’ingresso delle Società dell’Est Europa.
Serge Frisch, past president del 2012 al 2015, ci ha mostrato quello che intende per processo di creazione di una istituzione democratica. Come primo pilastro Frisch definisce la posizione fondamentale dell’EPF che si mantiene come una Federazione di Società Psicoanalitiche che non hanno l’obbligo di essere ad essa associate. Il secondo pilastro sta nell’indipendenza della EPF dall’IPA. Su questo punto hanno espresso la loro opinione la maggior parte dei presidenti che si sono riferiti al lavoro e alle idee di Han Groen Prakken (1986, 1997) che desiderava preservare l’autonomia della EPF. Le due istituzioni, EPF e IPA, pur perseguendo lo stesso obiettivo temevano che una cooperazione più stretta potesse minacciare le loro rispettive identità. Han Groen Praken scrive che, durante la fase di fondazione dell’EPF, si preferì il termine “Federazione” a “Associazione” perché la Federazione indicava un legame più debole tra le parti costituenti. Il terzo pilastro secondo questo autore è determinato dal senso intrinseco di collegialità che ha la sua forma principale nel Consiglio dei Presidenti, che diventa il corpo governante della Federazione. Solo aderendo a questi principi la Federazione può lavorare per mantenersi vicina alla visione democratica.
Anche lo scritto di David Tuckett, past president dal 2000 al 2003, fa riferimento agli studi di Han Groen-Prakken (1986) che secondo l’autore descrivono con cura e sincerità l’evoluzione dell’EPF, dai primi incontri tra gli analisti europei fino ai problemi della sua fondazione e dei suoi primi dieci anni. In questi scritti Groen-Prakken racconta la frustrazione, l’incertezza di alcune società riguardo allo scopo della Federazione, le ansie che una nuova organizzazione potesse sconvolgere il funzionamento esistente delle singole società e il dubbio se la nuova organizzazione sarebbe stata separata, parte integrante o subordinata all’organizzazione internazionale. Nel 1999 l’EPF fu costituita come Federazione secondo il diritto svizzero, e funzionava attraverso una serie di tradizioni formali e informali codificate in un “libro rosso”. L’autorità legittima era chiaramente detenuta dal Consiglio (ovvero i presidenti delle società componenti dell’IPA in Europa) e, secondo lo statuto, le decisioni del Consiglio dovevano essere attuate, tra le sue riunioni semestrali, da un piccolo comitato esecutivo (il redattore del bollettino, il tesoriere, due vicepresidenti e il presidente, tutti eletti individualmente dal Consiglio, ad eccezione del Segretario Generale che era nominato dal presidente). Tuckett ricorda inoltre un importante documento pubblicato dal Bullettin del 2000 (Bollettino 54, 2000, p 111-118b) che delineava la politica scientifica della Federazione dopo lunghe discussioni e accordi. Quattro erano i principi che regolavano la politica scientifica dell’EPF: approfondimento delle ricerche, promozione di piccoli gruppi clinici per favorire i rapporti personali, creazione di una continuità di proposte scientifiche e di una valutazione dei risultati.
Dopo aver lasciato la parola alla memoria dell’EPF, come ho sinteticamente mostrato, l’attuale presidentessa Jan Abram ha concluso la mattina con la sua consueta chiarezza e sintesi riferendosi alla specificità della teoria delle relazioni oggettuali di Winnicott. La Abram ci ha presentato la sua idea di democrazia grazie alla facilitazione di un ambiente psichico che permetta la sopravvivenza psichica dell’oggetto (Abram 2023). Abram ci dice che le relazioni soggettive interne con l’oggetto si evolvono nella relazione precoce genitore-bambino, ovvero nella psiche-corpo della Madre dove il padre, nella mente della madre, ha il compito importante di garantire alla madre che sarà un oggetto che sopravvive al Sé primario e spietato del bambino. Abram parla dell’importanza della costituzione dell’“oggetto soggettivo intrapsichico sopravvissuto” grazie alla capacità della Madre di accogliere e contenere i bisogni e le comunicazioni primordiali del suo bambino (la preoccupazione materna primaria). Al contrario, i fallimenti della Madre all’inizio determinano la formazione di un “oggetto soggettivo intrapsichico non sopravvissuto”. Entrambi gli oggetti interni, sia quello sopravvissuto che quello non sopravvissuto, governano lo sviluppo del mondo interiore delle relazioni oggettuali e del senso di Sé. Abram propone che l’oggetto sopravvissuto determini una struttura democratica interna delle relazioni oggettuali, mentre l’oggetto non sopravvissuto determini una struttura totalitaria delle relazioni oggettuali. Ciascun oggetto distinto governa il senso del Sé/Me. Partendo da questa prospettiva ne consegue che l’individuo, in una struttura psichica familiare sana, si evolverà in un Sé democratico mentre in una struttura psichica familiare in crisi, si evolverà in un Sé totalitario. Entrambi i Sé alternativi troveranno la loro collocazione nel mondo esterno, dando origine a società democratiche o totalitarie (Winnicott 1950). Partendo da questa teorizzazione Abram si chiede che tipo di Sé sia necessario per una leadership democratica in una determinata organizzazione, e propone come risposta la necessità di un Sé democratico evoluto e aperto. Con questo termine non intende un Sé semplicemente liberale e tollerante ma anche organizzato attorno a un’etica di relazioni oggettuali democratiche interne con capacità altamente evolute: contenere senza interferire, sopravvivere agli attacchi, proteggere lo spazio potenziale e creare condizioni istituzionali in cui tutti si sentano liberi di pensare, parlare, dissentire e giocare psicoanaliticamente in un’atmosfera di fiducia e piacere. Queste sono le qualità dei valori democratici che vengono interiorizzate da ogni individuo, famiglia, società.
Vorrei ora riportare una parte del dialogo tra Sotiris Manolopoulos e Claire-Marine François-Poncet sul tema del “Credere nella Democrazia”. Manolopoulos ci dice che potremmo immaginare ogni riunione dell’EPF come un’antica polis greca, messa in scena in un teatro ateniese; un luogo in cui la storia può dispiegarsi in una narrazione per il futuro; una storia sostenuta dai suoi miti fondatori e da un luogo geografico ben definito e, in senso figurato, da un concetto o una formula ricorrente. La formula ricorrente dell’EPF consiste nell’organizzare incontri in cui riflettiamo, discutiamo e negoziamo le nostre questioni scientifiche in qualità di analisti europei. Questo autore avanza l’idea che l’arte della politica si fonda su spazi democratici, sia culturali che istituzionali, che consentono ai leader e alle comunità di elaborare le proprie aspirazioni di onnipotenza (hubris). François-Poncet commenta che le convinzioni e le ideologie autocratiche radicate nella comunità hanno la stessa essenza delle credenze religiose, che affondano le loro radici nel vitale bisogno di idealizzazione e di costruzione dell’identità nei legami familiari. La relatrice si chiede in che modo l’arte della politica può offrire uno spazio EPF democratico, al di là delle divisioni alimentate dai nostri legami locali di appartenenza. In questa ottica la democrazia va pensata come una funzione culturale che assorbe lo shock della perdita di onnipotenza causata dalla realtà, in cui le persone sono impegnate nell’azione politica, lottando per separarsi e collegarsi.
Winnicott (1971, p. 68) descrive le circostanze del “negativo della civiltà” in comunità patologiche e oppressive, in cui l’ambiente distrugge la creatività degli individui. Coloro che rimangono creativi sono proprio coloro che soffrono. Per Winnicott, la nostra istituzione viene percepita come un ambiente accogliente e non come un regime oppressivo solo quando sentiamo che ci riguarda personalmente. Le istituzioni culturali e il super-io individuale (ideale dell’Io) sono costruiti per incarnare le idee della cultura e trasmetterle alla generazione successiva, ci legano alle generazioni che ci hanno preceduto, alla nostra storia, alle nostre origini e alla cultura della nostra comunità. Possiamo pensare all’EPF come all’edificio, costruito dagli analisti europei a partire dalla seconda guerra mondiale, per preservare e trasmettere le loro idee. Anche se la democrazia è in parte un’utopia, è anche un regime reale, un sistema di governo e si basa sulla fede in un prototipo eterno di giustizia. Di conseguenza, le istituzioni e le pratiche politiche vengono giudicate in relazione a un ideale.
Vorrei concludere con alcuni estratti dei contributi di Nergis Güleç e Eckehard Pioch nel dialogo su “Psicoanalisi e Democrazia: dall’infanzia in poi”. Güleç ci ricorda, come sottolineato già da altri autori, che la democrazia è un concetto evolutivo piuttosto che politico, perché tale capacità ha uno sviluppo nell’ambito delle esperienze psichiche e nasce nella relazione del neonato con l’ambiente. In un contesto diverso Winnicott (1950) sottolinea che se la democrazia è maturità e la maturità è salute, la salute è auspicabile ma non riesce mai ad essere una realtà assoluta. Infatti tutte le società sane contengono una certa percentuale di individui antisociali o immaturi, così come ogni persona porta in sé questo aspetto, ma ciò che conta è la percentuale che la società e l’individuo possono contenere senza soffocare la tendenza democratica.
Eckehard Pioch, attuale presidente della DPG, commenta il testo della collega partendo dalla storia tedesca all’interno del quale il rapporto tra psicoanalisi e democrazia assume un significato particolare perché la maggior parte della popolazione tedesca non è riuscita a mantenere una posizione democratica durante l’era nazista. Questo vale anche per gli psicoanalisti della DPG, che hanno adottato un atteggiamento molto ambivalente nell’adattarsi alle esigenze del nazionalsocialismo e che, già nel 1933 hanno esortato i loro colleghi ebrei ad abbandonare la DPG. L’autore riporta una citazione di Antonio Gramsci: “Il vecchio mondo muore e il nuovo stenta a nascere: ora è il tempo dei mostri”. Secondo l’autore questa citazione sembra particolarmente adatta alle relazioni oggettuali interne individuali e, ricollegandosi con ciò che Jan Abram (2026) ci ha illustrato sul significato dell’oggetto sopravvissuto, scrive che l’oggetto sopravvissuto stabile è necessario per affrontare le paure della fase di transizione e per evitare di essere esposti ai mostri.
Concluderei con l’idea che gli stati mentali democratici e totalitari, associati agli oggetti sopravvissuti o non sopravvissuti, esistono in ognuno di noi. Pertanto la democrazia non è un risultato definitivo ma è una conquista che si può raggiungere in un determinato momento, all’interno di una società limitata, attraverso un lavoro costante.
Bibliografia
Abram, J. (2026): The Democratic Self: on democratic object relations in the EPF leadership role.
Freud, S. (1921) Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Edizione standard delle opere psicologiche complete di Sigmund Freud 18 :65-144
Freud, S. (1930) Il disagio della civiltà. Edizione standard delle opere psicologiche complete di Sigmund Freud 21 :57-146
Gibeault A. (2016), The EPF in the 1990s : Expansion and Creativity, in Serge Frisch, Leopoldo Bleger, Ursula Burkert, Alexander M. Janssen, Eva Schid-Gloor, Franziska Ylander (Eds.), 50 Years of the European Psychoanalytical Federation. Giessen, Psychosozial-Verlag, pp.55-67.
Groen-Prakken H. (1986). A European organization for psychoanalysis: why and how and when? An historical survey of the founding and development of the EPF. Psychoanalysis in Europe,26/27, 11-67.
Groen-Prakken, H. (1997) Towards a Pan-European Psychoanalytical Federation: On the development of the psychoanalytic movement in Central and Eastern Europe, 1987 – 1996.
Winnicott, DW (1950) Some thoughts on the meaning of the word Democracy in Home is Where we Start From Penguin Books
Winnicott D.W. (1971a). Gioco e realtà. Roma, Armando, 1974.
